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I contributi sul tema ▲
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Qui di seguito
discutiamo gli articoli «Giovanni
18,5-8 e “son io”» e
«Giovanni
8 e “io sono”». Si consiglia vivamente la lettura
degli interi articoli, prima di leggere la seguente discussione ed, eventualmente,
intervenire in essa.
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Per non essere
frainteso, ribadisco ancora una volta che io credo fermamente che la Deità
consista in tre persone, consustanziali e contemporanee. È, quindi, quasi
pletorico affermare che io creda assolutamente anche nella deità di Gesù
Messia, ossia che Egli sia il Logos rivelatore, «Dio presso Dio» diventato
carne (Gv 1,1ss.14.18). Credo altresì che Gesù abbia rivelato la sua natura
divina in diversi momenti della sua vita. Ora, tutto ciò non ha nulla a che
vedere con una presunta «teologia dell’io sono», di cui non vi è traccia negli
insegnamenti degli apostoli. Paolo, ad esempio, che fu abbastanza pignolo
nell’evidenziare il singolare dell’espressione «seme» (Gal 3,16), non fece alcun
riferimento a una «teologia dell’io sono». Aggiungo pure che l’autorità
in materia di dottrina sia la sacra Scrittura e non antichi teologi, né concili
religiosi. |
Voglio ricordare che l’articolo «Giovanni
18,5-8 e “son io”» è nato da un’esplicita domanda di un
lettore. Successivamente a esso, due lettori mi hanno scritto, ponendomi
domande su Giovanni 8 e insistendo sull’espressione «ego eimi» («io sono
/ son io») e sulla cosiddetta «teologia dell’io sono», cercando di convincermi
della sua genuinità.
■ Giovanni
8,28: «Gesù dunque disse loro: «Quando avrete innalzato il Figlio
dell’uomo, allora conoscerete che io sono (il Cristo), e che non faccio
nulla da me, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato».
■ Giovanni
8,58: «Avanti che Abraamo fosse, io sono».
Ho risposto a entrambi questi due ultimi lettori
nell’articolo «Giovanni
8 e “io sono”», facendo un’analisi testuale di Giovanni 8,
mostrando la loro naturale corrispondenza linguistica nel linguaggio quotidiano
ed evidenziando la rilevanza delle asserzioni e delle rivendicazioni di Gesù,
senza che sia necessario scomodare una presunta «teologia dell’io sono».
Esiste una «teologia
dell’io sono» nel NT? Come mai una convenzione diffusa si tiene in piedi su
convinzioni, che non scaturiscono da una chiara e incontrovertibile esegesi
contestuale, ma da supposizioni tenute in vita in modo artificiale? In fondo,
che cosa distingue tale artificiosa «teologia dell’io sono» da altre «dottrine»,
composte dagli uomini?
Ecco il
sistema speculativo di base adottato da coloro, che creano nuove dottrine:
essi partono da alcuni minimi elementi presenti nel testo, li isolano dal
contesto, li associano insieme, li ingrandiscono con la dialettica, li
organizzano in sistema dottrinale e li proiettano poi, in modo scontato, nella
spiegazione del testo biblico. Si pensi qui, ad esempio, alle seguenti
convinzioni dottrinali: il Purgatorio, il Limbo (ultimamente svuotato),
l’intercessione di santi e la mediazione di Maria [►
Polisantismo],
il celibato dei preti, la centralità del vescovo di Roma, il sacramentalismo, il
pedobattismo, la doppia predestinazione, le nuove rivelazioni, santoni che si
presentano come «l’ultimo Elia» [►
1.; ►
2.] o direttamente come il «paracleto», e così via.
Qui non
vogliamo affrontare queste ultime cose, che sono solo esempi, ma mostrare che il
meccanismo dell’«accreditamento dogmatico» è simile: una cosa, ritenuta
«rivelazione», tanto si ripete che alla fine diventa convinzione comune,
convenzione ovvia. Allora chi la mette in forse viene considerato con sospetto
come chi è «fuori dottrina». La cosiddetta «teologia dell’io sono» rientra in
queste categorie...
Affermiamo che nel NT non esista una «teologia dell’io sono» nel NT.
Crede di ritrovarla solo chi ce la proietta prima o segue ciecamente altri, che
aderiscono acriticamente a tale convenzione. Si noti che le prime cinque parti
riguardano specialmente Giovanni 18,5-8.
Che cosa ne pensate? Quali sono al riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando i vostri contributi al Webmaster (E-mail)
Attenzione! Non si accettano contributi anonimi o con nickname, ma solo quelli firmati con nome e cognome! In casi particolari e delicati il gestore del sito può dare uno pseudonimo, se richiesto.
1. {Stefano Frascaro} ▲
■
Contributo 1: Tu non immagini quante volte abbia sentito
prediche con l’enfasi tipo: «E di fronte a quell’“Io
Sono”, tutta la potenza del Padre fece cadere i suoi avversari…». Questa me la sono scritta tra le
perle delle sciocchezze ascoltate. Dio ti benedica, caro fratello. {18-02-2012}
▬
Osservazioni
(Antonio Capasso): Circolano e si diffondono tante sciocchezze nel seno della cristianità, senza un minimo di ricerca e studio, per
verificare se le cose, che si ascoltano o si leggono, siano giuste. Questa dell’«io sono» è
una di queste sciocchezze. Strano fenomeno! {18-02-2012}
■
Contributo 2
(Stefano Frascaro): Caro amico e fratello, Nicola Martella, ho sentito spropositi del genere (perché
a mio parere di spropositi dottrinali si tratta), proclamati dal pulpito,
e ho constatato che il gregge non si domanda che cosa dica il pastore, ma viene
attratto più dall’enfasi, con cui propone il messaggio, invece che dal
contenuto esegetico del messaggio stesso. Quando ciò accade, chi ha capito
l’errore del «profeta», cosa deve fare? Poiché il punto è proprio questo! Chi
sa la corbelleria detta e prova a farlo notare, si trova un muro davanti!
È vero, il discorso forse esula dal tema... ma
è come il «vello di Gedeone».
Quante volte lo sentiamo citare a sproposito? E allora quale è il nostro
dovere? Tacere, poiché l’assemblea è rimasta comunque edificata da un
messaggio esegeticamente sbagliato, o controbattere e creare così uno screzio
con il «profeta» di turno? {19-02-2012}
▬
Risposta (Nicola Martella): Sebbene
Stefano Frascaro abbia messo il dito su una piaga di
alcuni tipi di chiese, chiaramente tali osservazioni rappresentano qui una
grande «tentazione» e ci porterebbero qui abbastanza fuori tema. È vero,
alcuni predicatori pensano di compensare lo scarso studio esegetico su certi
temi con una retorica pregna di enfasi spiritualistica e di retorica
misticheggiante. Essi riprendono cose, che essi hanno sentito da altri e che
riproducono, credendole e presentandole per vere. Questo è il risultato dell’ecclesiologia
oligarchica (alcuni dinanzi a tutti), che rende i predicatori degli
intoccabili. Gesù stesso, insegnando, usava però il metodo partecipatorio.
La prima chiesa si basava sul pari consentimento. Paolo stesso ingiunse questo
sistema di controllo, basato su una chiesa partecipativa:
«E fate parlare due o tre profeti [= proclamatori
ispirati] e fate giudicare gli altri… Infatti, tutti potete profetare [=
proclamare in modo ispirato], uno dopo l’altro, perché tutti imparino e tutti
siano consolati. Gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti»
(1 Cor 14,29.31s).
L’opportunità di
intervenire e il modo di farlo, dipende dal tipo di chiesa; nelle chiese
partecipate viene tutto discusso insieme e, se non bastasse, si può discutere
privatamente col predicatore di turno. Nelle chiese oligarchiche è più
difficile, poiché i predicatori si sentono degli «unti» e degli intoccabili. Poi
il tutto dipende dal rapporto, che esiste tra un membro (o collaboratore) e il
detto predicatore.
Chiaramente bisogna sempre valutare se il gioco valga la candela, ossia
se si tratta di una questione dottrinalmente rilevante o meno. In ogni modo, il
metodo migliore di affrontare le cose, con calma e moderazione, è il
seguente: verità nell’amore e amore nella verità.
2. {Pietro Calenzo} ▲
■
Contributo: Caro Nicola, grazie per quest’ampia esegesi morfologica. Come credenti
trinitari, a volte, siamo indotti per il nostro amore per Gesù, a vedere, anche
fuori del legittimo contesto, prove della sua piena divinità, forzando un po’
l’esatto senso di questa o quella parola, di questo o quel verbo. Il
doveroso e prezioso dono del dottore esegeta è di commentare, in ogni
situazione, correttamente ciascuna singola pericope della Scrittura, anche
quando si tratta di ridimensionare versi della Parola di Dio, che
avvallerebbero maggiormente le proprie convinzioni o certezze spirituali (e
relazionarci, magari, con altre scritture, che effettivamente illustrano
la perfetta divinità tri-unitaria di Cristo Gesù). Tutto ciò si denomina
correttezza spirituale e completa dedizione al dettato biblico. Grazie,
Nicola, e il Signore benedica il tuo servizio al Re dei re. Shalom. {19-02-2012}
▬
Risposta
(Nicola Martella): L’interpretazione arbitraria e soggettiva di un certo brano
biblico ha diversi difetti:
▪
1.
Proiettare in esso ciò, che non c’è veramente;
▪
2. Non
capire ciò, che veramente c’è scritto;
▪
3. Imparare un
metodo sbagliato, che influenzerà un certo modo errato di pensare e di
trattare la Scrittura;
▪
4. Alla fine,
invece di scoprire nella Scrittura quello che veramente c’è, si rischia di
trovarci solo quello, che la sovrastruttura dogmatica ha proiettato in
essa.
Il danno
è polivalente per la persona stessa, per la verace dottrina biblica e per chi
verrà ammaestrato con spiritualismi arbitrari e con chimere dottrinali.
3. {Simone Monaco} ▲
■
Contributo:
Ho letto l’intero articolo e ti ringrazio per le tue delucidazioni. Non nego che
anche io mi sono spesso appoggiato a questi «io sono», per trovare dei
punti saldi sulla deità di Cristo. Ricordo, inoltre, un tuo scritto che mi aveva
colto in contropiede, nel quale spiegavi che l’uso plurale di Elohim in
Genesi non stava a indicare una presunta trinità, allora ancora celata.
Questi chiarimenti sono per me importanti e mi
permettono di correggere il tiro,
mi mettono però davanti a una domanda fondamentale: A questo punto, quali sono i
passi chiari, che possiamo usare per sostenere la deità di Cristo (o la
trinità), in modo tale da non fare più goffi strafalcioni? Grazie, Dio ti
benedica. {19-02-2012}
▬
Risposta 1 (Nicola Martella): Questo è un modo
onesto e intelligente di porsi dinanzi alla Scrittura: invece di
adattarla a sé, dobbiamo adattare noi stessi a ciò, di cui abbiamo rivelazione
di conoscenza. Ammettere il proprio pensiero errato, correggere le proprie
opinioni e cercare veri punti di riferimento per una certa dottrina (qui la
deità di Cristo), è onestà intellettuale e una buona prerogativa per acquisire
il discernimento biblico.
Penso che Simone Monaco sia abbastanza in grado di
fare da sé un’analisi biblica nel NT per trovare la vera «polpa» riguardo alla
dottrina della deità di Cristo. Tuttavia, brani chiave sono senz’altro i
seguenti: Giovanni 1,1ss.14.18; Fil 2,5-11; Tt 2,13 e tutti i brani, in cui Dio
Figlio è associato a Dio Padre (cfr. anche i brani trinitari come Mt 28,19s);
nell’Apocalisse l’Agnello è associato a Dio onnipotente e ha tutti i suoi
attributi, ad esempio: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il
principio e la fine» (Ap 22,13; cfr. 1,8; 21,6).
Nell’articolo forse sarà sfuggito, che ho rimandato a un altro scritto:
«E
Dio era il Logos».
Si veda pure l’articolo «Deità,
pluralità e unità:
Risposta a un Testimone di Geova». Bastano?
▬
Replica (Simone Monaco): Ti ringrazio,
Nicola, sicuramente sono sufficienti. Quello che volevo rimarcare con il mio
intervento, è proprio che malgrado si spenda molto tempo per studiare,
capire e approfondire determinati argomenti con l’intento di rafforzare o
smussare le proprie convinzioni, poi ci si vede demolire tutto, per il semplice
fatto di non avere le adeguate conoscenze. Mi rendo conto che può essere
abbastanza frustrante fare, per l’appunto, un analisi del NT sull’argomento, per
accorgersi in seguito che si è commesso diversi errori per ignoranza
riguardo alla grammatica, alla cultura, alle lingue originali, a una scorretta
esegesi, e chi più ne ha più ne metta.
Da una parte
questo è sicuramente un stimolo a crescere nella conoscenza della Parola
e, d’altro canto, responsabilizza sull’importanza di essere certi di
qualcosa prima di aprire bocca, sopratutto nelle cose di Dio. Grazie nuovamente.
{20-02-2012}
▬
Risposta
2
(Nicola Martella): A questo punto dovrei mostrare la differenza fra due diversi
approcci alla Scrittura: quello esegetico contestuale e quello dogmatico.
Il primo metodo accerta ciò che c'è veramente testo per testo nei rispettivi
contesti; il secondo usa la Bibbia per costruire o sorreggere dottrine, spesso
mediante una versettologia indebita, spiritualizzazioni e allegorizzazioni
varie. Mi fermo qui, poiché ciò ci porterebbe troppo lontano.
Per brevità rimando ai seguenti scritti: i: i: i:
►
L’interpretazione biblica;
►
La ragione delle cose;
►
Approccio eterodosso alla Scrittura;
►
Per un’analisi lessicale del testo biblico 1;
►
Per un’analisi lessicale del testo biblico 2.
4. {Leonardo Bernardi} ▲
Caro fratello
Martella, da tempo non ti scrivo, ma non perché non ti segua, semplicemente non
ho quasi nulla da aggiungere a quello che scrivi, ossia sono sostanzialmente
d’accordo su tutto, perché hai un metodo esegetico estremamente sereno.
Sono
perfettamente d’accordo che Giovanni 18,5-8 non possa darsi per un dichiarazione di
Gesù assimilabile al tetragramma sacro dell’Esodo.
Non credo che
la divinità di Gesù debba essere affermata, forzando il significato dei
passi scritturali, estraniandoli dal contesto.
Purtroppo questo
passo viene dato per una affermazione di Gesù simile a quella di Dio in Esodo,
dimenticando che i verbi in ebraico sono molto diversi dal greco e lingue
indoeuropee.
Non credo poi
che bisogna per forza vedere fatti soprannaturali in ogni cosa. Perché i
soldati siano caduti, la Scrittura non lo dice, ogni congettura è personale.
Ti ringrazio per la chiarezza Dio ti benedica. {18-02-2012}
5. {Matteo Cavallaro} ▲
■
Contributo: Shalom. Giuseppe Lo Porto e
Antonio La Torre, mi piacerebbe leggere il vostro pensiero riguardo a questo
articolo su Giovanni 18,5-8. Un abbraccio. Shalom. {18-02-2012}
▬
Osservazioni
(La Torre Antonio): Gesù, già sapendo ciò che gli stava accadendo, affinché
tutto si adempisse, si fece avanti dicendo: «Io sono». Con questo termine, una
persona (in questo caso Gesù, il Salvatore dell’umanità) si prendeva tutta la
responsabilità di quello, che stava accadendo, perdonando già il traditore
(cosa che al giorno d’oggi son pochi a farlo). Poi, avanzò prima degli apostoli,
affinché non succedesse loro alcun male (anche qui vediamo una persona con
coraggio, che difende i più deboli). Guarì la guardia, dopo che Simon Pietro lo
colpì ferendolo all’orecchio destro. E alla fine, si prese tutte le sue
responsabilità, dicendo: «Io sono»; e qui che le guardie caddero per
terra, a causa della potenza del Signore, che era in Lui; fu lo Spirito Santo,
che li fece cadere a terra. E qui abbiamo un’altra dimostrazione che con Gesù
siamo forti in ogni cosa; la Parola dice: Chi è con me, chi sarà contro di me?
Spero ti sia piaciuto il mio commento, fratello. {18-02-2012}
▬
Osservazioni
(Nicola Martella): Antonio La Torre, vedo che hai detto cose interessanti,
specialmente sul fatto che Gesù, usando il «sono io», si fece avanti,
prendendosi le sue responsabilità e mettendo al sicuro i suoi apostoli;
lo stesso vale per il fatto che le guardie caddero a terra per la potenza, che
lo Spirito di Dio esercitava in Cristo.
Alcune domande rimangono:
Che cosa risponderei io, se di notte e alla luce di
fiaccole qualcuno cercasse in un gruppo di persone proprio me e dicesse:
«Chi di voi è Tizio e Caio?». Io risponderei: «Sono io! Che volete?». Che
cosa risponderesti tu, se cercassero Antonio La Torre? Visto che era
stato Gesù a farlo, che cambiava?
▬
Osservazioni
(Giuseppe Lo Porto): Esodo 3,13-14 recita così: «E Mosè disse a Dio:
“Ecco, quando sarò andato dai figliuoli d’Israele e avrò detto loro: L’Iddio dei
vostri padri m’ha mandato da voi, se essi mi dicono: Qual è il suo nome? che
risponderò loro?”. Iddio disse a Mosè: “Io sono quegli che sono”. Poi disse:
“Dirai così ai figliuoli d’Israele: L’Io sono m’ha mandato da voi”».
Tuttavia, nel Getsemani Gesù rispose loro
dicendo: «Io sono il Gesù che cercate». L’esegesi sta nel leggere il testo nel
contesto.
Non dimentichiamoci che in
Israele il nostro Signore aveva il nome «Gesù», per cui Egli rispose dicendo
loro: «Sono io quel Gesù, che cercate». Questa e la mia risposta.
{18-02-2012}
▬
Osservazioni
(Nicola Martella): Giuseppe Lo Porto, solo per curiosità, q uale
traduzione di Giovanni 18,8 hai usato?
▬
Risposta 1 (Giuseppe Lo Porto): Giovanni 18,8
(Nuova Riveduta). Gesù rispose: ««Vi ho detto che sono io; se dunque
cercate me, lasciate andare questi». Qui Gesù dice che è Lui il Gesù,
che stanno cercando.
Non ho menzionato Gv 18,8, ma la mia risposta è conforme al testo,
ossia, Gesù confermò a coloro, che lo cercavano, che era Lui il Gesù. {18-02-2012}
▬
Replica (Nicola
Martella): I verbi ausiliari (io sono, io ho) sono quelli che usiamo di più ogni giorno e tante
volte; così era per Gesù e i suoi contemporanei. Non possiamo dare un
significato particolarmente teologico a un’espressione comune e quotidiana.
Vero?
▬
Risposta 2 (Giuseppe Lo Porto): Come tu scrivi nella tua
nota, quando Gesù affermò di essere prima di Abramo, i Giudei non caddero
a terra, ma presero delle pietre per lapidarlo: «Allora essi presero
delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» (Gv
8,59). Ciò che è quotidianità, rimanga tale.{18-02-2012}
6. {Rita Fabi} ▲
■
Contributo: Ti ringrazio molto per la tua risposta Nicola,
sicuramente non avrò compreso tutto. Infatti, non è che io abbia fatto un
esegesi del testo, perché non saprei neanche farla. Quello che ho fatto, è solo
vedere i versetti, che avevo letto; di certo così uno può anche interpretare
male il senso giusto, e questo sarà capitato anche a me. Ora che me lo hai
spiegato, è molto più chiaro, anche se, forse, come dici tu, per
desiderio devozionale, ancora continuo a vederci le stesse cose. Pace e che
Dio ti benedica. {20-02-2012}
▬
Risposta (Nicola Martella): Si veda qui le
questioni presentate qui:
«Giovanni
8 e “io sono”». Ringrazio questa lettrice per la sua onestà
intellettuale. Come lei ha compreso, non basta assemblare una lista di
versetti e interpretarli con un cattivo e coercitivo consigliere, qual è il
desiderio devozionale. L’esegesi contestuale serve ad appurare ciò, che
veramente c’è in un dato brano, non quel che si desidera trovare. Di là da
questo tema specifico, se si studia la storia dei dogmi, ci si renderà conto che
il desiderio devozionale ha prodotto molte malsane dottrine, che sono
diventate prigioni mentali dei cristiani nominali, distratti e superficiali.
7. {Luca Maggiorin} ▲
■
Contributo: Bravo (si fa per dire),
Nicola Martella. Di questo passo, andrai alla completa negazione della divinità
di Cristo e della Trinità. Quella dell’«io sono» non è una speculazione moderna,
ma una evidenza a cui i cristiani da sempre hanno creduto come ulteriore riprova
della divinità di Cristo; basta leggere ciò che dicevano i padri della Chiesa.
{20-02-2012}
▬
Risposta 1 (Nicola Martella): Luca Maggiorin,
dopo la tua ironia d’ingresso, permettimi una battuta: oltre a ciò che
affermano i cosiddetti, «padri della Chiesa», conviene investigare che cosa
hanno detto i «Cugini di campagna» e le eventuali «madri e suocere della
chiesa».
Rimando al mittente le insinuazioni riguardo a
una mia presunta «completa negazione della divinità di Cristo e della Trinità».
Si vede che non hai letto gli interi articoli, a cui questa discussione si
riferisce, o non ha capito nulla in merito. La divinità di Cristo e la Deità in
tre persone consustanziali e contemporanee, a cui fermamente credo, sono una
cosa, le costruzioni ideologiche sono un’altra cosa. A me interessa
l’esegesi contestuale, non le costruzioni dogmatiche, tenute artificialmente in
piedi con la convenzione religiosa.
Per altro, la
chiesa romana è maestra nel costruire sovrastrutture ideologiche di stampo
dogmatico e nell’accreditarle come verità (Ad esempio, che fine avranno fatto le
povere anime dei bambini e dei «giusti» fra i pagani, dopo che Joseph Ratzinger
ha decretato la presunta chiusura del sedicente Limbo? Dante Alighieri si
sta rivoltando nella tomba come un frullatore...).
▬
Replica (Luca Maggiorin): I frutti dello
Spirito sono: pace, bontà, mansuetudine, insomma l’opposto della tua risposta
acida e sgarbata. Tralascio questo tuo sminuire i padri della chiesa, così come
tralascio questo tua gratuita polemica anticattolica che non c’entra
nulla con l’argomento in questione (comunque se proprio lo vuoi sapere, il limbo
non è mai stato dichiarato come dogma ufficiale della chiesa cattolica, ma tu
queste cose non le sai); evidentemente l’astio anticattolico è troppo forte per
riuscirlo a trattenere.
E vengo al
punto. Io non ho detto che quella dell’«Io Sono» debba essere trasformato
in un dogma, ma, all’estremo opposto, nemmeno si può escludere con certezza che
possa essere una implicita attestazione della deità di Cristo. Insomma, una via
di mezzo ci vuole. Quindi, è per lo meno un indizio. Gesù rischiò di
essere lapidato perché secondo i suoi nemici stava bestemmiando, ma dichiararsi
coetaneo di Abramo non era una bestemmia in quanto anche gli angeli
esistevano al tempo di Abramo, e dichiararsi come un angelo non era una
bestemmia, in quanto gli angeli sono creature. Evidentemente quell’io sono reso
al presente in riferimento a un momento passato e remoto voleva significare che
il Figlio in quanto Dio non ha mai avuto un inizio. {21-02-2012}
▬
Risposta 2 (Nicola Martella): Luca Maggiorin,
a te è concessa l’ironia d’ingresso, ma a me non è concessa una battuta? La
legge è uguale per tutti, per altri è più uguale! Vedo che non hai letto i due
articoli (su Gv 8 e Gv 18,5-8), o insisti a non capirli. Se tu li studiassi
attentamente, allora ti accorgeresti che in Giovanni 8 c’è abbastanza
sostanza teologica relativamente alla pretesa di Gesù di essere uno col
Padre, senza scomodare una presunta «teologia dell’io sono».
Sul resto sorvolo come pure di menzionare i numerosi papi, che hanno insegnato
espressamente l’esistenza del Limbo a voce e per iscritto (cfr. anche
Wikipedia).
8. {Omar Stroppiana} ▲
■
Contributo: Sto studiando il vangelo di
Giovanni, quindi la lettura è stata utile. Grazie. Leggendo il vangelo senza
preconcetti, si vede che in Giovanni l’espressione «io sono» è soprattutto
utilizzata più volte con un predicato (p.es. «io sono il pane»,
«io sono la via», «io sono la luce»...) e sono tali predicati a
esprimere i concetti, con i quali Gesù provocava il suo uditorio; non era tanto
rilevante l’uso del termine «io sono», ma ciò, che affermava di essere e
le conseguenze (p.es. io sono il pane → per vivere avete bisogno di «nutrirvi»
di me). {22-02-2012}
▬
Risposta (Nicola Martella): Hai colto
proprio nel segno. Mettendo invece l’enfasi sul verbo (è solo un verbo
ausiliario comune) e dandogli un significato, che non ha, si trascura la cosa
principale:
■ 1. Il soggetto «eimi»: in greco come in
italiano si mette solo, quando si vuole enfatizzare qualcosa nel senso di
«proprio io» o «io a differenza di altri». Si veda qui il contrasto fra il buon
pastore e il mercenario (Gv 10,11ss), o fra Israele come «vigna» (Is 5,7) e la
pretesa di Gesù di essere Lui la «vera vite» (Gv 15,1).
■ 2. Il nome del predicato: L’enfasi stava su
pane, luce, via, verità, vita, risurrezione, ecc. Ciò rappresentava la
pretesa messianica di Gesù e l’adempimento di promesse messianiche.
Ad esempio, «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12) adempiva la seguente
promessa messianica: «Voglio far di te la luce delle nazioni, lo strumento
della mia salvezza fino alle estremità della terra» (Is 49,6; cfr. 42,6).
Quindi, la ricerca di
accenti sbagliati non solo viziano in senso ideologico l’interpretazione dei
testi, ma rendono ciechi rispetto al vero significato!
9. {Alessandro Zanconato} ▲
■
Contributo:
Premesso che non sono un esperto esegeta, vorrei alcune delucidazioni circa
Giovanni 8,59. Come mai i Giudei desiderano lapidare Gesù? Nel suo commento
a questo passaggio, MacArthur dice che è un riferimento a Levitico 24,16, dove
si parla della condanna di chi bestemmia il nome del Signore. MacArthur
sembra propenso a sostenere una «teologia dell’io sono». Per parte mia, dopo
aver letto gli articoli precedenti di «Fede controcorrente», sono indeciso.
In ogni caso la deità di Gesù è attestata da altri passaggi. {08-03-2012}
▬
Risposta 1 (Nicola Martella):
Secondo il patto dato a Davide, la sua discendenza con diritto a regnare era «unta a re» (quindi
anche Gesù) e chi aveva il diritto a regnare, era adottato da Dio a suo
«figlio». I Giudei volevano lapidare Gesù, poiché non credevano che lui
fosse il Messia. Inoltre, Gesù affermava di procedere da Dio, essendo
stato mandato da Lui, e di conoscere Dio personalmente. Ciò era inaudito per i
suoi connazionali. I Giudei aspettavano un Messia (= unto a re) figlio di
Davide, che Dio avrebbe adottato, non qualcuno che fosse venuto direttamente da
Dio e che esistesse ancor prima del loro patriarca Abramo. Per loro ciò era una
bestemmia. Tuttavia, tutto ciò non aveva nulla a che fare con la
cosiddetta «teologia dell’io sono».
▬
Replica 1 (Alessandro Zanconato): Grazie. Non tutti sono
d’accordo su questa posizione, per esempio la Bibbia cattolica di Gerusalemme è
più vicina alla posizione di MacArthur. Comunque ne terrò conto. {08-03-2012}
È strano perché anche
John Stott in «Le basi del cristianesimo» fa questo collegamento con Esodo
3,14 e dice, citando Giovanni e Esodo: «In questo “Io sono” non c’è una semplice
affermazione di eternità, ce ne è anche una di divinità: “io sono” è il nome
divino con il quale l’Eterno aveva rivelato se stesso a Mosè nel roveto ardente»
(p. 41; ed. GBU). Pure la Luzzi riporta a margine del versetto di
Giovanni 8 la menzione di Esodo 3,14. {09-03-2012}
▬
Risposta 2 (Nicola Martella): Queste sono conclusioni sillogistiche, basate non sull’esegesi
contestuale, ma su scelte dogmatiche a priori. Non mi pare che John Stott
sia un esegeta e che il suo libro brilli per esegesi contestuale! La sua è
un’opera di teologia sistematica, di dogmatica. I «filosofi della dottrina», in
genere, fanno dichiarazioni (non di rado come convenzioni di gruppo), ma non
dimostrano. Per la teologia esegetica contestuale ciò, che è dichiarato,
ma non è dimostrato, non ha nessuna forza probatoria, rientra nelle opinioni
soggettive ed è perciò senza valore.
I «filosofi della dottrina» mettono insieme
cose, che sono chiare solo a loro, avendo essi scelto di credere così. Essi
trascurano il fatto che da un evento a un altro (p.es. dal Sinai di Mosè
alla Sion di Gesù) erano trascorsi più di 1.400 anni, erano cambiati il quadro
politico, la lingua, la cultura generale e quella religiosa. Inoltre, essi
trascurano pure il fatto che nelle epistole non c’è traccia di una tale
«teologia dell’io sono». Mediante la versettologia indebita, il falso
sillogismo, l’allegoria, l’indebita spiritualizzazione e altro, essi
avvicinano cose lontane nel tempo e distanti linguisticamente e
teologicamente e le fanno apparire, a torto, coincidenti; facendo ciò, si
limitano ai proclami solenni, senza una vera prova esegetica.
Se dovessimo poi dare credito a tutti i riferimenti
incrociati, giusti ed errati, che i traduttori mettono nelle loro Bibbie,
buonanotte! Una volta un predicatore conosciuto predicava sul fatto che il
cavaliere sul cavallo bianco di Apocalisse 6,2 sarà un angelo distruttore
durante la grande tribolazione; si alzò qualcuno in tale conferenza e protestò
con veemenza, tacciandolo di bestemmia, poiché il riferimento nella sua Bibbia
riportava a Apocalisse 19,11 e questi è chiaramente il Messia. Ecco il falso
sillogismo: tutti i cavalieri su cavallo bianco devono necessariamente
essere il Messia, poiché ce lo indica la letterina o il numerino «ispirato».
Prescindo qui da altre «alchimie» dei riferimenti messi dai traduttori, i quali,
a volte, collegano così capre e cavoli, ossia cose che non c’entrano
nulla.
▬
Replica 2 (Alessandro Zanconato): Va bene; aggiungo soltanto che se Stott non è un esegeta (ma come teologo
è assai preparato), Luzzi lo è certamente, e non è uno dei peggiori!
Inoltre, anche gli esegeti cattolici della Bibbia di Gerusalemme (assai
competenti in materia) nel loro commento confermano punto per punto la posizione
di Luzzi e della stessa Nuova Riveduta 2006, che infatti riporta i
medesimi riferimenti. È inoltre molto interessante la loro traduzione
dell’ebraico di Esodo 3,14. Io sono un evangelico nato di nuovo, salvato per
grazia mediante la fede, come penso tutti voi. È mio preciso diritto e dovere
esaminare ogni affermazione — la tua compresa — alla luce delle Scritture e di
ragioni evidenti, e ritenere il bene. Visto che la tua posizione non è
confermata da parecchi esperti in materia, rimango perplesso, ma non ho alcuna
volontà di polemizzare su questo punto.
Tra parentesi, la
Bibbia di Gerusalemme spiega bene le ragioni filologiche della traduzione di
Esodo 3,14 con «Io sono colui che sono» e fa interessanti riferimenti alla
traduzione greca alessandrina del passo. {09-03-2012}
▬
Risposta 3 (Nicola Martella): Sinceramente, ragionare di Stott, di Luzzi, di Nuova Riveduta e di Bibbia di
Gerusalemme e dei loro riferimenti incrociati e delle loro note, non mi
appassiona. Questo lettore fa riferimento anche la Settanta, ma non afferma
che cosa direbbe di sostanziale. Questo è un discutere sul niente.
Preferisco ragionare sugli argomenti e non sulle intenzioni, sulle prove
esegetiche e non sui proclami dottrinali. Tale approccio ci fa solo smarrire
il vero tema in discussione. Faccio un ultimo sforzo.
Le letterine di riferimento di nessuna Bibbia
sono ispirate, ma sono messe lì per scelta dei traduttori o per convenzione (una
traduzione le prende da un’altra); non sono ispirate neppure le loro note, che
spesso hanno ragioni dogmatiche, non esegetiche.
La Bibbia, che porta il
nome di Luzzi (propriamente è la «Riveduta», ossia della Diodati), non fu
tradotta da Lui, ma era appunto solo una revisione condotta da un gruppo di
persone. Fu il fascismo, che costrinse i revisori a metterci un responsabile. La
Bibbia di Luzzi, se così la si vuol chiamare, è tutt’altra cosa (non è la
Riveduta!) e contiene note e glosse di traduzione; essa non ha avuto una grande
diffusione e non credo sia ancora in commercio. Anche verso il Luzzi, come
riguardo ad altri, bisogna sempre verificare se fanno asserzioni esegetiche
(esse sono motivate e provate con l’esegesi contestuale) o se fanno proclami
dogmatici (opinioni dottrinali senza prove esegetiche, ma tutt’al più paralleli
versetto logici, debiti o indebiti che siano).
Possiamo chiudere qui?
▬
Replica
3 (Alessandro Zanconato): Come credi.
Quanto all’esegesi contestuale, i miei dubbi rimangono, anche perché in un altro
passo di Giovanni (10,30-33), si fa riferimento a un secondo tentativo di
lapidare Gesù; e qui la motivazione è: «Perché tu, che sei uomo, ti
fai Dio». Il «di nuovo» del verso 31 si riferisce all’8,59. Comunque
mi terrò le mie perplessità.
Vorrei aggiungere anche che, da un punto di vista
logico, non mi sembra soddisfacente affermare che in questo passo si stia
parlando solo della messianicità di Gesù. Per una serie di ragioni:
▪ 1. Il tema della messianicità in Giovanni è strettamente correlato a quello
della sua deità; ▪ 2. La preesistenza divina è attributo del Logos, che nel
prologo non è solo qualificato come esistente prima di tutte le cose e presso
Dio, ma anche come «Dio» in se stesso; ▪ 3. In Giovanni 10,31-36, passaggio in
cui nuovamente i Giudei tentano di lapidare Gesù, si parla di accusa di
bestemmia per essersi fatto Dio e «Figlio di Dio», non semplicemente «Figlio
dell’uomo».
Un’altra cosa che mi lascia perplesso è la seguente:
perché le principali traduzioni italiane rendono ego eimi di quel
passo con «io sono» e non con «io esisto» o affini? Come mai sono cadute tutte
in un errore tanto marchiano, se è vero quanto affermi? Mi sembra francamente
insostenibile dover credere che l’abbiano fatto per carenza di basi esegetiche o
per influenza di posizioni dogmatiche aprioristiche. {10-03-2012}
▬
Risposta
4
(Nicola Martella): Vedo che questo tema sta diventando eterno e vengono
riproposte cose, a cui ho già risposto.
Io non ho problemi con la deità di Gesù, con
l’eterna preesistenza del Logos, né con la Deità in tre persone consustanziali e
contemporanee. Tuttavia, tutto ciò non ha nulla a che fare con una presunta
«teologia dell’io sono».
Neppure i discepoli avevano capito la deità di
Gesù, durante il suo ministero, figuriamoci i Giudei, suoi contemporanei!
Essi tutti aspettavano solo il Figlio di Davide, l’Unto a re (= Messia). Che
Gesù avesse avuto la consapevolezza della sua origine e della sua natura, è
fuori dubbio; altra cosa è la comprensione dei suoi contemporanei di ciò. Gli
apostoli e gli altri discepoli erano persone di transizione dal vecchio al
nuovo patto; la loro conversione e rigenerazione nel senso del nuovo
patto era qualcosa, che Gesù l’annunziò come futura rispetto al Golgata (cfr. Lc
22,32) e che si realizzò solo dopo la sua risurrezione (Gv 20,22). Solo dopo la
risurrezione e, ancor più, dopo l’ascensione (praticamente da Pentecoste
in poi), lo Spirito Santo apri la mente degli apostoli a capire il mistero:
Colui, che era asceso al cielo, vi era prima disceso (cfr. Fil 5,15ss; Gv
1,1ss.14.18).
Lo studioso abituato a fare filosofia dogmatica e non
esegesi contestuale, trascura la potenza delle convenzioni religiose e
del consenso su una certa cosa, ad esempio sulla presunta «teologia
dell’io sono». Come mostrano le varie false dottrine della religione popolare e
anche tra i cristiani, quando una convinzione dogmatica, un costume religioso o
un’abitudine morale si radica, è molto difficile da estirpare. La convenzione e
il consenso sono potenze incredibili, che resistono anche dinanzi alle evidenze
scritturali!
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► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Dot/T1-Teolog_io-sono_Mt.htm
20-02-2012; Aggiornamento:
14-03-2012 |