Andrea Poggi, intervenendo nel dibattito, dava come
soluzione del problema esistenziale di Patrizia un trattamento
inusuale: una liberazione interiore da un presunto «spirito di
rigetto» o «spirito di morte» mediante una pastorale
esorcistica! A tutto ciò do risposta nel sunnominato articolo,
confrontandomi con lui in due tornate. Anche la stessa Patrizia
gli risponde nel merito.
■
Sara Iadaresta Esposito: Ho letto anche il seguito
dell’articolo «Mia madre non mi ha mai amata»,
cioè il confronto con Andrea Poggi. Quando ho capito cosa
intendeva realmente, m’è scappato da ridere... Come si fa a
credere cose simili? Mah! Santa giornata nel Signore!
{25-05-2010}
■ Volto Di
Gennaro: Non conosco il fratello Andrea Poggi. Non condivido quanto egli
afferma. Ad ogni modo, come nel caso di Giobbe, è assolutamente necessario che
la sorella alzi la voce per discutere con ardore col Signore. E il Signore le
risponderà direttamente; solo «quella voce» risolve i nostri «perche». Dio ci
benedica. {25-05-2010}
■ Salvatore
Paone: Avvolte, non capisco come si fanno a dare delle «cartelle cliniche»
senza aver fatto una diagnosi ben accurata? Per me è una conclusione affrettata
quel di Andrea Poggi. E aggiungo: Potrei sapere dove sono menzionati nella
Parola di Dio tali spiriti? Visto che non ho trovato «spirito di morte» e
«spirito di rigetto» nella Bibbia, sarei curioso di sapere da dove escono certe
concezioni... {25-05-2010}
■ Manfredi Demurtas: Molto bello e interessante! purtroppo riguardo ai «liberatori di spiriti» ho una pessima opinione dovuta ad esperienze che alcuni «esorcisti» hanno tentato di fare in chiesa da noi. Per ogni cosa attribuivano il problema a uno spirito. Che tristezza. {29-05-2010}
2. {Patrizia Miceli} ▲
Nota redazionale: Intanto che rispondevo ad Andrea Poggi, mandai copia dello
primo scritto
di lui alla lettrice, perché lo leggesse ed eventualmente
rispondesse. Quando lei scrisse tale contributo, non conosceva
ancora le mie risposte.
Che
dire? Ringrazio l’esorcista Poggi dell’interessamento, ma mi preme
rispondere che intanto, e la Bibbia me ne da ragione, non ho da
credere alle maledizioni generazionali.
So
per certo che, se anche mia madre fosse per assurdo il braccio
destro di Satana (cosa che non è, perché è una poveretta che non
conosce cosa significa amare), io non avrei da piangere alcunché
sulla mia persona. Infatti il Vangelo m’insegna che, se si è
ammalati o se c’è qualche tribolazione, alla domanda inerente al
nato cieco: «Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?»,
sappiamo tutti cosa rispose Gesù. Basta leggerlo in Giovanni 9,2 e
seguenti.
Quindi, non mi sento per niente oppressa da eventuali peccati
di mia madre, perché qualunque maledizione (ammesso che ci sia) non
mi sfiorerebbe più di tanto. «Come il passero vaga qua e là e la
rondine vola, così la maledizione senza motivo non raggiunge
l’effetto» (Proverbi 26,2).
Voglio precisare che le mie malattie sono state tutte legate alla
gastrite iniziale, data per lo stress e per la vita non facile,
che hanno indebolito uno stomaco, già di suo non troppo forte nelle
pareti (ma sono certa che né il mio intestino né l’esofago abbiano
mai maledetto il mio stomaco). Da li i miei problemi. Tutto qui.
Mio marito era un donnaiolo e giocatore incallito di carte, e
se n’è andato, scegliendo una persona più adatta a lui. Meglio sola
che male accompagnata, si dice dalle mie parti.
Alla preoccupazione se io sia stata abbandonata da amici e
parenti tutti, devo sinceramente rispondere che ho tanti
conoscenti, che mi stimano, e parecchi amici che m’amano, come
essere umano e come sorella in Cristo. Non per niente, quando mi
sono ritrovata sola, nei periodi post operatori, sono state le
sorelle e anche persone non convertite, che mi hanno aiutato,
sostenuto e fatto da madre e padre. Una mia vicina di casa
che m’accudiva, adesso è una sorella e viene in chiesa con me;
quindi anche nella difficoltà, Dio ha tirato fuori i suoi frutti.
Grazie a Dio ho un rapporto meraviglioso con mio fratello,
troppo impegnato con famiglia e lavoro per dedicarsi a me, ma sempre
presente (mi chiama quattro volte al giorno e appena possibile vado
sempre a trovarlo). Quindi le maledizioni fatte nel grembo materno
io non le vedo proprio. Mia sorella ha lo stesso identico
carattere di mia madre e non la vedo e non la sento. Mio padre
ha accettato da poco il Signore e viene in chiesa con me.
Un
detto recita: «Chi è causa dei suoi mali pianga se stesso»; io cosa
ho da piangermi? Ho avuto questa croce d’avere una «non madre»,
ma Dio ha provveduto, ampiamente, credimi. Resta di fatto la
ferita nel mio cuore perché, umanamente parlando, non capisco
come tutti mi vogliano bene e chi mi ha messa al mondo neanche mi
cerca e si disinteressa di me, come se io fossi meno che un
randagio. È questo il mio dolore, che può lenire solo Dio, nei tempi
che vorrà Lui.
Questa discussione a cui stiamo partecipando, nasce dalla mia
domanda al fratello Martella (che stimo tantissimo sia come studioso
esegeta e quant’altro, che come curatore d’anime — forse una qualità
che tanti ignorano e che mi piacerebbe conoscessero). La domanda
è nata dal dubbio instillatomi da alcuni pastori del passato che mi
dicevano d’onorare padre e madre, per non andare contro al primo
comandamento con promessa (la lunga vita).
Sinceramente, di tutte queste prese di posizione esorcistiche
non ne vedo la necessità. Anche perché per esperienza (povera me)
sono scappata da ambienti carismatici, dove tutto era maledizione e
si sgridavano spiriti da mane a sera. Dio ce ne liberi da siffatti «sgridatori»
carismatici.
Mi
riservo di rispondere per ulteriori chiarimenti. Pace e
benedizioni generazionali. {23 maggio 2010}
3. {Pietro Calenzo} ▲
Ho letto con molto
interesse, poiché conosco molto bene la sorella Patrizia, gli eloqui del
credente Poggi. È molto insolito, ameno, direi impossibile, alla luce
dell’intero messaggio neotestamentario (e biblico in generale) l’asserire che
una nata da Dio, per mezzo dell’opera dello Spirito Santo, possa essere
vessata da demoni, i quali avrebbero poi autorità sui vari organi del
corpo o su una malattia d’un fratello o d’una sorella, nati da Dio. Come
l’apostolo Paolo c’educe, il figlio di Dio è una nuova creazione, ecco le
cose vecchie... ribadisco «le cose vecchie sono passate». Con tutto
l’affetto cristiano per il credente Poggi, mi piacerebbe udire dalla sua voce,
se Paolo, Timoteo, Trofimo, Epafrodito (in relazione solo al Nuovo Testamento)
avessero bisogno d’una particolare prassi esorcistica in relazione alle loro
malattie. O se campioni della fede, come di Davide, Giobbe, Geremia e tanti
altri santi dell’Antico Testamento, trovandosi in una situazione di distretta,
avessero bisogno non tanto d’affetto, comunione spirituale o d’amore da parte
dei loro fratelli o congiunti, ma d’una particolare prassi esorcistica, magari
con l’ausilio d’audizioni sonore d’una nomenclatura demonologica.
Mi spiace, ma
non posso condividere la non biblicità dell’asserzione del credente Poggi. È
estremamente pericoloso e non scritturale affermare che si può essere figli di
Dio e asserire nel contempo che, per carenze affettive o genitoriali, si possa
aver bisogno di liberazione. Liberazione da chi e da cosa, se la Bibbia
afferma che siamo il tempio (naos il luogo santo del tempio) dello
Spirito Santo!? Liberazione da cosa, se anche il più grande apostolo del Signore
era malato!?
La fede si
deve fondare, sempre e in ogni caso, sulla esegesi scritturale, e non
sulla sperimentalità della stessa. La storia del mondo riformato ed evangelico
c’indicano e ci mettono in guardia che non sempre le esperienze, che si
pensano essere spirituali, provengono da Dio.
Mi pare
d’udire nelle tesi del caro credente Poggi, molti influssi delle particolari
metodologiche carismaticiste di personaggi come Hinn, Annacondia, C.
Freidzom, K. Khulman, P.Y. Cho, P. Wagner, Wimber, Peretti e tanti altri
santoni, dispensatori della nuova teologia carismatica e neo-pentecostale, in
particolar modo delle cosiddette terze e quarte ondate o visitazioni dello
Spirito; tutto ciò ha portato così tanta confusione nella variegata
costellazione pentocarismatica, in materia di pastorale di liberazione e di
consulenza fraterna.
Mi domando, e
qui la questione è certamente seria e rilevante, se esulando dal caso di specie,
quale giovamento possa produrre in un nato di nuovo sofferente di questa o
quella malattia, o vittima di disaffezioni dei propri cari, o quanto meno della
assoluta carenza affettiva d’un genitore, il sentirsi dire: «Tu sei un
credente, ma hai bisogno di liberazione!». Non è aggiungere peso su peso...
e in modo non bibliocentrico! Il sacrificio del Signore Gesù, che fu cruento e
volontario, ha così tale e cotanta dynamis (potenza), che l’apostolo
Giovanni giunse al punto d’affermare ai neofiti cristiani: «Giovani, avete
vinto il maligno» (1 Gv 3,14). Benedizioni nel santo nome di Gesù.
{25-05-2010}
4. {Patrizia
Miceli} ▲
Ho letto i vari
contributi e devo dire che rimango ancora sconcertata per come si possa
credere a certi spiriti, per i quali io necessiterei di liberazione in ogni
caso. Faccio presente una cosa, in base alla mia testimonianza:
Questo
«spirito di rigetto» o «spirito di morte», come mai non è riuscito ad
agire proprio nel momento più delicato della mia vita? Cioè quando, disperata
per le difficoltà, volevo farla finita? Come mai, invece, Dio si è rivelato a
me, nella sua Parola? Da chi sono stata spinta a prendere quella vecchia Bibbia
impolverata e leggerla prima di «appendermi» a una corda? Chi mi ha convinto a
desistere, considerando che c’era uno «spirito di morte» (non so se piangere o
ridere) in giro sulla mia vita? Ecco si pongano queste domande e si (e mi)
rispondano i seguaci della teoria spiritistica (si dice così?).
A parte il
fatto che ritengo sbagliato dare la colpa agli spiriti in qualunque
situazione, perché questo esonererebbe la persona in questione dal crescere e
maturare spiritualmente, affibbiando invece la colpa dei propri difetti, allo
spirito del momento.
Per quanto
riguarda lo spirito che esce gemendo e urlando... meglio che non mi
pronuncio.
So solo che
come cristiani dovremmo avere parole di conforto, d’edificazione e di
(amorevole) correzione, anziché avere la licenza d’instillare paure nel nostro
prossimo. Ringrazio a Dio di non essere impressionabile, se no ero già bell’e
fritta.
In ultimo, per
quanto riguarda il rapporto con mia madre, ho sempre cercato di
soprassedere e sorvolare, mettendola anche davanti alle storture che applicava
riguardo ai figli, soprattutto verso la mia persona. A niente è mai servito.
Posso solo pregare che, fosse anche nell’ultimo istante di vita, riconosca i
suoi sbagli e chieda perdono a Dio. Io l’ho già perdonata, anche se il mio
attuale stato di salute m’impone di stare tranquilla e quindi lontana da lei.
{26-05-2010}
5. {Antonio Capasso} ▲
Premesso che non
condivido per niente ciò che dice Andrea Poggi, credo però che anche i
credenti, a volte, hanno bisogno di liberazione. Non parlo di possessione,
perché non può convivere in un credente la luce e le tenebre. Ma, alle volte, ci
può essere un oppressione diabolica e per questo bisogna che ci sia una
liberazione. Questo lo dico più per esperienza che per un chiaro dato
biblico, anche perché, converrai con me, la Scrittura per quanto riguarda questo
argomento è molto scarna di informazioni.
Ti racconto
una mia esperienza. Anni fa, a una credente (carissima sorella) le sfuggì
di mano il suo fratellino di 5 anni che fu investito e morì. Lei si sentiva in
colpa per quello che era accaduto. Dopo qualche giorno questa sorella incominciò
ad avere dei disturbi, sveniva e non si riprendeva che dopo molto tempo.
Un giorno svenne e non si riusciva a farla rivenire in nessun modo, nonostante
l’intervento del medico. Un fratello ebbe un’intuizione spirituale (dono del
discernimento?), comprendendo che il problema era spirituale, invito tutti a
inginocchiarsi e pregare. Mentre si pregava, ella incomincio a contorcersi
nel letto, circa 20 minuti dopo che si pregava, dai suoi occhi incominciarono a
scendere delle lacrime, pur rimanendo immobile e silenziosa, finché un po’ alla
volta incomincio a lodare Dio con forza. Dopo ci raccontò che Dio le aveva
parlato e l’aveva incoraggiata. Da quel giorno non ebbe più problemi del genere.
Ti preciso che non ci fu nessun esorcismo né l’intervento di un «grande uomo di
Dio», ma la semplice la preghiera di un bel gruppo della comunità, affinché
venisse liberata dall’accusa di Satana, che le provocava queste reazioni.
{26-05-2010}
6. {Nicola Martella} ▲
La prima domanda è
questa: «Da che cosa hanno bisogno liberazione i credenti rigenerati?».
Andrea Poggi parla di una presunta affezione occulta (spirito di rigetto o di
morte), da cui la lettrice avrebbe dovuto trovare liberazione. Anche Gianni
Siena parla di un’eventuale demonizzazione settoriale (corpo, sentimenti) nel
credente rigenerato, da cui bisogna essere liberati. A tale visione di cose non
posso che dissentire, poiché tali asserzioni sono basate su una convenzione
dottrinaria basata sulla cosiddetta «teologia dell’esperienza» e non su
un’esegesi contestuale rigorosa.
Bisognerebbe
anche stabilire che cosa sia una «oppressione diabolica»: particolari
problemi della vita visti come un attacco diabolico, determinate tentazioni
della carne, periodi di malattia fisica, scoraggiamento o depressione, ecc.
Tutto ciò che viene dall’esterno dev’essere combattuto all’esterno del credente,
non liberando lui. Particolari stati d’animo non necessitano di liberazione da
un presunto demone, ma tale credente dev’essere aiutato secondo il problema
mediante il sostegno in preghiera, l’attestazione d’affetto, l’incoraggiamento,
l’esortazione, l’ammonizione, il ravvedimento, il mutamento di stile di vita,
l’ubbidienza della fede, eccetera. Se si studiano le espressioni in cui compare
«gli uni gli altri» o simili, ci si accorgerà che non ricorre in essa il termine
liberazione o liberare.
Se usiamo i
termini in modo improprio (p.es. «oppressione diabolica», che mai ricorre
nella Bibbia, per tentazioni particolari) mediante allegorizzazione e
spiritualismi, allora si daranno risposte errate. Quando Gesù comunicò ai
tre discepoli più intimi che l’anima sua era «oppressa da tristezza mortale»,
non chiese «liberazione», ma sostegno in preghiera (Mt 26,38). Quando questi
ultimi fallirono, Dio gli mandò un angelo, non per «liberarlo» dalla croce o da
un presunto demone, ma per confortarlo (Lc 22,43) dinanzi al timore di ciò che
sarebbe venuto. Quando una donna deve partorire, non chiede liberazione dalla
gravidanza, ma sostegno durante il parto. L’autore dell’epistola agli Ebrei
ripensò a tale lotta nel Getsemani, quando affermò che Gesù, «nei giorni
della sua carne, avendo con gran grida e con lacrime offerto preghiere e
suppliche a Colui che lo poteva salvare dalla morte, e avendo ottenuto d’essere
liberato dal timore, benché fosse
figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì» (Eb 5,7s).
Gli
atteggiamenti mentali sbagliati o patologici non possono essere esorcizzati,
ma solo mutati. «E non siate conformi a questo mondo, ma siate trasformati
mediante il rinnovamento del senno, affinché siate in grado di provare quale sia
la volontà di Dio: quella buona e gradita e perfetta» (Rm 12,2).
Quando ci si
basa più sull’esperienza che su un chiaro dato biblico, si possono dire
cose giuste al posto sbagliato, una cosa per intendere un’altra oppure cose del
tutto errate. Come ho detto sopra, il rischio è che ripetendo sempre di nuovo
certe cose, si crea un consenso dottrinario su tale cosa, che poi nessuno
metterà più in discussione. Laddove «la Scrittura… è molto scarna di
informazioni», si fa bene a non andare oltre a ciò che è scritto.
Se dovessi
fare un’analisi di tale esperienza particolare riguardo a tale credente,
il cui fratellino fu investito mortalmente, direi che tale donna non aveva
nessuna affezione occulta, ma soltanto sensi di colpa. Che una profonda angoscia
o un trauma possa creare fenomeni imprevedibili sul corpo e sulla mente, è
conosciuto sufficientemente dalla psicologia. A Gesù stesso, che era in agonia
mentre pregava intensamente (Mt 26,38 oppresso da una «tristezza mortale»), «il
suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano in terra» (Lc
22,44).
Che un grande
trauma possa produrre svenimenti, ciò è accertato. La cosa peggiora che
si possa fare, è proiettare un’analisi metafisica (oppressione diabolica) in
tale povera persona. Che la preghiera comune e prolungata insieme a tale
credente possa essere terapeutica, è fuori discussione. Che Dio possa toccare e
guarire un’anima ferita e traumatizzata all’interno di un processo di cura
d’anime, è fuori discussione. Guai però a proiettare un’analisi metafisica
(oppressione, possessione diabolica, ecc.) a fenomeni psicosomatici (svenimento,
contorsioni, ecc.), la cui causa è spiegabile in modo del tutto naturale. Tale
donna era traumatizzata e i suoi sensi di colpa la portavano in tali
stati alterati di coscienza; che poi Satana ricami sulle nostre miserie,
ciò è un altro paio di maniche. Sono già i nostri pensieri che ci accusano e ci
scusano (Rm 2,15); il diavolo amplifica soltanto ciò che c’è (Zc 3,1 il
sacerdote Giosuè impuro). Egli, se ci accusa, lo fa piuttosto dinanzi a Dio (Ap
12,10). Quando avviene una tale accusa del diavolo, la soluzione per un credente
rigenerato non è la liberazione da un presunto demone, ma riconnettersi alle
promesse di Dio: «Chi accuserà
gli eletti di Dio? Dio è quel che li giustifica.
Chi sarà colui che li condanni?
Cristo Gesù è quel che è morto; e, più che questo, è risuscitato; ed è alla
destra di Dio; ed anche intercede per noi» (Rm 8,33). E qui un consulente
competente o un gruppo di sostegno possono essere certo di grande aiuto.
Ci si può
tragicamente sbagliare con le analisi metafisiche di problemi psicofisici; e vi
è assoluta necessità di quella che io chiamo «analisi differenziale»:
accertare le cause reali (mediche, spirituali, metafisiche) di un fenomeno e
agire di conseguenza. Ecco due casi, in cui sono stato coinvolto. Fui chiamato
insistentemente ad andare in una certa chiesa (dei Fratelli), poiché una
giovane donna credente era entrata in completo stato confusionale, dopo che
un gruppo di credenti per vari giorni e notti pregarono con lei, convinti che
lei fosse demonizzata, ma non ottenendo nulla. Io rifiuto di mettere le mani in
cose, dove altri hanno già intorbidito le acque, ma l’insistenza per giorni del
fratello di tale credente mi fece fare un’eccezione. Quando arrivai, il «gruppo
di liberazione» se n’era già andato, trovai una donna del tutto fuori di sé, che
faceva cose strane e farfugliava in stato confusionale. Ogni possibilità di
comunicare con lei fu inutile. Il consiglio che diedi alla famiglia e ai
credenti fu questo: tale donna doveva essere ricoverata e sedata; tali
improvvisati esorcisti l’avevano portata a una situazione mentale di completa
confusione, mandandola in tilt. Fecero come dissi loro e la donna pian piano
recuperò l’equilibrio psichico e spirituale. La nota dolente fu questa: poiché
l’ultimo a essere stato lì fui io, lei proiettò su di me l’origine dei mali, che
altri le avevano causato.
Un altro caso
è il seguente. Un giorno incontrai un credente che mi disse all’incirca: «So che
ti occupi di casi di occultismo. Lo faccio anch’io e Dio mi ha risposto
pressoché in tutto, tranne a cacciare gli spiriti dagli epilettici». Mi
cascarono le braccia. Gli epilettici non solo hanno il loro male, ma possono
avere la sfortuna di incontrare tali autonominati esorcisti, che prima
interpretano tali stati di parossismo come manifestazione diabolica e poi
pretendono di scacciare tale presunto demone dell’epilessia! E sapete da dove
proviene tale inganno? Chi ha tradotto la Luzzi (Riveduta), non credendo
alle demonizzazioni e interpretandole come patologie mediche, ha messo come
titoletto esplicativo «Guarigione di un fanciullo epilettico» a un testo che
parla di per sé di una possessione iterativa! (Lc 9,37ss). Anche la «Nuova
Riveduta», di là dai suoi altri difetti, ha messo qui poco correttamente il
titoletto «Guarigione di un indemoniato». Luca, essendo medico, ben sapeva che
una malattia si guarisce, mentre da una demonizzazione si viene liberati! Come
si vede, senza competenza e «analisi differenziale» si fanno soltanto
danni incalcolabili alle persone e all’Evangelo.
7. {Maurizio Luppoli} ▲
Caro Nicola, mi
riferisco al tema «Liberazione interiore e pastorale esorcistica 1
». Vorrei capire meglio il tuo punto di vista circa la tesi di Andrea
Poggi, sita in tale pagina, dove sono pubblicate alcune lettere, tra cui la
suddetta tesi e le tue osservazioni.
Nell’esposizione della sua tesi, Andrea Poggi parla di «ministrare una
liberazione», e ancora di «un gruppo specifico di consulenza che può ministrare»
e parla, inoltre, dell’importanza che tutto questo si svolga «sotto la guida e
il controllo dello Spirito Santo» e di «legalità di Satana».
Premetto
che non ho i mezzi culturali per contestare alcunché, che credo fermamente nella
potenza dello Spirito Santo, che la presente è scritta al solo fine di chiarire
a me stesso, in primis, alcuni dubbi e alfine di chiarire gli stessi dubbi che
potrebbero avere altri, visto che, presumo, questo scritto verrà pubblicati sul
sito «Fede controcorrente».
Nella
tua risposta tu hai parlato di «esorcismo», di «un uomo potente» che,
entrambi, potrebbero essere causa d’una «deresponsabilizzazione etica del
credente».
Prima di
tutto vorrei capire cosa s’intende quando si parla di «legalità di Satana».
So che l’espressione non è tua, almeno nella pagina in questione, ma la
curiosità sorge spontanea, visto che le implicazioni d’una cosa del genere
potrebbero essere a dir poco, devastanti. Sicuramente ne sai quanto basta.
Poi vorrei
capire se, dal tuo punto di vista, quel punto di vista formato dalla tua
autorevolezza in campo biblico, ritieni possibile o no che possano esistere
persone talmente avanti nella cura dello spirito, nella preghiera, nel contatto
intimo con Dio, che possano avere, come dire, ma l’espressione non mi piace, «poteri
di guarigione», anche attraverso l’imposizione delle mani, persone, in buona
sostanza investite dallo Spirito Santo.
Vorrei
capire cosa dice la dottrina circa i versetti Marco: [16,]15-18.
Marco 6,13
parla d’uomini che guarivano gli infermi. A quel tempo, «il tempo di Gesù» era
vicino, molto vicino e chi lo aveva conosciuto o chi aveva conosciuto gli
apostoli, aveva la possibilità d’avere una fede forte e «il credere»
poteva fare miracoli, come dice lo stesso Gesù.
Il
messaggio divino di Gesù si basa tutto sulla fede, sul «credere»: «se
avete fede e non dubitate» (Matteo 21,21-22). Se uno non crede, non succede
nulla. Ma se uno crede, vale questo: «....ma se anche diceste a questo monte:
“levati di lì e gettati nel mare”, ciò avverrà» (Matteo 21,21). Sono parole
di Gesù.
Il mio
dubbio è questo: non credere nella potenza dello Spirito Santo, nella
possibilità che Egli possa investire gli uomini della sua forza, della sapienza,
dell’amore, della gioia ma anche della guarigione, non è un po’ come tarpare
le ali allo Spirito? Forse è proprio per questo che nell’era moderna sembra
che non ci siano casi del genere. L’incredulità e la sfiducia, la paura di
«cascarci», di passare per «fessi», l’azione sconsiderata di molti Farisei
moderni, che blocca la fiducia e quindi la fede, può essere secondo te la
causa della «non azione» dello Spirito Santo circa le guarigioni, sia
interiori che esteriori? E se una persona è legata in modo potente a qualche
cosa, che lo separa da Dio, penso alle dipendenze, non può una preghiera
costante, intensa, fatta da un gruppo di persone piene d’interessamento per
quella persona, fatta con vera fede, scatenare l’azione benefica e miracolosa
dello Spirito di Dio? Mi sembra che, in generale, facciamo di tutto per
impedire allo Spirito di Dio d’esprimersi pienamente nella nostra società,
nel nostro mondo. Mi sembra che coltiviamo la sfiducia invece che la fede.
Caro Nicola
ti ringrazio della risposta che vorrai darmi. Con affetto fraterno, in Cristo...
{26 maggio 2010}
8. {Nicola Martella} ▲
Maurizio mette,
come si suo dire, troppa carne a cuocere. Il rischio è che si vada fuori tema e
ci si impantani in altre questioni, che non sono oggetto qui di dibattito.
Le
questioni che qui sono oggetto di discussione, sono soltanto quelle che
riguardano l’analisi del caso di Patrizia Miceli. Tutta la discussione con
Andrea Poggi e, in parte, con è Gianni Siena, è nata da un’analisi metafisica
del problema sociale (e psicologico) di tale credente: la mancanza d’amore da
parte della madre. Alle questioni strettamente connesse a tale caso ho risposto
sufficientemente già nella risposte agli altri lettori, sia in questo tema (si
veda sopra), sia nel confronto con Andrea Poggi e Gianni Siena. Qui non farei
altro che ripetermi.
Chiaramente
bisogna distinguere le opinioni della «pastorale esorcistica» dalle mie, che
sono per una «pastorale biblica» (si veda in merito nella letteratura
suggerita).
Perciò
rispondo solo brevemente qui di seguito. Nella «pastorale esorcistica» per «legalità»
s’intende un potere reale e un diritto che si darebbe al diavolo, peccando (o
almeno commettendo certi peccati). È una visione non condivisibile per me, anche
perché la soluzione di tale presunta demonizzazione sarebbe una «liberazione
interiore» da tale presunto demone mediante un «atto di potenza» esterno,
non un semplice ravvedimento e mutamento morale, che è un atto personale
interiore e concreto.
Quanto ai
cosiddetti «poteri di guarigione» non è qui il luogo per parlarne.
Rimando perciò sul sito nella sezione «Carismaticismo» alla rubrica «Guaritori».
Si vedano inoltre nel mio libro: Nicola Martella,
Carismosofia (Punto°A°Croce, Roma 1995), gli articoli: «Religione
di potenza», pp. 46-50; «Segni e prodigi», pp. 84-90; «Guarigioni», pp. 91-97;
«Ministero di guarigione», pp. 98-111. Tale tema è affrontato da me anche in
Nicola Martella, La salute fra scienza, religioni e ideologie,
Malattia e guarigione 1
(Punto°A°Croce, Roma 2003): «Spirito e
materia nella scienza e nella teologia», pp. 79-91;
«Commistioni fra guarigione
ecclesiale e paranormale», pp.
92-104. La questione
delle guarigioni è affrontata in tutti i suoi aspetti in Nicola Martella,
Dizionario delle medicine alternative,
Malattia e guarigione 2
(Punto°A°Croce, Roma 2003), «Cristianesimo
e guarigione», pp. 107-111; «Esoterismo
e guarigione», pp. 155ss;
vari tipi di guarigioni, pp. 202-230; si veda qui anche «Imposizione
delle mani», pp. 244-250.
Faccio
notare solo questo riguardo alle guarigioni ventilate da «potenti uomini
di Dio», unti e santoni auto-nominati: chi controlla a distanza di tempo i fatti
concreti affermati in conferenze di guarigione, si accorgerà che «non è tutto
oro ciò che brilla» e che spesso «è tutto fumo e niente arrosto», per dirla con
due detti popolari. Su mesmerismo, sui fenomeni di suggestione e autosuggestione
in tali incontri, sulla dinamica di gruppo, sull’effetto dell’adrenalina e
sull’endorfina quali ormoni naturali che al momento coprono i dolori, sul
cosiddetto «effetto placebo», sull’uso «sacramentale della fede» e tanti altri
fenomeni, che illudono le vittime di santoni di stare meglio al momento o
addirittura di essere guariti, rimando a vari articoli nel «Dizionario
delle medicine alternative».
Su Marco
16,15-18 si veda l’articolo «Marco
16,16-20».
Non entro
nel merito alla fede che può fare miracoli, poiché ciò ci porterebbe
lontano e perché ciò è compreso nella letteratura suggerita. La «fede» non è una
categoria a sé e teologicamente sufficiente, ma solo la risposta a espresse
promesse di Dio. Il «messaggio divino di Gesù» non si basa per nulla «tutto
sulla fede», ma appunto sulla promesse di Dio circa il regno di Dio e il
Messia. Tale spostamento di accenti e significati è molto pericoloso.
Non credo che
la questione sia qui di «non credere nella potenza dello Spirito Santo»,
ammesso che ci si accordi che cosa essa sia. Tale espressione ricorre soltanto
due volte nel NT e riguarda quanto segue: ▪ 1) La speranza: «Ora, il
Dio della speranza vi riempia d’ogni allegrezza e d’ogni pace nel vostro
credere, affinché abbondiate nella speranza, mediante la
potenza dello Spirito Santo»
(Rm 15,13). ▪ 2) Solo alcuni versi dopo, Paolo si gloriò in Cristo Gesù riguardo
al suo apostolato, ossia che Cristo aveva operata per mezzo di lui riguardo alla
conversione dei Gentili, «in parola e in opera, con potenza di segni e di
miracoli, con potenza dello Spirito Santo.
Così, da Gerusalemme e dai luoghi intorno fino all’Illiria, ho predicato
dovunque l’Evangelo di Cristo, avendo l’ambizione di predicare l’Evangelo
là dove Cristo non fosse già stato nominato…» (vv. 17-20). Come si vede,
tale espressione era limitata da Paolo alla speranza futura, suscitata nel
credente dallo Spirito di Dio, e alla forza necessaria per annunziare l’Evangelo
dappertutto. ▪ 3) Ricorre altrove anche l’espressione «potenza dello Spirito»,
ed essa riguarda la vittoria sulla tentazione da parte di Gesù mediante
lo Spirito Santo che l’aveva riempito (Lc 4,1.14).
È fuori dubbio
che la preghiera di un curatore d’anime o di un gruppo di preghiera possa
giovare a chi sta in un problema esistenziale, come nel caso di dipendenze,
peccati, malesseri, eccetera. Non è però di questo che qui si parla, ma di
un’interpretazione metafisica (spirito di rifiuto, spirito di morte, ecc.) di
accadimenti esistenziali o psicologici. Nessuno vuole «impedire allo Spirito
di Dio d’esprimersi», ma Egli non lo farà mai fuori dei canoni della Parola di
Dio e senza quest’ultima.
9. {Antonio Capasso} ▲
Caro Nicola
condivido appieno la tua analisi. Alle volte il nostro esprimerci è
inappropriato. Credimi non sono di quelli che vedono demoni in ogni cosa. Di
costoro sono allergico. Voglio però precisare che è proprio su quel «ricamarci
sopra di Satana», che alle volte bisogna essere «liberati»; e per cui ciò
rende il problema non solo di natura psicologico, ma anche spirituale.
Quando ci
siamo trovati davanti al problema della sorella, di cui ti ho parlato,
c’è stata una posizione maggioritaria (90%), che riteneva il problema solo di
natura prettamente fisico/psicologico e quindi di affrontarlo sul piano solo
medico. Viceversa c’è stato che ha «intuito» una macchinazione di Satana che,
come dici tu, sfrutta le nostre debolezze. Davanti a tutto questo le armi da
usare non erano solo di ordine naturale ma spirituali. Tant’è che il medico non
è riuscita a svegliarla in nessun modo. Solo dopo aver pregato con insistenza
abbiamo visto la sorella svegliarsi lodando Dio e «liberata» dai suoi sensi di
colpa. {29-05-2010}
10. {Pietro Calenzo} ▲
Per mia abitudine
non sono solito interloquire sulla esperienza fideistica personale di
questo o di quel fratello, preferendo a questo approccio, l’esegesi testuale
comparata, che ritengo molto più idonea e contigua al comando biblico di «non
praticare l’oltre ciò che è scritto». Constato il peso psicologico che può
generare il cosiddetto «terrorismo religioso» insegnato da alcuni
movimenti carismatici (cattolici, evangelici) neopentecostali (e non) verso
coloro che sono vittime di malattie o disaffezioni di genitori o affini.
Per tali
motivi, porterò questa volta l’esperienza d’un caro fratello di Cassino
(Fr), noto in tutto il sud del Lazio per la sua oggettiva sapienza, mitezza, e
per la sua vasta conoscenza delle Scritture. Negli anni Novanta, questo caro
fratello (G.C.), per la sua estrema sensibilità e per l’amore che nutriva verso
la madre seriamente malata e della quale si prendeva cura in modo instancabile,
continuativo e filiale, cadde in uno stato di astenia, sofferenza,
mestizia e di depressione (preciso: oggi scomparse). Parlando del problema con
me, con molta, ma molta cautela, lo consigliai di frequentare in modo più
assiduo i credenti di Cassino e zone limitrofe, di modo che potesse godere della
comunione e del supporto più capillare dei credenti in zona (essendo la sua
assemblea di riferimento, distante oltre quaranta chilometri). Il fratello sopra
menzionato mi rispose che aveva tentato già tale approccio e che s’era sentito
affibbiare un bel «forse si tratta di demoni» da parte di credenti di
Cassino e zone vicine; mi disse anche che non aveva più alcuna intenzione di
contattarli. Detto in verità, non seppi dargli torto. Negli anni successivi,
tentai con molto tatto ed estrema e maggiore cautela d’incoraggiarlo nel
frequentare, ogni tanto, i credenti di Cassino, nella speranza che questi ultimi
avessero rinnovato o cambiato la loro metodologia di cura pastorale. Tuttavia,
la risposta di questo caro fratello fu decisamente ferma, rinnovando le sue
forti perplessità verso tale tipi di metodi di tali credenti; questi ultimi nel
momento del bisogno o di sofferenza, avevano addirittura minacciato la sua
serenità spirituale con la demonizzazione d’un oggettivo e comprensibile
stato di sofferenza e di pathos. Anche in questo caso, davanti a Dio, non potei
che dargli ragione.
Potrei
continuare, aggiungendo il caso di un altro caro credente colto da
ischemia, ma preferisco fermarmi a questo punto. Alcuni credenti farebbero bene,
a mio parere, e lo affermo con infinito amore in Cristo Gesù, a ricordare che
grandi servitori del Signore come l’apostolo Paolo, come il suo stretto
collaboratore Timoteo, come i compagni d’armi dello stesso Paolo, Trofimo e
Epafrodito erano malati, e non furono sempre guariti dal Signore Gesù. E che
dire della sofferenza interiore, d’un Davide, d’un Giobbe, d’un Isaia!
Benedizioni nel nome di Gesù il Messia. {30-05-2010}
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URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_TP/T1-Libera-inter_pastor-esorc_MeG.htm
26-05-2010; Aggiornamento: 01-06-2010