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Si può parlare di una «ispirazione innologica», ossia di chi
scrive canti sacri o di cantautori cristiani? Come si
differenzia essa dalla «profezia»? Ecco alcuni brani biblici
orientativi. In 1 Cronache 25 l'ebraico recita letteralmente come segue.
■ In 1 Cr 25,1 si
legge che «i figli di Asaf, di Heman e di Jedutun profetavano con cetre, saltèri e cembali».
■ In 1 Cr
25,2 è scritto che Asaf «profetava, seguendo le istruzioni del re».
■ In 1 Cr 25,3
si legge che Jedutun «profetava con la cetra per
lodare e celebrare l’Eterno».
Essendo l'uso di tale verbo inconsueto, i traduttori interpretarono tali
espressioni in modi differenti, aggiungendo elementi interpretativi, ad esempio:
«suonavano pieni di spirito o in modo ispirato», «cantavano gli inni sacri
accompagnandosi con [strumenti]», «cantava [o suonava] gli inni sacri», «suonava
ispirato su [strumento]», ecc.
Come vediamo, in questo brano singolare, il termine ebraico usato per «cantare» o
«suonare» in modo ispirato è «profetare», che si potrebbe rendere
correttamente con «proclamare la Parola di Dio sotto la sua
ispirazione». Non era un caso che Asaf, Heman, Jedutun e i
loro figli fossero «cantautori» al tempo di Davide, come
molti salmi mostrano. Si trattava quindi di una ispirazione
innologica, per la quale l’ebraico usava il termine
«profetare». Esso non significava «parlare in anticipo o
predire», ma «parlare pubblicamente o proclamare». Non era un
caso che alcuni di essi fossero chiamati anche «veggenti» e
altri «saggi». [Per l’approfondimento cfr. Nicola Martella,
«Salmi»,
Radici 1-2 (Punto°A°Croce, Roma 1994), pp.
88-95, spec. pp. 89.92.] Lo stesso Davide era chiamato
«dolce cantore d’Israele» (2 Sm 23,1), oggi diremmo
«cantautore», a causa dei tanti salmi che scrisse. Tali
«cantautori» avevano un posto particolare nel culto
d’Israele, specialmente dal tempo di Davide in poi e per
tutta la storia d’Israele.
Ecco qui di seguito alcune domande per aiutare la
discussione.
■
1) L’ispirazione innologica non deve seguire tutti
i criteri per l’analisi biblica della «profezia»? (Dt
13,1ss; 1 Cor 14,29).
■
2) Perché quindi moderni «cantautori
ispirati» scrivono testi pieni di lacune teologiche e con
evidenti errori dottrinali, e nessuno protesta, ma tutto
viene archiviato sotto la rubrica delle «licenze poetiche»?
■
3) Come devono comportarsi invece i
conduttori di chiese
locali riguardo ai canti negli innari usati nelle loro sale
di culto? Non si dovrebbe anche al riguardo «discernere gli spiriti»?
Per il resto rimando alle questioni poste da me nel secondo
contributo. Tutto ciò risale al 2007. Nel 2010 il tutto ha subito una nuova
fiammata mediante il contributo di Enzo Corsini; la discussione risultante è
interessante, ma purtroppo si è polarizzata su personaggi specifici e
controversi, facendo in parte smarrire il bandolo originario della matassa, che
era più di ordine generale. Per questo ho scorporato tali aspetti e li ho
inseriti in un tema di discussione extra: «Testo
e musica dello Spirito Santo».
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni? Partecipate alla discussione inviando
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1.
{Nicola
Milone}
▲
■ Contributo:
Le canzoni che scrivo non sono «farina del mio sacco».
Scusami, ma ti assicuro che non sono presuntuoso nel
dichiarare quanto segue: è il Signore il vero autore dei
brani che scrivo, sia per il tempo che dedico in comunione,
sia per le parole che Lui mi trasmette al di là della
sintassi e delle regole grammaticali. Tali impulsi sono così
forti che a volte sento vibrare nel mio petto forti
emozioni, da farmi quasi scoppiare il cuore, ed è ciò che
sento per il Signore. Penso che modificare un testo del
genere, come tu a volte suggerisci, gli farebbe perdere il
suo effetto e non raggiungerebbe il cuore dell’ascoltatore.
Poi sono convinto che nella musica leggera la sintassi non
viene contemplata; per esempio, Mogol in alcuni brani, che
ha scritto per Lucio Battisti, ha sbagliato i congiuntivi. {2007}
▬
Osservazioni
(Guerino De Masi): Mi dispiace, caro amico e fratello Nicola Milone,
non condivido neanche io ciò che affermi. E la correzione di un testo,
non dovrebbe sminuirne l’ispirazione, bensì centrarla maggiormente sulla Parola
di Dio. Gli errori dei congiuntivi e di sintassi si possono e si devono
correggere. Lasciamo Mogol fare quel che gli pare, lui non cerca la gloria di
Dio. Ma un fratello dotato come te, non si deve sentire né sminuito, né
sottovalutato, se un consiglio ti viene per essere maggiormente coerente con il
messaggio della Parola di Dio. Presupporre d’essere ispirato, non ti esime di
essere poi valutato da chi ti ascolta.
Un giovane
«predicatore» che saltuariamente ci visitava, non iniziava mai la sua «predica»,
se prima non pregasse dal pulpito invocando l’ispirazione e la guida
divina. In disparte dovetti dirgli che è cosa buona pregare, affinché la
predicazione sia ispirata e guidata dal Signore, ma farlo così platealmente, è
come dire: «Guardate che quello che vi sto dicendo, viene dal Signore, perché
l’ho pregato prima e voi ne siete testimoni!». Sa di spirituale ma invece tende
a impedire le osservazioni di chi può distinguere tra Parola scritta, che
dobbiamo leggere nella Bibbia, e quella predicata dal bravo predicatore.
{07-07-2010}
2.
{Nicola Martella} ▲
Queste riflessioni sono a prescindere dai testi
dell’autore dell’ultimo contributo. L’ispirazione è una
cosa nobile, ma anche una lama a doppio taglio: si
possono attribuire a Dio quanto viene dalla «farina del
proprio sacco», oltre ai nostri fallimenti e a
quant’altro. No, così non possono andare le cose!
Secondo Paolo, il profeta parla nella chiesa
locale e i fratelli giudicano il messaggio! (1 Cor
14,29) A ciò si aggiunga che Paolo in tale contesto,
prendendo posizione sul «parlare in altra lingua» (anche
diversi canti sono così in «altra lingua», da essere
incomprensibili), disse: pregherò o salmeggerò con lo
Spirito (ispirazione), ma lo farò anche con la mente o
l’intelligenza (controllo; 1 Cor 14,15). Ciò è
necessario affinché «l’altro» non rimanga senza essere
edificato (v. 17) e perché anche il «semplice uditore»
possa dire «amen» (v. 16). Paolo, appellandosi al senno
di «uomini fatti», affermò che nella chiesa preferiva
«dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli
altri» che diecimila incomprensibili (vv. 19s).
Gesù stesso disse ai suoi discepoli di essere
«perfetti» come il Padre celeste (Mt 5,48). Dio, dopo
aver creato il mondo, disse che tutto era «molto buono» (Gn
1,31). L’unica cosa che Dio ha scritto direttamente
col suo «dito», i dieci comandamenti, non hanno nessun
sbaglio di logica, di teologia, di sintassi e di grammatica!
(Es 20).
Gli errori degli altri (p.es. Mogol) non devono
giustificare i nostri! Dobbiamo sempre tendere alla
perfezione (2 Cor 13,11), per così rendere un ottimo
servizio al Signore e agli uomini. Anche la presunzione
di avere un’ispirazione infallibile da parte del Signore
potrebbe far dire a Paolo a cantautori del genere: «Siete
voi così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito [=
la predicazione della fede], volete ora raggiungere la
perfezione con la carne [= le opere della legge]» (Gal
3,2s). La sapienza affermava: «Chi ama la correzione ama
la conoscenza, ma chi odia la riprensione è uno stupido»
(Pr 12,1; cfr. 13,18; 15,10.31s). Anzi, in tal caso ben
colpì nel segno l’Ecclesiaste, quando affermò: «Meglio
vale udire la riprensione del saggio, che udire la canzone
degli stolti» (Ec 7,5).
Modificare un testo per migliorarlo onora sempre Dio!
Se guardo in giro quanti testi teologicamente sballati ci
sono, provenienti da persone che giurerebbero di essere
stati ispirati da Dio! Anche i profeti migliori hanno
limato i loro testi, usandoli e riusandoli, e li hanno
riscritti per adattarli alle nuove e diverse situazioni
ricorrenti (vedi Geremia; 36,2.4.27s). Un canto non è
qualcosa d’intoccabile (solo la Parola di Dio lo è!). Io non
canto inni che contengono degli errori dottrinali. Quando
iniziammo la chiesa locale qui a Roma, ho modificato vari
canti per renderli conformi alla Parola di Dio e perché la
chiesa non cantasse semi-verità.
Non basta avere «l’ispirazione» (qualunque cosa essa
sia), ma dopo aver composto un testo, è un dovere morale
farlo controllare a qualcuno, che è competente, dal punto di
vista teologico. Così evitiamo di diventare, senza volerlo,
dei «falsi profeti» in qualcosa che non abbiamo
sufficientemente controllato. Altrimenti diventiamo
colpevoli verso il Signore, aggiungendo alla sua Parola o
togliendo da essa (Dt 4,2; Ap 21,18ss). Sul diventare
colpevole stoltamente cfr. Nu 12,11; 1 Cr 21,3. Anche un
cantautore deve tagliare rettamente la «parola della
verità»! (2 Tm 2,15).
{2007}
3.
{Autori vari} ▲
■
Pietro Calenzo:
Con il vostro permesso, vi
porto un piccolo esempio d’inesattezza scritturale di un inno noto a noi
tutti che contiene un palese errore biblico, se cantato da cristiani: «Il tempio
di Dio voglio essere io...». Noi tutti sappiamo che all’atto della nuova
nascita, tutti i credenti sono già il tempio di Dio (1 Cor 3,16; 2 Cor
6,16). Correggere errori scritturali non è giudicare; correggere è un
ufficio al quale siamo chiamati tutti, secondo la fede e la conoscenza che ci è
stata donata in Cristo Gesù. {08-07-2010}
■
Massimo Galante:
Io credo che sia possibile cantare o suonare sotto la guida dello Spirito Santo... Questa è una cosa differente da ciò che accade in tanti ambienti «cristiani»; l’ispirazione innologica deve essere
sottomessa alla Parola di Dio, poiché lo Spirito Santo è uno e non si può contraddire! {10-07-2010}
4. {Salvatore
Paone}
▲
Non
vogliamo fare proseliti per qualcuno o qualcosa, ma se un cantico non ha il
«sapore» di autenticità biblica, è un ispirazione del tutta umana. Credo
che sia molto difficile comprendere tali testi, se non si ha una buona
conoscenza biblica.
Ad esempio, una volta ho ascoltato un cantico che recitava cosi: «Battezzaci
Signor in questo giorno, battezzaci Signor in
questo giorno e fa sentir in noi la tua presenza...». Se esaminiamo questa
frase, dovremo concludere che non è conforme all’insegnamento biblico; quante
volte veniamo battezzati con lo Spirito Santo? Paolo dice alla lettera ai
Corinzi: «Noi tutti siamo stati battezzati mediante un unico Spirito...» [1
Cor 12,13]. E ancora in 1 Giovanni recita cosi: «Ma quant’è a voi, l’unzione
che avete ricevuta da lui dimora in
voi, e non avete bisogno che alcuno v’insegni; ma siccome l’unzione sua
v’insegna ogni cosa, ed è verace, e non è menzogna, dimorate in lui come essa vi
ha insegnato» [1 Gv 2,27].
Cosa implica tutto ciò? Che dobbiamo
attenerci a ciò, che lo Spirito e la Scrittura c’insegnano, non vogliamo
apparire dei religiosi, persone che si appellano a tutto; ma per essere dei
buoni soldati di Cristo, vogliamo essere informati anche nei piccoli dettagli,
vogliamo crescere anche nei più piccoli particolari; ovviamente non vogliamo
fare crociate, ma ci sentiamo sospinti dalla stessa Scrittura a divulgare ogni
verità!
Se dovessi
scrivere un cantico del genere, affermerei quanto segue: «Signore, fa che io
possa dimorare in te, affinché possa portare molto frutto e di conseguenza
essere ripieno di Spirito Santo o ricolmo di Spirito Santo, e
possa portare ogni giorno frutti degni di ravvedimento. E fa sì che la
mia vita sia un sacrificio vivente per te.
Quando seguivamo la religione corrente e poi ci
siamo convertiti a Cristo, abbiamo eliminato ogni idolatria, ogni cosa che non
era conforme alla Scrittura; e perché non continuare a eliminare dalla
nostra vita altre cose che potrebbero apparentemente sembrare genuine come un
cantico?
Forse potrebbe sembrare assurdo ciò che sto
scrivendo, ma dico che falsi insegnamenti possono produrre falsi doni.
{10-07-2010}
5.
{Raffaele Di Bari} ▲
Come musicista e come (modestissimo) compositore, mi sento d’intervenire in
merito. Quando si suona in gruppo e il gruppo è molto affiatato, è
normale e anche molto bello che ci si senta tutt’uno e si cominci a
improvvisare: mentre suono il pianoforte e improvviso, la mia creatività
vorrebbe che il basso e la batteria suonassero proprio ciò che ho in mente. Ed
ecco, «inspiegabilmente», improvvisando, gli altri musicisti fanno proprio quel
«giro» o quel «riff», che avrei voluto. Ma questo meccanismo è assolutamente
naturale, perché la nostra mente, se è allenata dalla stessa musica, provoca
spesso gli stessi tipi d’improvvisazione in diverse persone, e non credo ci sia
nulla di soprannaturale.
Certi credenti (me compreso) tendono spesso a
spiritualizzare tutto ciò, che li emoziona. La parte forse più umana e
carnale di me mi spingerebbe a giudicare immediatamente l’ispirazione innologica
come una pericolosa attribuzione a Dio della umana capacità d’inventare
una melodia (pericolosa perché si tende poi a etichettare una creazione umana
come «venuta dall’alto» e quindi perfetta). Tuttavia, nella mia esperienza posso
testimoniare di questo: Dio ci ha fatto un dono immenso, quello della
musica, che serve per vivere delle emozioni positive, che vivremo anche
nell’aldilà; e che come tutte le cose positive che generano emozione, deve
essere messa al vaglio di quei fratelli e sorelle, che hanno il dono di
discernimento, per capire se è stato lo Spirito Santo a parlare attraverso il
suo servo. Questo lo trovo piuttosto facile da capire nel vaglio dei testi
degli inni. Ora, spiegatemi perché lo Spirito Santo avrebbe preferito un «La
minore» piuttosto che un «Fa diesis maggiore» per parlare alla chiesa, visto
che in altre culture la melodia non è di alcuna bellezza e utilità,
mentre prevale il ritmo e la complessità timbrica delle percussioni. Il
fatto che la musica sia un linguaggio universale, è una bufala
occidentale. {10-07-2010}
6. {Enzo Di Salvia} ▲
È
un argomento questo, che m’interessa molto. Troppe chiese infatti cantano
canti sgrammaticati (questo sarebbe il minimo) con testi che non hanno
nessun fondamento biblico, con rime di massima «cuore, amore»... Scusate, ma mi
sembra che negli ultimi anni si assista a un decadimento dei testi e
contenuti dei canti. Ormai, mi sembra, che il testo sia solo
di supporto;
quello che conta è la musica e l’emotività che fa scaturire.
Domanda: Se molti cantautori non hanno
ormai più una chiesa locale da anni e non coltivano e sviluppano la vita
di chiesa come intesa nel NT, da cosa saranno ispirati e che tematiche
affronteranno nei loro testi?
Altra domanda: Nel NT vedo giovani
spronati ad andare in missione, ad andare perché gli operai sono pochi...
non vedo l’invito a diventare cantautori a tutti i costi. Mi piacciono le
statistiche, su 1000 dipendenti, miei colleghi di tre filiali, posso contare
sulle dita di qualche mano chi fa musica in modo appassionato e costante; nei
nostri ambienti per 1000 credenti decine e decine di mani non basterebbero... ma
sono tutti ispirati? Dobbiamo inseguire a tutti i costi la musica per portare
la grazia di Dio al prossimo? {10-07-2010}
▬
Osservazioni
(Antonio Capasso): Sante parole, fratello Enzo Di Salvia {11-07-2010}
7. {Giordano Cavone} ▲
Ritengo francamente che niente sia più importante di «ciò di cui si canta».
D’altronde è evidente che della ritmica o della melodia dei canti
di Davide sia rimasto poco o niente (forse nella terra d’origine, non so), ma
quello che ci giunge al cuore è il testo.
Sono pienamente d’accordo su quello che dice il fratello Enzo
Di Salvia: la sostanza di
un canto si trova non solo nell’ispirazione del momento, ma nella vita
cristiana del cantore; e questo sarebbe quello, che noi dovremmo mirare a
essere: cantori, sempre meno cantautori, visto che l’unico vero Autore dovrebbe
essere Dio, come un profeta non è uno scrittore o un oratore, ma un canale.
Ammetto che anche nella mia chiesa prendono piede cantici poveri, e
spesso ricorro a «Inni di Lode» per dare supporto a messaggi o temi complessi e
più sostanziosi o mirati, sviluppati e guidati dallo Spirito Santo.
Ascoltare quei messaggi, porta di conseguenza un musicista, che vuole «cantare
all’Eterno un cantico nuovo», come Davide voleva, a ricercare testi e argomenti
diversi da «lode a te, ti amo, ti adoro, sei la mia vita...», temi da
adolescente in cotta, non da uomo maturo, come Paolo chiede che siamo noi.
{11-07-2010}
8. {Pino Molle} ▲
1. Io credo che lo Spirito Santo possa ispirare sia testi che musiche a coloro
che hanno il dono dell’adorazione nel suo corpo, la chiesa, a patto che il tutto
corrisponda a verità.
2. «Quando verrà lui, lo Spirito della verità,
vi
guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò
che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché
prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede
è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»
(Gv 16,13-15).
3. Lo Spirito Santo si serve di coloro che ricevono i rispettivi diversi
doni principalmente per glorificare Gesù, che è la via, la verità e la vita.
Tutto ciò che viene dalla carne è carne e non serve a nulla, se non a
glorificare se stessi e il proprio Ego. «Non fatevi illusioni: Dio non si
lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi
semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione;
chi semina nello Spirito, dallo
Spirito raccoglierà vita eterna» (Gal 6,7s). Noi non possiamo dare a Dio
nulla di nostro, se non il nostro cuore sincero e il proposito di fare la sua
volontà, permettendogli di santificarci per la sua opera. Tutto il resto è
vanità. {11-07-2010}
9.
{Nicola Martella} ▲
Qui
rispondo al contributo precedente; ho numerato sopra i vari punti per dare
risposte mirate qui di seguito.
1. Che «lo Spirito Santo possa ispirare
sia testi che musiche», è legittimo; essendo ciò un «atto profetico» (=
proclamazione ispirata), la chiesa ha l’obbligo di giudicare (1 Cor
14,29ss). Infatti, non tutto ciò che si compone proviene da ispirazione
pneumatica, ma può essere a volte psichico, sì sensuale. Ciò è mostrato
da canti pieni di errori dottrinali, oltre che sgrammaticati, ecc. Ciò è
mostrato pure da canti che, se cantati dinanzi a coloro, che non sanno che si
tratta di un inno religioso, potrebbero immaginare che sia una canzone d’amore o
un canto erotico, visto che si tratta di «toccare», «palpare»,
«stringere» e cose simili; infatti, in tali canti sensuali non ricorrono quasi
mai, almeno fin dall’inizio, nomi come Gesù, Cristo, Signore, Dio. Un conduttore
di chiesa, dopo aver ascoltato un simile canto, ha sbottato così: «Si vede che
stava pensando alla sua ragazza, quando l’ha scritto!».
2. È fuori luogo e pericoloso citare
qui Giovanni 16,13-15 per questo
tema (o per forme di presunta profezia odierna). Qui, in una particolare ora di
intimità prima del Golgota, Gesù stava parlando soltanto agli undici apostoli
riguardo a ciò che sarebbe successo dopo la sua morte, la sua risurrezione e la
sua assunzione al cielo. In effetti, quando lo Spirito Santo è stato manifestato
storicamente (Pentecoste), ricordò agli apostoli tutte le parole che Gesù aveva
detto loro. Per brevità riporto soltanto i brani chiave, in cui l'apostolo
Pietro si ricordò e citò le parole del Signore (At
11,16;
2 Pt 3,2; cfr. At 2,42).
Paolo le ricevette tali parole dagli apostoli e dai testimoni oculari e
le distinse dalle sue e da quelle ricevute per particolare rivelazione (1
Cor
Cor 7,10.12.25;
9,14;
11,23; 15,5; 1 Ts 4,15). E
affermò: «Se qualcuno si
stima esser profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo
sono comandamenti del Signore»
(1 Cor 14,37; 1 Ts 4,2; 1 Tm 6,14).
Quindi, lo Spirito Santo fece la sua opera particolare durante l’epoca
apostolica, e il risultato di ciò è il Nuovo Testamento; ciò che il
Signore Gesù aveva da dire di autorevole per tutti i cristiani, è negli scritti
del nuovo patto, a cui non bisogna aggiungere né togliere (Ap 22,18s).
Citare tali versi, destinati soltanto agli apostoli nel loro tempo, per
ogni tipo di ispirazione corrente, è molto pericoloso. Un’analisi dell’attività
predizionale di falsi profeti e maestri in due millenni di storia, ha
mostrato che essi si sono sempre basati su tali versi, spacciando la farina del
loro sacco per «parole inedite di Gesù», che lo Spirito avrebbe rivelato loro.
[Si vedano Nicola Martella (a cura di), Escatologia fra legittimità e abuso.
Escatologia 2
(Punto°A°Croce, Roma 2007), le sezioni «Escatologia e primo millennio», pp.
27-52; «Escatologia e secondo millennio», pp. 53-113.]
3. Quanto a Galati 6,7s, sebbene lì il soggetto sia un altro
(liberalità per l’opera di Dio; vv. 5s), mostra effettivamente che ogni credente
può seminare sia secondo la carne, sia secondo lo Spirito. Applicato
all’ispirazione innologica, ciò mostra che possono essere composti inni che
procedono o dalla sintonia che propria carnalità crea con le ideologie e
aspirazioni di questo mondo, o dalla sintonia che lo Spirito Santo crea con la
Parola di Dio.
E qui ci vuole il discernimento degli spiriti per distinguere il
grano dalla paglia. Ad esempio, un inno che recitasse: «Amati, poiché Dio ti
ama», rappresenterebbe soltanto la cristianizzazione della psicologia
umanistica, che va tanto di moda. Un canto che recitasse: «Perdona il tuo
prossimo come Dio perdona te», sarebbe invece ispirato dallo Spirito di Dio,
poiché si fonda chiaramente sull’insegnamento biblico (Mt 6,14s).
10.
{} ▲
11. {} ▲
12. {} ▲
►
Musica equivoca fra sacro e profano
{Nicola Martella} (D)
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URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_TP/T1-Cantautori_Lv.htm
25-04-2007; Aggiornamento: 11-07-2010
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