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Un lettore mi ha scritto quanto segue: Nel gruppo Google «it.cultura.filosofia»
un certo «Amleto, il danese» scrive le seguenti falsità. Vorremmo che
rispondesse a queste insinuazioni con la sua grande competenza per poter loro
rispondere con maggiore franchezza in difesa delle Sacre Scritture. {Domenico Falbo; 19-01-2008} |
1. La tesi
{Amleto, il danese}
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Per i Cristiani la
fede in Gesù si basa, sostanzialmente, sulla sua resurrezione: come dice Paolo
nella Prima lettera ai Corinzi infatti, «se Cristo non è risuscitato, allora
è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede», e «se
abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere
più di tutti gli uomini». E il Catechismo [cattolico] gli fa eco: «La
resurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo».
Ora, nella
versione originale del più antico Vangelo canonico, e cioè in Marco, la
resurrezione... non c’è! Semplicemente, il racconto dice che tre pie donne si
recarono al sepolcro la domenica mattina presto e «videro un giovane, seduto
sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura». Il giovane disse
loro che Gesù era risorto ed esse «fuggirono via dal sepolcro perché erano
piene di timore e spavento, e non dissero niente a nessuno perché avevano paura».
Secondo la stessa edizione
ufficiale CEI i dodici versetti successivi, che raccontano frettolosamente le
apparizioni del risorto e la sua assunzione in cielo, «sono un supplemento
aggiunto in seguito» (di cui esistono addirittura almeno nove versioni): il che,
tradotto, significa che l’unico «fatto» che in origine veniva riportato era che
il sepolcro era vuoto. Ammesso naturalmente che non lo fosse sempre stato,
perché quando Giuseppe d’Arimatea andò a chiedere di poter portare via il corpo
di Gesù, «Pilato si meravigliò che fosse già morto», e l’unica conferma
gli venne da un testimone sospetto: cioè da un centurione che, essendosi appena
convertito, fungeva da quinta colonna cristiana nella prefettura romana. {Amleto,
il danese; 18-01-2008}
2. Osservazioni e obiezioni
{Nicola Martella}
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Alla fine del contributo di «Amleto,
il danese» c'è un link che riporta al blog anticlericale di
Piergiorgio Odifreddi e al suo libro «Perché non possiamo essere
cristiani (e meno che mai cattolici) (Editore Longanesi, 2007)». Che relazione
c'è tra i due? Perché non si firma col suo vero nome, ma si nasconde dietro a
uno pseudonimo? Le stesse parole si trovano letteralmente infatti nel libro di
Odifreddi (pdf, p. 86).
Non c’è da meravigliarsi
su tale intervento. È un brutto
miscuglio di verità, mezze verità e menzogne. Tale «Amleto, il danese» alias
Piergiorgio Odifreddi non cerca la verità,
ma solo di accreditare le sue tesi agnostiche. In effetti, si picchia il sacco
(basi del cristianesimo) per colpire il gatto (il cattolicesimo romano).
■ Estrapolazioni faziose:
Si afferma giustamente la centralità della risurrezione per il cristianesimo
biblico, citando 1 Cor 15,14: «Se Cristo non è risuscitato, vana dunque è la
nostra predicazione, e vana pure è la vostra fede» (cfr. v. 17). E si fa
seguire il v. 19: «Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi
siamo i più miserabili di tutti gli uomini». Qui assistiamo alla sindrome
della gallina che becca fuori del testo ciò che gli fa comodo. All’inizio dello
stesso brano l’apostolo Paolo portò prove oggettive della risurrezione, basate
sulla testimonianza dei testimoni: «Io v’ho prima di tutto trasmesso, come
l’ho ricevuto anch’io, che Cristo è morto per i nostri peccati, secondo
le Scritture; 4che fu
seppellito; che risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture;
5che apparve a Cefa [=
Pietro], poi ai Dodici. 6Poi
apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali
la maggior parte rimane ancora in vita
e alcuni sono morti. 7Poi
apparve a Giacomo; poi a tutti gli apostoli;
8e, ultimo di tutti, apparve anche
a me…» (1 Cor 15,3-8). Quindi la maggior parte di quei 500 cristiani (oltre
ai dodici apostoli, a Giacomo, agli altri apostoli e a Paolo stesso) era ancora
in vita e poteva confermare l’esperienza vissuta! Paolo costruì le sue
asserzioni teologiche su tali dati di fatto che ognuno poteva verificare
mediante l’interrogazione dei testimoni della risurrezione.
■ Moscerini e cammelli:
Ben disse Gesù a scribi e farisei: «Guide cieche, che colate il moscerino e
inghiottite il cammello» (Mt 23,24). Il «Danese» porta come argomento una
vecchia tesi critica, obsoleta e faziosa, secondo cui l’Evangelo di Marco
sarebbe il più antico. Se invece si dà credito ai teologi del secondo secolo,
che erano più vicini alla fonte, si prenderà atto che essi testimoniarono (p.es.
Papia) che il primo a scrivere le «parole» di Gesù fu Matteo. Non è un caso che
l’Evangelo di Matteo sia al primo posto nel canone. A ciò si aggiunga che egli
fu un testimone oculare, come pure Giovanni, mentre Marco scrisse semplicemente
le predicazioni di Pietro, mettendole in ordine cronologico. Quindi, Matteo (28)
e Giovanni (20s) parlano dettagliatamente della risurrezione di Gesù. Anche Luca
lo fece, dopo essersi opportunamente informato presso i testimoni oculari dei
fatti (Lc 1,1-4; 24,1ss). Quindi Mc 16,1-8 è da leggere alla luce degli altri
Evangeli, poiché Marco li premette e menziona i fatti solo nella sostanza.
■ L’approccio ideologico:
Chi fa ideologia, non cerca la verità, ma cita faziosamente solo ciò che fa
comodo alla propria tesi; questo è un punto di debolezza. Riportando la fine di
Marco, il «Danese» cita di nuovo solo ciò che gli fa comodo. Egli cita
l’apparizione dell’angelo, la paura comprensibile delle donne e il fatto che
fuggirono via senza dir niente a nessuno. Egli evita di citare di proposito che
il «giovane» stava dentro alla tomba (la gran pietra era stata rotolata) e le
parole che rivolse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che
è stato crocifisso. Egli è risuscitato, non è qui: ecco il luogo dove l’avevano posto»
(v. 6). Il corpo quindi non c’era più ed egli annunziò loro la risurrezione del
Nazareno. Poi aggiunse: «Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro, che
egli vi precede in Galilea; qui lo vedrete,
come v’ha detto» (v. 7). Quindi
l’Evangelo si chiude con l’annuncio che Gesù avrebbe incontrato i suoi discepoli
da risorto, come aveva loro preannunciato. È chiaro che le donne,
spaventate, si guardarono bene dal dire alcunché alla gente, ma andarono a
portare l’ambasciata solo ai discepoli di Gesù.
I versi di Mc 16,9-20 non
aggiungono nulla di sostanziale. Essi possono essere una glossa esplicativa di
uno scriba posteriore e da essi non bisogna trarre dottrine particolari. [►
Marco 16,16-20] Nel
complesso rispecchiano sul tema apparizioni del risorto ciò che affermano gli
altri Evangeli e Paolo.
■ Confusione finale: La
fine dell’articolo del «Danese» mostra la sua incompetenza nel merito, oltre che
nella dimostrazione logica. Giuseppe d’Arimatea non chiese a Pilato di portare
via il corpo dal sepolcro, ma dalla croce per seppellirlo nella sua tomba
personale (Mc 15,43ss; Gv 19,38ss). Tale sepolcro era scavato nella roccia ed
era sigillato con una gran pietra (Mc 15,46). I capi giudei chiesero a Pilato di
sigillare la tomba e di farla sorvegliare da delle guardie, cosicché nessuno
potesse rubare il corpo del Nazareno; e così avvenne (Mt 27,46ss).
Non si capisce perché un
centurione che era presso Pilato fosse «sospetto» e dove è scritto che si
fosse «convertito». Qui si prendono lucciole per lanterne! Si fanno carte false
pur si incantare gli inesperti! Dove è mai scritto che tale centurione s’era
convertito al cristianesimo e che «fungeva da quinta colonna cristiana nella
prefettura romana»? Mistero di supposizioni indebite! Quale film avrà mai visto
il «Danese»?
I fatti sono i seguenti.
A motivo della Pasqua, i capi giudei chiesero a Pilato di far fiaccare le gambe
ai crocifissi, cosicché un’emorragia ne affettasse la morte (Gv 19,31). I
soldati quindi frantumarono le gambe ai due ladroni (v. 32), ma constatarono che
Gesù era già morto (v. 33); per andare sul sicuro, «uno dei soldati gli forò
il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua» (v. 34), un
chiaro segno dell’avvenuta morte.
È ridicolo affermare che il
centurione fosse diventato cristiano, quando non c’era ancora nessun
cristiano! I discepoli avevano abbandonato Gesù al suo destino ed erano fuggiti.
Il centurione e i soldati sperimentarono, come gli altri astanti, l’eclissi, il
terremoto e altri fenomeni (Mt 27,45.51ss). Poi si legge: «E il centurione e
quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose
avvenute, temettero grandemente,
dicendo: “Veramente, costui era un figlio
di Dio”» (v. 54). Si noti che non fu solo il centurione a dire tali
parole, ma anche i soldati. Si convertirono pure loro? Tali soldati
furono coloro che erano venuti a fiaccare le gambe ai crocifissi e di cui uno di
loro forò il costato di Gesù con una lancia. Tali parole non significavano una
conversione, ma la grande paura li portò a dire che Gesù doveva essere un uomo
particolare (un figlio di Dio). Secondo gli Evangeli non ci fu quindi nessuna
conversione.
Tale centurione non si trovava
fra i discepoli né fu menzionato nella prima chiesa, essendo essa composta
dapprima da soli Giudei. Solo in At 10 viene narrata la conversione del
romano Cornelio, che era altresì centurione; la cosa non fu accolta dapprima
bene dalla chiesa di Gerusalemme (At 11,1ss) e, solo dopo la testimonianza e le
spiegazioni di Pietro, accettarono i credenti non-giudaici nella chiesa.
Presumere la conversione di tale centurione è semplicemente anacronistico. Le
leggende e i romanzi postumi non hanno nessuna forza probatoria.
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Per l’approfondimento si vedano i seguenti due libri dell’autore:
■ Nicola Martella, Chi dice la
gente che io sia?
Offensiva intorno a Gesù 1 (Punto°A°Croce, Roma 2000).
■ Nicola Martella, E voi, chi
dite ch’io sia?
Offensiva intorno a Gesù 2 (Punto°A°Croce, Roma 2000). |
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Dot/A1-Risurrezione_faziosita_Ori.htm
22-01-2008;
Aggiornamento:
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