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Questo articolo è
un ulteriore approfondimento di un articolo precedente, dal titolo: «Senza
traduttore si tacciano nell’assemblea». Si legga prima quest’ultimo
per capire meglio il seguente scritto.
1. LA TRADUZIONE: In 1 Corinzi
12, Paolo aveva messo la proclamazione ispirata (profēteía) tra i doni
maggiori, mentre il parlare in lingua (glōssa, glossolalia) faceva da
fanalino di coda; al riguardo evidenziò pure che, come non tutti erano in grado
di «profetare», non tutti erano altresì capaci di parlare in lingue (1 Cor
12,29-31; cfr. Ef 4,11ss dove la glossolalia non compare per nulla).
In 1 Corinzi
14 Paolo mostrò lungamente la superiorità della proclamazione sul parlare
in lingua, per il carattere edificatorio della prima rispetto alla seconda (v.
5). Poi, passò a regolamentare l’uso delle lingue nella pubblica assemblea,
ingiungendo quanto segue: «Se c’è chi parla in lingua, [lo facciano] in due o
al massimo in tre e uno dopo l’altro; e uno traduca [gr. diermēneuō]. E se non
c’è il traduttore [diermēneutēs], si taccia nell’assemblea, a sé poi parli e a Dio»
(1 Cor 14,27s).
La parte, che
qui ci interessa, è quella finale del verso 28, che in greco recita: «ἑαυτῷ
δὲ λαλείτω καὶ τῷ θεῷ» (heautō dè laleítō kaì tō Theō), e che
letteralmente recita: «a sé poi parli e a Dio». Le varie traduzioni
recitano più o meno anche così.
■ Latino:
«sibi autem loquatur et Deo» (Vulgata).
■ Inglese: «and to himself let him speak, and to God»
(Young; e a se stesso lascialo parlare, e a Dio); «and let him speak to himself
and to God» (Darby; King James; Webster; Tyndale; e lascialo parlare a se stesso
e a Dio).
■ Tedesco: «rede aber sich selbst und Gott» (vecchia
Elbelfelder; ma parli a se stesso e Dio); «rede aber für sich und für Gott»
(nuova Elbelfelder; ma parli per sé e per Dio); «rede aber sich selber und Gott»
(Lut.; ma parli a se stesso e Dio).
■ Italiano:
«e parli solo a se stesso e a Dio» (CEI); «e parlino a se stessi e a Dio» (Riv,
NR); «e parli a sé stesso, e a Dio» (D); «ma parli a se stesso e a Dio» (ND).
2. L’INTERPRETAZIONE: Qui
riportiamo solo le citazioni di commentari esegetici, tralasciando quelli
popolari e quelli confessionali. Ho tradotto in italiano le citazioni, che in
origine sono in lingua straniera; ho indicato in grassetto la parte, in cui gli
autori interpretano tale verso in esame.
2.1.
ORDINAMENTO IN ASSENZA DI UNA TRADUTTORE: Gli esegeti si occupano
dell’ordinamento apostolico relativo al numero dei glossolali e all’evenienza,
in cui non ci fosse un traduttore.
■ «Se qualcuno
parlava in lingue, doveva esserci uno, che spiegava o traduceva, affinché
l’assemblea fosse edificata. Inoltre, non era bene che durante un’assemblea più
di due o tre parlassero in lingue; ma se mancava il traduttore, allora
nessuno doveva fare uso di questo dono nell’assemblea (vv. 27-28)». [Hermanus
Cornelis Voorhoeve, Der 1. Brief an die Korinther (Verlag R.
Müller-Kersting, Zürich-Höngg 1950;
link)]
■ «Parlare in
lingue non era proibito, ma secondo i versetti 27 e 28, era severamente
regolamentato, e se non c’era un traduttore, non era permesso che accadesse».
[Frank Binford Hole, Der 1. Brief an die Korinther (link)]
■ «Dapprima si
occupa delle lingue. Se qualcuno parla in una lingua, questo deve accadere da
parte di due o tre al massimo. Al riguardo bisogna anche osservare una procedura
ordinata, e dev’esserci qualcuno per tradurre. Quando non era presente un
traduttore, questo dono non doveva essere esercitato». [Hamilton Smith,
Der erste Brief an die Korinther (link)]
■ «A coloro, che parlano in lingua, sono posti dei limiti (“due o al
massimo tre”), e devono prendere la parola, solo se è anche possibile una
traduzione». [Gottfried Voigt, Gemeinsam glauben,
hoffen, lieben - Paulus an die Korinther I (Göttingen 1989), p. 130]
2.2. SOLO
NELLA DEVOZIONE PRIVATA: Gli esegeti interpretano la fine del verso e il
significato del parlare a se stessi e a Dio. Essi concludono che in assenza di
un traduttore la glossolalia non doveva esercitarla in alcun modo
nell’assemblea, neppure sottovoce, ma Paolo comandava (λαλείτω
[laleítō] è un
imperativo!) a chi esercitava la glossolalia di praticarla assolutamente solo
all’interno della sua devozione privata, a casa propria.
■
«14,28 Che parli -
Quella lingua, se la trova
vantaggiosa per se stesso
nelle sue devozioni private».
[Wesley’s
Notes].
■
«28. Lascialo [parlare]
- chi parla
in lingue sconosciute.
parlare a se stesso e a Dio
- (cfr. 1
Cor 14,2.4) -
privatamente e non mentre altri possono
ascoltare». [Jamieson-Fausset-Brown
Bible Commentary]
■ «In caso si
parli una lingua sconosciuta, ordina che non più di due o tre dovrebbero farlo
in una riunione, e questo non insieme, ma in successione, uno dopo l'altro. E
anche questo non doveva essere fatto se non c’era qualcuno per interpretare (vv.
27-28), qualche altro interprete oltre a lui, che ha parlato; dire in una lingua
sconosciuta ciò, che lui stesso successivamente
interpretava, non poteva che essere un atto di ostentazione. Ma, se era presente
un altro, che poteva interpretare, due doni miracolosi potevano essere
esercitati in una sola volta, e quindi la chiesa era edificata, e la fede degli
ascoltatori era confermata allo stesso tempo. Ma, se non ci fosse stato qualcuno
a interpretare, egli doveva rimanere in silenzio nella chiesa ed esercitare il
suo dono solo tra Dio e se stesso (v. 28), la qual cosa è (come credo)
in privato, a casa; tutti coloro, che sono presenti al pubblico culto,
dovrebbe adeguarsi a esso, e non portare le loro devozioni private nelle
pubbliche assemblee. Devozioni solitarie sono fuori tempo e luogo, quando
la chiesa è riunita per il culto sociale». [Matthew
Henry’s Whole Bible Commentary]
■ «La
glossolalia dev’essere interpretata (cfr. v. 5); se non è possibile, deve
avvenire allora nella preghiera domestica del singolo, ma non nella
riunione di chiesa». [Heinz-Dietrich Wendland, Die Briefe
an die Korinther (Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1948), p. 78].
■ «ἑαυτῷ cioè
a casa, cfr. vv. 18.19; Lietzmann 75». [Fritz Rienecker, Sprachlicher
Schlüssel zum griechischen Neuen Testament (Brunnen Verlag, Giessen-Basel
198016), p. 378] La fonte citata è: Hans Lietzmann, An die
Korinther I, II (Tübingen 19232), p. 75.
■ «Se lo
stesso glossolalo, o altri, non è in grado di interpretare in forma
comprensibile l’intervento, allora chi ha questo carisma “faccia silenzio
nell’assemblea”. Nulla impedisce, aggiunge Paolo, che egli se ne serva nel
contesto della sua preghiera in privato». [Rinaldo Fabris, Prima lettera
ai Corinzi (Paoline, Milano 1999, 2005 edizione riveduta e corretta), p.
185]
■ «Se non c’è traduttore o se chi parla in lingua non può tradurre
da sé il suo discorso (cfr. vv. 5.13), allora deve tacere a priori nella
comunità e pregare estaticamente Dio a casa propria (v. 2)».
[Friedrich Lang, Die Briefe an die Korinther (Vandenhoeck
& Ruprecht, Göttingen 1994), 198]
■ «V. 28: Certo, il rapporto tra chi parla in lingua e il
traduttore non è chiaro: Chi traduce? Direttamente uno di coloro, che parlano in
lingua (v. 13!)? Si può tradurre: “Ma se non è presente un traduttore” (Lietzmann)
oppure: “Ma se egli non è un traduttore” (Weiss), cfr. da una parte il v. 5,
dall’altra 12,10. L’ordinamento, secondo cui egli deve parlare in lingue “a
casa” (ἑαυτῷ),
corrisponde al v. 2». [Hans Conzelmann, Der erste Brief an
die Korinther (Göttingen 1981), p. 297]
3. ASPETTI CONCLUSIVI: Abbiamo
visto che gli autori di commentari esegetici si occupano dell’ordinamento
apostolico, evidenziando dapprima il numero permesso dei glossolali (due, e
al massimo tre) e che cosa bisognava fare nel caso, in cui non ci fosse stato un
traduttore. Poi, gli esegeti passano a interpretare l’espressione «a sé
poi parli e a Dio», evidenziando che si trattata di un atto di devozione
privata, esercitata a casa propria, durante la preghiera solitaria. In mancanza
di un traduttore il glossolalo doveva, quindi, tacersi nell’assemblea, non
doveva parlare in lingue in alcun modo, neppure sottovoce. In tal caso, Paolo
comandava (λαλείτω
[laleítō] è un imperativo!) al glossolalo di esercitare le lingue solo all’interno
della sua devozione privata, a casa propria.
Con questo
ordinamento Paolo intendeva mettere decoro e ordine (cfr. v. 40) a una
prassi, tipica della chiesa di Corinto, che stava sfuggendo di mano e che
assomigliava sempre più a quella dei numerosi riti ellenistici, in cui la
glossolalia era frequente in vari culti estatici. Tale ordinamento, limitando a
«due e al massimo tre» glossolali, solo in successione (v. 27) e soltanto nel
caso che vi fosse traduzione, di fatto riduceva tale fenomeno estatico,
rendeva la glossolalia autentica paragonabile alla proclamazione ispirata (profēteía)
e come quest’ultima diventava uno strumento di edificazione (vv. 5.12s). Questo
dato di fatto non è trascurabile. Ciò sottraeva tale fenomeno alle mani di
coloro, che erano «fanciulli per senno» e lo limitava a coloro che,
quanto a senno, erano «uomini maturi» (v. 20), i quali, come
Paolo, nell’assemblea preferivano «dire cinque parole intelligibili per
istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua» (v. 19).
In tal senso
la glossolalia autentica era paragonabile al caso, in cui nell’assemblea
veniva in visita uno straniero: egli parlava nella sua lingua d’origine e un
altro lo traduceva. La differenza stava nel fatto che chi parlava in
altra lingua nella chiesa di Corinto, non era sempre uno straniero, ma un
credente locale, e, perciò, questi non parlava una lingua a lui stesso
comprensibile; in tal caso, poteva parlare in assemblea in quell’altra lingua,
soltanto quando c’era un traduttore di tale specifico linguaggio. Se così non
fosse, l’apostolo comandò che tacesse in assemblea e usasse tale lingua
soltanto nella sua devozione privata, a casa sua.
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Den/A1-No-tradutt_parli-a-se_Car.htm
08-10-2011; Aggiornamento: |