Un taglio netto alle convenzioni anti-bibliche e pseudo-bibliche, all'ignoranza e alle speculazioni — Ein klarer Schnitt zu den anti-biblischen und pseudo-biblischen Konventionen, zur Unwissenheit und den Spekulationen — A clean cut to the anti-biblical and pseudo-biblical conventions, to the ignorance and the speculations — Une coupe nette aux conventions anti-bibliques et pseudo-bibliques, à l'ignorance et aux spéculations — Un corte neto a las convenciones anti-bíblicas y pseudo-bíblicas, a la ignorancia y a las especulaciones

La fede che pensa — Accettare la sfida nel nostro tempo

«Glaube gegen den Strom»: Für das biblische Unterscheidungsvermögen — «Faith countercurrent»: For the biblical discernment — «Foi contre-courant»: Pour le discernement biblique — «Fe contracorriente»: Por el discernimiento bíblico

Per il discernimento biblico

Prima pagina

Contattaci

Domande frequenti

Novità

Arte sana

Bibbia ed ermeneutica

Culture e ideologie

Confessioni cristiane

Dottrine

Religioni

Scienza e fede

Teologia pratica

▼ Vai a fine pagina

 

Uniti nella verità

 

Prassi di chiesa

 

 

 

 

Le diversità possono essere una risorsa oppure diventano un problema.
 Ecco le parti principali:
■ Entriamo in tema (il problema)
■ Uniti nella verità
■ Le diversità quale risorsa
■ Le diversità e le divisioni
■ Aspetti connessi.
 
Il libro è adatto primariamente per conduttori di chiesa, per diaconi e per collaboratori attivi; si presta pure per il confronto fra leader e per la formazione dei collaboratori. È un libro utile per le «menti pensanti» che vogliano rinnovare la propria chiesa, mettendo a fuoco le cose essenziali dichiarate dal NT.

 

Vedi al riguardo la recensione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Serviti della e-mail sottostante!

E-mail

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CHIESE PARTECIPATE O CHIESE VISITATE?

COME AMARE LA PROPRIA CHIESA LOCALE

 

 di Tonino Mele

 

1. Entriamo in tema

2. Riscoprire il valore della chiesa locale

3. Bisogna imparare a essere chiesa

4. Conclusione

 

Clicca sulle frecce iniziali per andare avanti e indietro

 

Nota del redattore: Questo tema ha uno stile omiletico (da predicazione), essendo il messaggio che l’autore ha portato dapprima nella sua chiesa locale. Esso può certamente servire come base per la riflessione e l’approfondimento per altre comunità cristiane.

 

 

1.   ENTRIAMO IN TEMA: Vorrei introdurre il seguente tema con alcune frasi che ho letto e che mi hanno colpito. Eccole: «Da chiese partecipate (com’erano le “chiese in casa” del primo secolo) si è passato a chiese visitate. Da “chiese tutti davanti a tutti” (comunione, partecipazione, interazione) si è passato a “chiese uno davanti a tutti” (un micro-gruppo gestisce tutto e gli altri sono perenni spettatori). A ciò s’aggiunga il fatto che mentre nelle “chiese in casa” tutti formavano tutti nella vita quotidiana, nelle “chiese da visitare” la devozione da sala e quella nella vita possono essere due pianeti differenti». (Nicola Martella; ► Il verme dell’accademismo? Parliamone).

     Cosa ne pensate di queste affermazioni? Sono vere? Rispecchiano la realtà? Ci toccano da vicino? Io credo di sì! Per questo vorrei parlare di cosa voglia dire essere parte d’una chiesa locale. Siamo partecipi della vita della nostra chiesa? O siamo di quelli che vi «si recano in visita», una volta la settimana e poi chi s’è visto s’è visto?

     Che ci sia una crescente «latitanza» non solo fisica, ma anche morale e spirituale dalla chiesa locale è evidente. Ormai, molte chiese si reggono su «micro-gruppi» che, talvolta anche senza volerlo, hanno il moderno «potere delle chiavi»: sono loro che aprono e chiudono il portone della sala e ricevono «in visita» tutti gli altri, la domenica mattina. Certe «adunanze» assomigliano sempre più alle visite che i figli sposati fanno ai loro genitori anziani, una volta la settimana, per tastare soprattutto il polso della loro salute, e poi ritornare alla «loro vita» e alle «loro cose». Ma è questa la chiesa del Signore Gesù? Credo che dobbiamo riscoprire il valore della chiesa locale e imparare a essere veramente chiesa.

 

 

2.   RISCOPRIRE IL VALORE DELLA CHIESA LOCALE

 

2.1.  IL VALORE DELLA CHIESA PER DIO: C’è un testo della Scrittura che ci mostra molto bene il valore che Dio ha dato alla sua chiesa: esso è Atti 20,28. Questo testo dice: «Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue». È soprattutto l’ultima parte che c’interessa: «la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue». Questo testo ha anzitutto un grande valore «teologico», perché dichiara che Dio ha pagato per la chiesa il prezzo più alto che poteva pagare e quindi Egli è il «proprietario» assoluto della chiesa. Ma non entriamo nel merito di tale significato, né parleremo delle dispute teologiche che da questo testo sono nate. Qui c’interessa soprattutto l’aspetto «pratico» di questo testo. Bisogna tener presente che queste parole fanno parte d’un discorso più generale, dove l’apostolo Paolo responsabilizza gli anziani d’Efeso, in vista del compito che li aspetta proprio nella loro chiesa locale.

     Con queste parole, Paolo motivò gli anziani d’Efeso. E a ben vedere, essi avevano bisogna d’una buona motivazione per intraprendere il compito gravoso che gli era stato assegnato dallo Spirito Santo. Essi dovevano «badare a tutto il gregge». Essi dovevano «pascere la chiesa di Dio». Che grande responsabilità! Dovevano prendersi cura non solo delle pecore più simpatiche, ma di «tutto il gregge». Non dovevano «reggere» un gruppo qualsiasi, ma «la chiesa di Dio». E come se questo non bastasse, essi andavano incontro anche a dei pericoli abbastanza seri: «S’introdurranno tra di voi dei lupi rapaciessi non risparmieranno il gregge» (v. 29). Non era una passeggiata quella che li aspettava, e solo con una buona motivazione avrebbero resistito nei momenti peggiori. Questa motivazione, l’apostolo Paolo la fornisce: «Dio ha riscattato la sua chiesa, a prezzo del suo sangue». Non ha mandato un angelo con soldi «celesti» per combinare «l’affare», ma Egli stesso ha portato avanti la «trattativa», pagando di prima persona, col proprio sangue. Il valore della chiesa, sta tutto qui: il grande prezzo che Dio ha pagato per essa. Questo fatto dà alla chiesa un grande valore, e deve dare a noi credenti una grande motivazione. Dopo questo fatto, nessun nostro «sacrificio» per la nostra chiesa locale è troppo grande, perché quello di Cristo è il più grande di tutti.

     Paolo stesso era motivato da questa verità. Infatti, quando l’apostolo Paolo dichiara questa verità agli anziani d’Efeso, non sta comunicando solo una «verità teologica», ma sta dicendo loro quello che molto probabilmente ha motivato e incoraggiato la sua opera e il suo ministero per la chiesa di Dio. Proprio in questo discorso egli dice chiaramente che, per il bene della chiesa locale d’Efeso, non ha lasciato niente d’intentato. Le sue affermazioni sono forti: «Non vi ho nascosto nessuna delle cose che v’erano utili» (v. 20). «Non ho cessato d’ammonire ciascuno con lacrime» (v. 31). E non si è arreso nel fare questo neppure quando gli sono piovute addosso vere e proprie persecuzioni. Egli parla delle «prove venutemi dalle insidie dei Giudei» (v. 19). Egli dice che «in ogni città m’attendono catene e tribolazioni» (v. 23). E dice ancora «non faccio nessun conto della mia vita» (v. 24). Un tale spirito di sacrificio non è motivato da una sorta di stoicismo, o da una certa «voglia di morire», ma dall’esempio che Dio stesso ha lasciato «acquistando la chiesa col proprio sangue». Solo se comprendiamo questo valore noi capiremo come ci dobbiamo comportare nella chiesa e soprattutto saremo motivati a farlo. Solo se comprendiamo questo valore saremo disposti a servire nella nostra chiesa locale, come lo erano chiamati a fare gli anziani d’Efeso, ognuno nel ruolo che ha ricevuto dallo Spirito Santo. Solo se comprendiamo questo valore avremo lo stesso spirito di sacrificio che ha animato l’apostolo Paolo.

 

2.2.  IL VALORE DELLA CHIESA PER NOI: La chiesa locale ha una grande utilità anche per noi. Un riflesso di questa «utilità» lo si può vedere nelle parole di Paolo: «Non vi ho nascosto nessuna delle cose che v’erano utili» (v. 20). La chiesa locale è anzitutto l’ambito dove le persone possono incontrare Dio. In tal senso ogni sala dev’essere sia una «sala di culto», che una «sala d’evangelizzazione». Tra l’altro, l’idea d’una «sala d’evangelizzazione» aiuta a mobilitare di più la chiesa e renderla più partecipe della sua vita. In secondo luogo, essa è l’ambito dove i credenti possono crescere e sostenersi nella fede. È triste una città senza una testimonianza fedele alla Parola di Dio.

     Qui posso raccontare una mia esperienza. Nel 1986 andai a Salerno per il militare e subito cercai una chiesa. Entrai in questa comunità «evangelica», ma ne uscii scombussolato. Tutti iniziarono a pregare insieme, qualcuno a gemere, altri a lamentarsi... un vero macello! Ora so che in questa città c’è una chiesa che vuol fare sul serio con la Parola di Dio (vedi «Il Cristiano» di febbraio 2007). Questa era un chiesa battista che ha deciso di fare sul serio con Dio e di seguire fedelmente i principi biblici intorno alla chiesa locale. Hanno fatto un corso apposito e il 3 dicembre scorso hanno fatto un incontro speciale con altre chiese del circondario, nel quale è stato suggellato il loro impegno d’essere fedeli alla Parola di Dio. Ora sono sicuro che questa comunità può essere un punto di riferimento per chi la va a visitare. Un faro nella notte di questo mondo buio e lontano da Dio. A quale chiesa vogliamo assomigliare? Vogliamo essere anche noi un punto di riferimento per chiunque ci viene a trovare? O vogliamo essere motivo di biasimo?

 

 

3.  BISOGNA IMPARARE A ESSERE CHIESA

 

3.1.  COSA VUOL DIRE ESSERE CHIESA?: È fondamentale a questo punto imparare a essere chiesa. Frequentare una chiesa non basta. Non si tratta solo di «frequentare» la chiesa, la domenica. Ci sono troppe «chiese della domenica». Bisogna essere una «chiesa di tutti i giorni». Dei primi convertiti si legge che «ogni giorno andavano al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore» (At 2,46). Per questi primi credenti nel Cristo risorto, la chiesa era una realtà quotidiana. Non c’era un grande distacco tra il giorno del culto e gli altri giorni. Ma più che vedere in quest’una prescrizione un principio a doverci riunire anche noi tutti i giorni, deve invece colpirci soprattutto l’atteggiamento gioioso del loro cuore. Questa era una gioia perenne. Era una gioia di tutti i giorni. Questa è una gioia che anche noi dobbiamo avere per essere chiesa. Una «chiesa della domenica» non ha questa gioia. Una chiesa che limita la sua partecipazione alla chiesa del Signor Gesù solo per qualche ora la domenica mattina, s’estranea da molte benedizioni che Dio ha previsto per essa. Una «chiesa della domenica» finisce per essere triste e fuorviante.

     Si racconta la storia d’un bambino che viveva con i suoi nonni e aveva un nonno molto austero. Quando veniva la domenica, questo nonno sgridava spesso il bambino dicendo: «Non giocare… non saltare… non gridare... è domenica». Il bambino ne fu così ossessionato che quando vedeva gli uccellini cantare, o i pesci guizzare nella vasca, diceva: «Ssst... zitti! Fate piano! Se vi sente il nonno!». Un giorno, questo bambino entra nella stalla e qui trova l’asino del nonno, una povera bestia, triste, mesta e abbacchiata. A lui il bambino dice: «Bravo asino, tu si che hai la religione del nonno!» (Nicola Martella, Motti di spirito). Vogliamo anche noi una fede senza gioia, una chiesa senza vita, una chiesa solo della domenica? Vogliamo davvero che la «devozione da sala e quella nella vita siano due pianeti differenti»?

     Spesso, quello che ci porta fuori strada è il sogno d’una «chiesa ideale». Siamo così impegnati a sognare la chiesa «migliore» che ci disimpegniamo verso la nostra chiesa locale. Sono questi sogni che ci allontanano dalla realtà. «Chi ama il suo sogno d’una comunità cristiana più che la stessa comunità cristiana, questi diventa il distruttore d’ogni comunità cristiana, di là dal fatto che egli sia pieno d’onestà, serietà e dedizione» (Dietrich Bonhoeffer, Vita comune). Chi sogna non è parte della sua chiesa, ma la «visita» soltanto. Chi sogna ha solo aspettative che non bilancia con alcun impegno. Quando sta male, s’aspetta una chiesa partecipe dei suoi dolori. Tuttavia, quando la chiesa s’incontra, prega, evangelizza, ecc. egli non è partecipe. Come si deve valutare un tale comportamento? Visitare i malati è doveroso e giusto. Però, non imitiamo Israele, che cercava Dio solo quando stava male. O si è chiesa tutti i giorni dell’anno, quando ci s’incontra, si prega, s’evangelizza ecc., o non lo si è neppure quando l’uno o l’altro sta male. Una chiesa di cui non sei partecipe, fatica a essere partecipe dei tuoi dolori. Talvolta non si sa come comportarsi con chi non da segni di vita. Le nostre aspettative d’una chiesa ideale, devono essere bilanciate dal nostro impegno per una chiesa migliore.

 

3.2.  È LA CHIESA CHE DEVE IMPARARE A ESSERE CHIESA: Spesso succede che quelli che stanno «dentro la chiesa» pensano come quando si sta affacciati alla finestra: stanno lì a controllare i passanti, quelli che stanno «fuori», come camminano, cosa fanno ecc. Così s’inizia a pensare che sono quelli di «fuori» che devono imparare a essere chiesa. Sono loro che devono comprendere il valore della chiesa. Ma prima di procedere, per non essere frainteso, voglio affermare molto chiaramente che quelli che stanno «fuori» della chiesa sono in errore; nonostante essi s’illudano d’essere a posto con Dio, semplicemente perché pregano per conto loro, indubbiamente essi sbagliano.

     Bonhoeffer, un cristiano che Hitler ha mandato alla fucilazione ha scritto: «Chi s’adira con il fratello… non ha più alcuno spazio davanti a Dio… Separandosi dal fratello si è separato anche da Dio… Il suo sacrificio, il servizio divino, la sua preghiera non potranno più essere graditi a Dio… Il disprezzo del fratello rende falso il servizio divino e lo priva d’ogni promessa divina. Il singolo o la comunità, che pretendano di presentarsi a Dio con cuore sprezzante o non conciliato, giocano con un idolo. Finché si nega al fratello il servizio e l’amore, finché egli resta esposto al disprezzo, finché il fratello può avere qualcosa contro di me o contro la comunità di Gesù, il sacrificio non può essere accetto» (D. Bonhoeffer, Sequela). Questo è quanto dice anche l’apostolo Giovanni: «Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto» (1 Gv 4,20). Non si può aver comunione con Dio Padre e disprezzare i suoi figli.

     Detto questo però, è necessario che noi, che stiamo «dentro» la chiesa, non assumiamo l’atteggiamento del fariseo dinanzi al pubblicano. Non ci crediamo migliori, laddove anche noi abbiamo molto da imparare. Essere chiesa, è una lezione che deve imparare anche chi sta «dentro» la chiesa. Essere nella propria chiesa non basta, bisogna esserne partecipi. Bisogna condividerne la sua vita, i suoi progetti e le sue attività.

     Una chiesa americana di 900 membri era conosciuta come «la chiesa con 900 servitori». Tutti servivano! Come vogliamo esser ricordati noi? Bisogna sentirsi responsabili del destino della propria chiesa. Il grande condottiero Giosuè, alla fine della sua vita, radunò tutto il popolo d’Israele e fece un lungo discorso che concluse dicendo: «Scegliete oggi chi volete servire! » (Gs 24,14s). Colpisce il fatto che Giosuè non nominò un successore «del suo calibro», ma responsabilizzò tutto il popolo. Anche se il popolo avesse continuato ad avere dei «capi» e delle guide, però, tutto il popolo doveva essere responsabilizzato nel servizio e nella consacrazione al Signore. Anche le lettere apostoliche, tranne le lettere pastorali, mirano quasi tutte a responsabilizzare la chiesa. Non ci deve meravigliare se chi sta fuori della chiesa «prega», ma ci deve meravigliare chi nella chiesa prega, senza essere veramente partecipe della chiesa. Se non siamo veramente integrati e partecipi della vita della nostra chiesa, rischiamo di vanificare agli occhi di Dio ogni nostra azione, anche la più devota. Colpiscono queste parole che l’apostolo Paolo dice ai Corinzi: «Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore» (1 Cor 11,20). Capite? Anche un’azione così significativa come la cena del Signore, perde il suo valore se la facciamo senza essere quel radunamento, quell’essere chiesa che il Signore vuole che siamo. Dio ci aiuti, ognuno individualmente a essere quello che dobbiamo essere collettivamente: la chiesa del Signore Gesù Cristo.

 

 

4.  CONCLUSIONE: Qualcuno ha detto che «chi cammina sulle tracce degli altri, non lascerà mai tracce sue». Questo succede anche quando ci s’appiattisce sul livello spirituale degli altri. «Gli altri non fanno niente, non faccio niente neppure io!». È così che si smette d’essere chiesa e si finisce per «visitarla» soltanto, giusto per far sapere che ci siamo ancora. Smettiamo di guardare agli altri! Guardiamo al Signore Gesù! Sono le sue tracce che dobbiamo seguire. Lasciamoci dietro tracce interamente nostre d’una vita spirituale rinnovata. Facciamo proprio quelle cose che gli altri non fanno… Diventiamo originali per il bene della nostra chiesa. Le lacune della nostra chiesa non siano per noi un motivo per criticarla e giustificare il nostro disimpegno o la nostra infedeltà, ma siano uno stimolo per chiedere al Signore se siamo proprio noi che dobbiamo fare quelle cose. «Non di “strateghi” ha bisogno il Signore… bensì d’uomini dal cuore rotto… che ricercano la pienezza dello Spirito Santo!» (G.N. Artini, Assemblee viventi, operanti, unite). Non «strateghi» della chiesa ideale, ma persone pronte a collaborare con Dio. Sono questi uomini e queste donne che rendono una chiesa migliore!

 

► URL: http://puntoacroce.altervista.org/_TP/A2-Chiese_partecipate_visitate_UnV.htm

07-03-2007; Aggiornamento: 01-10-2009

 

▲ Vai a inizio pagina ▲

Proprietà letteraria riservata

© Punto°A°Croce