Un taglio netto alle convenzioni anti-bibliche e pseudo-bibliche, all'ignoranza e alle speculazioni — Ein klarer Schnitt zu den anti-biblischen und pseudo-biblischen Konventionen, zur Unwissenheit und den Spekulationen — A clean cut to the anti-biblical and pseudo-biblical conventions, to the ignorance and the speculations — Une coupe nette aux conventions anti-bibliques et pseudo-bibliques, à l'ignorance et aux spéculations — Un corte neto a las convenciones anti-bíblicas y pseudo-bíblicas, a la ignorancia y a las especulaciones

La fede che pensa — Accettare la sfida nel nostro tempo

«Glaube gegen den Strom»: Für das biblische Unterscheidungsvermögen — «Faith countercurrent»: For the biblical discernment — «Foi contre-courant»: Pour le discernement biblique — «Fe contracorriente»: Por el discernimiento bíblico

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Le diversità possono essere una risorsa oppure diventano un problema.

  Ecco le parti principali:

Entriamo in tema (il problema)

Uniti nella verità

Le diversità quale risorsa

Le diversità e le divisioni

Aspetti connessi.

 

Il libro è adatto primariamente per conduttori di chiesa, per diaconi e per collaboratori attivi; si presta pure per il confronto fra leader e per la formazione dei collaboratori. È un libro utile per le «menti pensanti» che vogliano rinnovare la propria chiesa, mettendo a fuoco le cose essenziali dichiarate dal NT.

 

Vedi al riguardo la recensione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I MISSIONARI E LA CHIESA MANDANTE

 

 di Nicola Martella

 

Un lettore ci ha presentato le seguenti questioni.

 

Ho ricevuto un commento da parte di un lettore all’articolo «Piano personale e istituzionale dei conduttori: Disciplina e abuso di potere nella chiesa». Poiché ciò era parte di una lettera privata, riporto e sintetizzo le parti salienti, dando all’autore anche uno pseudonimo. Qui di seguito, quando parliamo di «missionari», intendiamo quelli fondatori di chiese. Ecco qui di seguito le sue argomentazioni.

 

La mia domanda è la seguente: «A chi devono rispondere i missionari?». È molto pericoloso quando un apostolo (o missionario fondatore) crede di non dover rispondere delle proprie azioni, perché questo fornirebbe un alibi proprio all’autoritarismo a «santoni», a «guru» o a vari «Diotrefe», che ammorbano la testimonianza dell’Evangelo.

     Sebbene Paolo evidenziasse la sua diretta dipendenza da Dio, essendo apostolo per volontà del Signore, pure non si sottrasse al fatto di dover rendere conto agli uomini. Trarre la propria vocazione dalla autorità da Dio, non costituisce un assegno in bianco, un salvacondotto che lo esime da critiche o giudizi fraterni. Lo stesso Paolo afferma di essersi guadagnato sul campo il suo privilegio di apostolo, e ciò gli permetteva di rivolgere richiami e ammonimenti pieni di autorità spirituale alle chiese, a cui scrive.

     Torno alla domanda d’ingresso: «A chi rispondono i missionari? Alla loro chiesa mandante?». Non lo escludo, ma per Paolo francamente non mi sembra. Infatti, pur essendo mandato dalla chiesa di Antiochia, non fa mai menzione di un suo dover rendere conto ad essa del suo operato. Tuttavia Paolo non si sottrae dal dare una giustificazione del suo operato in presenza di anziani e apostoli (Atti 15,1-2; 21,17-26). La stessa cosa accadde per l’apostolo Pietro (Atti 11,1-18). {Bileam Basco, ps.; 15-10-2010}

 

Ad aspetti rilevanti di tali questioni rispondiamo qui di seguito.

 

 

1.  PAOLO, PIETRO E LA CHIESA DI GERUSALEMME: Alla domanda: «A chi devono rispondere i missionari?», la risposta è evidente: alla propria chiesa mandante e solo a quella.

     In Atti 15,1s non leggo che Paolo dovette rendere del suo operato in presenza degli anziani e apostoli di Gerusalemme, ma che fu inviato dalla sua chiesa mandante, Antiochia, a rappresentare nel concilio di Gerusalemme il punto di vista delle chiese a maggioranza gentile. Infatti, è scritto che nella chiesa di Antiochia (At 14,26ss) «fu deciso che Paolo, Barnaba e alcuni altri dei fratelli salissero a Gerusalemme agli apostoli ed anziani per trattare questa questione» (At 15,2). Nella chiesa di Gerusalemme essi non resero conto del loro operato, ma narrarono in senso di testimonianza «quanto grandi cose Dio aveva fatte con loro» (v. 4). L’esamina della questione e la discussione in merito avvenne in seguito (vv. 6s). Infatti, alla fine del dibattimento, Paolo e Barnaba, accompagnati da una delegazione, furono incaricati di portare un documento ufficiale da parte di apostoli e fratelli anziani di Gerusalemme, indirizzato «ai fratelli di fra i Gentili che sono in Antiochia, in Siria ed in Cilicia» (vv. 22s). Il contenuto di tale lettera non riguardava Paolo e Barnaba, ma le questioni poste relativamente alla necessità o meno di circoncidere i credenti gentili e si assoggettarli alla legge mosaica (vv. 1.5). È evidente che tale brano sia stato citato fuori luogo.

     In Atti 21,17-26 non si trattava del fatto che Paolo dovesse rendere conto alla chiesa di Gerusalemme del suo operato di apostolo, che non era la sua chiesa mandante; anche qui egli per comunione testimoniò delle «cose che Dio aveva fatte fra i Gentili, per mezzo del suo ministero. Ed essi, uditele, glorificavano Dio» (vv. 19s). La questione che fu poi affrontata riguardava precise accuse fatte dai giudaizzanti (vv. 20s), che avrebbero potuto inficiare non tanto la comunione con i credenti di Gerusalemme, ma scatenare l’ira dei Giudei storici (v. 22), creando un tumulto tale che la chiesa giudaica ne avesse danno. Sebbene Paolo avesse seguito il consiglio dei responsabili della chiesa di Gerusalemme (vv. 23-26), il tumulto scoppio lo stesso (v. 27ss). Quindi, tale brano è citato fuori luogo.

     Atti 11,1-18 è pertinente, poiché la chiesa di Gerusalemme era la chiesa che aveva mandato Pietro e che lo sosteneva, essendo il suo ministero a tempo pieno (At 6,4; 1 Cor 9,4-7). Quando avvennero i fatti a Samaria e Filippo non ne veniva del tutto a capo, è scritto che «gli apostoli che erano a Gerusalemme,… vi mandarono Pietro e Giovanni» (At 8,14). Poi, essi, dopo aver svolto lì il loro ministero, «se ne tornarono a Gerusalemme» (v. 25). Essendo in Gerusalemme la chiesa mandante di Pietro, era evidente che egli rendesse conto dei suoi atti. Egli dovette sentirsi le accuse loro di «quelli della circoncisione» (vv. 2s) e rispose nel merito, raccontando i fatti (vv. 4-16), terminando con la domanda retorica: «Chi ero io da potermi opporre a Dio?» (v. 17). Ciò sortì il suo effetto positivo (v. 18). Era evidente, quindi, che Pietro dovesse rendere conto alla sua chiesa mandante.

 

 

2.  PAOLO E LA CHIESA DI ANTIOCHIA: Il mio interlocutore ritorna sulla domanda: «A chi rispondono i missionari?». Poi, riguardo alla chiesa di Antiochia, afferma che Paolo non avrebbe mai fatto «menzione di un suo dover rendere conto ad essa del suo operato». Tale singolare affermazione mi ha lasciato perplesso, tanto più che conosco la serietà di tale credente. Perché si lancia in tale disquisizione, facendo affermazioni imprudenti e di cui mostra per di più di non aver approfondito abbastanza la questione? Non mi resta che approfondire anche tale punto.

     Paolo partì da Antiochia (At 13,1ss) e dopo il suo viaggio missionario, lui e Barnaba «navigarono verso Antiochia, di dove erano stati raccomandati alla grazia di Dio, per l’opera che avevano compiuta. Giunti là e radunata la chiesa, riferirono tutte le cose, che Dio aveva fatte per mezzo di loro, e come aveva aperta la porta della fede ai Gentili. E stettero non poco tempo coi discepoli» (At 14,26ss). Questo è ciò che fanno ancora oggigiorno i missionari. In tale periodo la chiesa usò Paolo e Barnaba addirittura per risolvere una questione teologica importante, inviandoli come emissari a Gerusalemme (At 15). Da qui tornarono ad Antiochia con una lettera ufficiale e una rappresentanza del concilio (vv. 22s.30). E Paolo e Barnaba rimasero ancora per un periodo ad Antiochia per insegnare ed evangelizzare (v. 35).

     Fu da Antiochia che Paolo partì nuovamente in missione con un’altra squadra missionaria (vv. 36.40s). Dopo vari viaggi e peripezie missionarie. Sebbene fosse sbarcato a Cesarea e fosse salito a Gerusalemme per salutare la chiesa, scese nuovamente ad Antiochia (At 18,22). Luca sintetizzando, narra che Paolo, come già successe precedentemente, si fermò qui alquanto tempo (v. 23). Poi, allo stesso modo, «si partì, percorrendo di luogo in luogo il paese della Galazia e la Frigia, confermando tutti i discepoli». Alla fine, come l’ultima volta, sbarcò nuovamente a Cesarea (At 21,8) e si recò nuovamente a Gerusalemme (vv. 15.17), probabilmente per fare come l’ultima volta, ossia a salutare la chiesa. Non ebbe però più occasione per tornare ad Antiochia, come faceva di consueto, perché fu arrestato in Gerusalemme (vv. 31ss) e da qui trasferito prima nel carcere di Cesarea e poi inviato a Roma da Cesare.

     Del suo legame con la chiesa di Antiochia Paolo ne parla anche in Galati 2,12ss, dove riporta un aneddoto significativo. Tutto ciò mi pare che smentisca la tesi del mio interlocutore, secondo cui Paolo non avrebbe mai fatto menzione di un suo dover rendere conto del suo operato alla chiesa di Antiochia.

 

 

3.  EXCURSUS: PAOLO E IL SOSTEGNO: Il legame di Paolo con la comunità di Antiochia è indiscutibile, trattandosi della chiesa mandante. Quando vi tornò, passò periodi abbastanza lunghi in essa, mettendosi al servizio dei fratelli e accettando incarichi dalla chiesa. Altra cosa è la questione del sostegno finanziario della sua squadra missionaria che, come è ovvio, necessitava di offerte più ampie di quanto una sola comunità potesse offrire. Il NT non parlò del rapporto finanziario, che intercorreva fra Paolo e la chiesa di Antiochia. È evidente, però, che per poter ripartire in missione da tale chiesa mandante, necessitava di sostegno finanziario; partendo da tale comunità, dove serviva per periodi abbastanza lunghi, durante la sua permanenza in loco, è evidente che traesse da essa almeno il capitale d’avvio. Poi, certo, come succedeva allora, durante gli spostamenti, la squadra missionaria faceva tappa presso i discepoli per via e qui si faceva aiutare per raggiungere le prossime tappe.

     Per tale motivo, scrisse ai credenti di Roma quanto segue: «Ora, non avendo più campo da lavorare in queste contrade, e avendo già da molti anni gran desiderio di recarmi da voi, quando andrò in Spagna, spero, passando, di vedervi e d’essere da voi aiutato nel mio viaggio a quella volta, dopo che mi sarò in parte saziato di voi» (Rm 15,23s; cfr. vv. 28s). Ciò può essere considerato esemplare per la sua strategia missionaria. Ciò è corroborato anche dalla lode che l’apostolo Giovanni rivolse a Gaio: «Diletto, tu fai fedelmente quel che hai fatto a pro dei fratelli, e cioè dei forestieri. — essi hanno reso testimonianza del tuo amore dinanzi all’assemblea — e farai bene, quando li equipaggerai per il viaggio così com’è degno di Dio. Infatti per il Nome sono partiti e non prendono nulla dai Gentili. Noi dunque siamo in dovere di accogliere tali [uomini], affinché diventiamo cooperatori della verità» (3 Gv 1,5-8).

     Chiaramente, oltre alla chiesa mandante, anche alcune chiese gentili, fondate da Paolo o in cui egli ha operato beneficamente, si facevano responsabili nel sostenere l’apostolo e la sua squadra. Un legame particolare univa paolo alla chiesa di Filippi, a cui scrisse: «Anche voi sapete, o Filippesi, che quando cominciai a predicare l’Evangelo, dopo aver lasciato la Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l’avere, se non voi soli; poiché anche a Tessalonica m’avete mandato una prima e poi una seconda volta di che sovvenire al mio bisogno» (Fil 4,15). Qui Paolo si riferì a una certa fase del suo ministero, durante un periodo particolare, quando partì dalla Macedonia (non da Antiochia). La lode di Paolo per i Filippesi consisteva nel fatto che essi non solo aiutarono Paolo, quando egli fece tappa da loro, ma gli inviarono un sostegno anche quando egli si trovava a Tessalonica, oltre in quel momento a Roma per mano di Epafròdito (v. 18).

     Il suo vanto verso la problematica chiesa di Corinto e i suoi dominatori giudaici di stampo esoterico, chiamati da lui «falsi apostoli, operai fraudolenti, che si travestono da apostoli di Cristo» (2 Cor 11,13), fu il seguente: «Ho derubato altre chiese, prendendo [da loro] uno stipendio per il servizio verso di voi. E quando io ero presso di voi e mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno — perché i fratelli, venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno — e in ogni cosa mi comportai [così da] non esservi d’aggravio, e mi comporterò [così]» (vv. 8s).

 

► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_TP/A1-Mission_chiesa_manda_UnV.htm

22-10-2010; Aggiornamento: 23-10-2010

 

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