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Note a margine a Bavinck: Un ultimo avvertimento
all’Europa {Fernando
De Angelis}
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Citazioni di Herman Bavinck, estratte dal suo libro
{Fernando De Angelis}
Ho ritenuto quindi utile continuare la riflessione su un
aspetto particolare del libro in questione: l’approccio di
Bavinck alla psicologia. L’autore tratta l’argomento
soprattutto nel capitolo «Rivelazione ed esperienza
religiosa» (pp. 219-259). Anche qui si può notare un teologo
che si è saputo confrontare col suo tempo (inizi del ’900),
che ha saputo precorrere i tempi, e che quindi riesce a
darci spunti di riflessione validi ancora oggi, malgrado
rimanga fondamentalmente un uomo del suo tempo.
Il tema in questione (la psicologia) è anch’esso
interessante e poco dibattuto, perché funestato di prese di
posizione spesso diametralmente opposte, che non lasciano
spazio ad alcuna forma di dialogo. Una posizione
estremamente refrattaria si è spesso contrapposta a una
«visione acritica» della psicologia, lasciando spazio
soprattutto a pregiudizi, caricature e luoghi comuni, che
non hanno aiutato il confronto, ma lo hanno stroncato. Così,
è interessante rilevare che Bavinck si è confrontato
con la psicologia, e, pur muovendo da una posizione
fondamentalmente critica, ne ha saputo dire anche bene.
Prima di procedere è utile dire qualcosa sul nostro
metodo di ricerca. Essendo questa trattazione una sorta di
«recupero» del passato e mirando a farne anche qualche
trasposizione nel presente è necessario recuperare tutti
i «dati», in modo che qualche «tassello» mancante non
pregiudichi la riuscita dell’operazione. In particolare, qui
dobbiamo prendere in considerazione che Bavinck scriveva nel
lontano 1909 e che nel frattempo la psicologia stessa si è
evoluta. La cornice storica è dunque determinante per sapere
ciò che Bavinck ha detto e soprattutto ciò che può dire
ancora oggi. Il nostro programma sarà dunque il seguente:
vedremo la psicologia che Bavinck aveva in mente, vedremo la
critica che egli ha rivolto a questa psicologia, vedremo
come nel frattempo la psicologia si è evoluta e noteremo ciò
che rimane oggi delle cose dette da Bavinck su questo
argomento.
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2.
LA PSICOLOGIA AI
TEMPI DI BAVINCK: WILHELM WUNDT:
Nel suo libro Bavinck cita spesso il fondatore della
«psicologia scientifica» Wilhelm Wundt e quando parla di
«psicologia empirica» (pp. 231-234), sembra che abbia
proprio in mente la psicologia di quest’ultimo. In realtà,
Bavinck parla anche di «psicologia della religione» (pp.
222-229, 253), e qui ha in mente William James e il suo
libro del 1902 «Varietà delle esperienze religiose». Essendo
questa però una «applicazione» della «psicologia
scientifica», noi tratteremo soprattutto di quest’ultima. E,
dal momento che la critica di Bavinck riguarda sia l’oggetto
che il metodo della psicologia scientifica inaugurata da
Wundt, è utile soffermarci un po’ su di lui.
Wilhelm Wundt (Neckarau 1832 - Lipsia 1920), figlio di
un pastore luterano è considerato a tutti gli effetti il
padre della «psicologia scientifica». La sua prima
opera, dove presenta la psicologia come una scienza nuova e
indipendente, è stata «Contributi alla teoria della
percezione sensoriale» che, insieme agli «Elementi di
psicofisica» di Gustav Theodor Fechner (Gross-Sarchen 1801 -
Lipsia 1887), è considerata come l’atto di nascita della
psicologia scientifica. Nel 1863 pubblicò un’altra
importante opera dal titolo «Lezioni sulla psiche umana e
animale» che contribuì parecchio a dare una visione
sperimentale di molte questioni psicologiche. Nel 1879
costituì a Lipsia il primo laboratorio di psicologia
sperimentale e nel 1881 costituì, come organo del
laboratorio, la rivista «Studi filosofici», considerata la
prima rivista di psicologia sperimentale.
Il particolare contributo di Wundt alla
psicologia riguardò soprattutto l’oggetto della psicologia e
la metodologia da adottare per fare di questa una scienza
sperimentale e autonoma. Il presupposto che sottostava al
lavoro di Wundt era la convinzione che la psicologia poteva
costituirsi autonomamente come una qualsiasi altra scienza,
con un suo specifico metodo sperimentale. Wundt aveva
mutuato questa convinzione dalle scienze naturali, e in
particolare dai suoi studi e dalle sue ricerche di
fisiologia, dove già veniva applicato il metodo sperimentale
a questioni fisiologiche confinanti con la psicologia (non a
caso egli parlò di «psicologia fisiologica»).
Dal suo «Compendio di psicologia» del 1896 Wundt
descrisse l’oggetto della psicologia nei seguenti
termini: «la psicologia... investiga l’intero contenuto
dell’esperienza nella sua relazione col soggetto e nelle
qualità, che sono immediatamente attribuite a esso dal
soggetto». Per Wundt dunque, l’oggetto della psicologia era
l’esperienza immediata, cioè i dati di coscienza appena
percepiti dal soggetto, senza alcuna successiva elaborazione
da parte sua. Questa definizione ebbe un ruolo di primo
piano a quei tempi, perché tagliava definitivamente i ponti
con ogni concezione filosofica e metafisica della
psicologia. Come ha detto lo storico della psicologia D.P.
Schultz, «asserendo che l’oggetto della psicologia era una
scienza basata sull’esperienza, Wundt fu in grado di evitare
ogni discussione sulla natura dell’anima immortale e sul suo
rapporto con il corpo mortale. Semplicemente, ma con forza,
asserì che la psicologia non si occupa di questo problema».[1]
Sempre nel «Compendio» Wundt parlò di questi
«contenuti immediati dell’esperienza» come di «processi di
natura composta» e così delineò il ruolo della psicologia
intesa come «ricerca scientifica»: «Di fronte a una natura
così complessa dei fatti psichici la ricerca scientifica
deve condurre a termine consecutivamente tre compiti. Il
primo consiste nell’analisi dei processi composti, il
secondo nel mettere in luce le connessioni tra gli elementi
trovati mediante l’analisi, il terzo nell’investigazione
delle leggi, che presiedono al sorgere di tali connessioni».
Si intravede in queste parole la concezione
elementistica e associazionistica (di matrice
empirista) che Wundt aveva della coscienza, cioè un insieme
di elementi associati che ai fini della sperimentazione,
bisognava scomporre nelle loro parti più semplici e
irriducibili, cioè le percezioni sensoriali. Tuttavia
(malgrado l’elementismo di cui spesso è stato criticato)
egli sosteneva che, componendosi, questi elementi della
coscienza, danno luogo a formazioni psichiche con nuove
proprietà; questa è stata chiamata la teoria della
sintesi creativa. I processi superiori quali il pensiero
o il linguaggio invece non venivano indagati
sperimentalmente perché andavano oltre l’esperienza
immediata, in una sfera influenzata dal sociale che ha
bisogno di altri strumenti per essere indagata. Anche se
banditi dal laboratorio di Lipsia, questi processi, insieme
ad «altri prodotti dello spirito», quali i miti e i costumi,
diventarono comunque oggetto delle sue osservazioni
speculative culminando nella sua voluminosa «Psicologia dei
popoli», opera in dieci volumi scritta tra il 1900 e il
1920.
Il metodo seguito da Wundt nei suoi esperimenti
era basato su un tipo di introspezione rigidamente
controllata, cioè un resoconto quantitativo, fornito dal
soggetto, in base alla sua auto-osservazione di come
percepiva gli stimoli sensoriali, riguardo la loro durata,
grandezza e intensità. Da questo resoconto doveva essere
tagliata fuori ogni influenza soggettiva, quali il pensiero,
le emozioni e la volontà, per cui molto importante era la
terminologia da usare. Ad esempio, se mi fa male la testa e
dico «ho mal di testa», sto già dando un’interpretazione che
va oltre l’esperienza immediata del mio mal di testa, per
cui dovrei descrivere le varie sensazioni che questo male mi
provoca se voglio dare un resoconto più diretto e quindi più
oggettivo. Il criterio a cui sottoponeva la validità dei
suoi esperimenti era quello della ripetibilità anche
in condizioni opportunamente manipolate; solo così poteva
stabilire anche con contro-prove se i risultati erano
oggettivi.
Il principio per il quale Wundt era sicuro che
la manipolazione di uno stimolo sensoriale avrebbe dato modo
di studiare elementi più complessi della vita psichica era
il parallelismo psicofisico. Secondo tale principio
esiste una corrispondenza puntuale, cioè punto a punto, tra
i processi sensoriali e i processi mentali tale da renderli
paralleli; non che gli uni siano causa degli altri, «ma a
ciascun cambiamento dei primi corrisponde puntualmente un
cambiamento dei secondi».[2]
Per questo Wundt è stato tacciato di materialismo. Ma
proprio il Bavinck osserva che «la sua teoria del
parallelismo psicofisico» ha segnato per Wundt, «un
cambiamento di opinione che gli attirò il sarcasmo di
Haeckel, in base a cui, cioè, sarebbe normale nella
vecchiaia “che giunga una graduale degenerazione tanto nel
cervello quanto negli organi esterni”».
Il teologo olandese riconosce così nel «parallelismo
psicofisico» un superamento del monismo materialista di
Ernst Heinrich Haeckel (1834-1919), tanto da attiragli il
suo sarcasmo.
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3.
LA CRITICA DI BAVINCK
ALLA «PSICOLOGIA SCIENTIFICA»:
Uno dei rilievi critici rivolti alla psicologia
scientifica di Wundt riguarda soprattutto i risultati della
sua impostazione. Fino a che punto può portare un’indagine
sperimentale sull’anima umana? Tirando la somma di tutte le
sperimentazioni scientifiche, possiamo dire che la
psicologia scientifica ci possa dare una piena comprensione
della psiche umana? Herman Bavinck, così riassume questo
tipo di obiezione: «…la psicologia empirica non sarà mai
capace di spiegare completamente la vita psichica. Può
esaminare con la massima precisione i fenomeni della
coscienza, le sensazioni, i sentimenti, le passioni e può
cercare di concepire il loro funzionamento in modo
meccanicistico, può persino cercare di spiegare l’io o la
consapevolezza di sé attraverso l’associazione delle idee,
ma non può penetrare in modo naturale all’interno di ciò che
giace al di sotto della coscienza, ne può accendere alcuna
luce nei luoghi segreti del cuore».[4]
Prima di procedere è utile notare che il Bavinck non si
esprime contro l’assunto che sta alla base della psicologia
empirica, secondo il quale è legittimo indagare la vita
psichica dell’uomo. La sua tesi è che «la psicologia
empirica non sarà mai capace di spiegare completamente
la vita psichica» (corsivo nostro). Riconosce però dei
«vantaggi»[5]
nel metodo empirico in uso al suo tempo, e nel dire questo
si riferiva molto probabilmente al metodo privilegiato da
Wundt. Ma vediamo meglio le sue argomentazioni. Esse sono di
due tipi: la prima riguarda l’oggetto dello studio della
psicologia e la seconda riguarda il suo metodo di studio.
Riguardo all’oggetto, Bavinck dice che la
psicologia empirica «non può penetrare in modo naturale
all’interno di ciò che giace al di sotto della coscienza»
(corsivo nostro).[6]
L’oggetto della psicologia empirica può essere solo la
coscienza e oltre non può andare. Essa, infatti, non ha gli
strumenti per poterlo fare. Il modo in cui la
psicologia empirica si pone verso l’essenza dell’uomo non è
quello naturale, ma quello meccanicistico, che
altro non è se non una distorsione della reale natura
dell’uomo. Ed essendo questo il suo oggetto di studio, ossia
un oggetto limitato che non dà ragione di tutta la
complessità della psiche umana, Bavinck conclude che la
psicologia empirica non ci potrà mai dare una spiegazione
completa e totale dell’essere umano.
Riguardo al metodo di studio proprio della
psicologia empirica di Wundt, Bavinck critica la sua
concezione elementistica della coscienza quando dice
che, «il tutto non può essere spiegato in maniera atomistica
per mezzo di una combinazione delle sue parti, ma al
contrario, le parti debbono essere concepite in modo
organico spiegando la totalità. Al di là del particolare c’è
l’universale e il tutto precede la parte».[7]
In particolare, il teologo olandese, addebita a questo
metodo il fatto che «separa l’uomo dal suo ambiente sociale,
i processi psichici dal loro contatto con la vita e, in quei
processi psichici, essa nuovamente, isola dei processi
definiti come le sensazioni di tempo, di spazio o colore a
partire dalla vita psichica».[8]
È un «illusione» per Bavinck che «la vita psichica dell’uomo
possa mai trovare la sua spiegazione in questo modo».[9]
Pur riconoscendo alla «psicologia empirica» «un
importante significato pedagogico», in quanto «conduce alla
realtà», per Bavinck, «essa prende la sua origine dalla — e
anche rimanda alla — psicologia metafisica. E così diviene
manifesto che la vita empirica è radicata in un dato
aprioristico che non prende vita attraverso uno sviluppo
meccanicistico, ma è un dono della grazia di Dio ed è frutto
e risultato della sua rivelazione» (corsivo nostro).[10]
In altre parole, per Bavinck, la psicologia scientifica, non
può esprimere, sulla vita psichica, giudizi di valore. La
vita psichica va oltre i dati empirici in cui si manifesta.
C’è un dato aprioristico, che sfugge all’osservazione
scientifica ed è qui che entra in gioco la «psicologia
metafisica» e la «rivelazione». È interessante che Bavinck
dica questo della vita psichica in genere. Forse, qui emerge
il suo calvinismo, secondo il quale tutta la vita dipende da
Dio, non solo quella religiosa. E c’era da aspettarsi che
avrebbe confermato tutto questo, quando scende sullo
specifico, e parla della «psicologia della religione» e
della «conversione» religiosa.
Qui egli afferma che «la psicologia della religione
indaga soltanto sull’esperienza dell’anima e non può formare
un giudizio sul suo diritto e sul suo valore. Osserva e
descrive i fenomeni della coscienza religiosa, ma non si può
pronunciare circa la loro verità e purezza... Non ha una
norma attraverso cui esprimere un giudizio su che cosa
sia la conversione. Di per sé, indaga solo sulla conversione
descrivendola come fenomeno psicologico. Considerato da
questo punto di vista, il tradimento di Giuda è tanto
importante quanto la penitenza di Pietro e la conversione
non è nient’altro che una delle tante trasformazioni della
coscienza o alterazioni della personalità che si verificano
così frequentemente nella vita umana. Se tutti questi
fenomeni religiosi sono studiati solo da un punto di vista
psicologico, ne risulta che perdono il loro carattere e il
loro contenuto viene sacrificato alla forma... Ciò che la
conversione è e dovrebbe essere, nessuna psicologia della
religione può insegnarcelo: solo le Scritture ce lo possono
dire e, se non lo facessero, nessuno lo saprebbe. Questa
osservazione non si applica soltanto alla conversione, ma
anche a tutte le esperienze religiose...» (corsivo nostro).
Insomma, anche se, il tagliare i ponti con la filosofia
e la rivelazione, costituiva per la nascente psicologia
scientifica, soprattutto un’esigenza di tipo metodologico e
scientifico, bisogna prendere atto, come osserva il Bavinck,
che la psicologia non potrà mai dire l’ultima parola
sull’uomo, perché esiste un dato aprioristico, che sfugge
persino alla sua osservazione.
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4.
L’EVOLUZIONE DELLA
PSICOLOGIA:
Che dire dinanzi alle obiezioni fatte da Bavinck?
Esse colpivano una psicologia scientifica ancora nascente.
All’inizio di ogni scienza ci si è sempre chiesti se si era
davanti a una scienza dalle gambe corte, che aveva il
diritto di nascere, ma forse, non di crescere. Così è
successo con la scienza psicologica. E visto che le
obiezioni del teologo olandese colpivano sia il metodo che
l’oggetto di studio della psicologia appena nata è legittimo
chiedersi se hanno avuto un peso e una rilevanza
scientifica? A quanto pare, sì! E paradossalmente bisogna
dire che sono considerazioni del tipo espresso dal Bavinck
che hanno permesso alla psicologia di svilupparsi e
migliorare il suo oggetto di studio e la sua metodologia.
Anche qui egli ha precorso i tempi.
Gli storici della psicologia sono i primi ad affermare
che anche se «la posizione di Wundt... non ha retto alla
prova del tempo»[12],
questo però non ha portato alla fine prematura della
psicologia scientifica, ma alla sua evoluzione. In seno alla
psicologia medesima c’è stato un processo di autocritica che
l’ha portata, di volta in volta, a precisare l’oggetto e il
metodo di studio della nuova scienza psicologica.[13]
Nuove correnti scientifiche si sono affacciate dopo Wundt,
nel panorama della psicologia sperimentale, che, sulla base
di nuove ipotesi, hanno portato avanti la ricerca. Grazie
alla scoperta dell’inconscio, oggi ne sappiamo molto
di più di «ciò che giace al di là e al di sotto della
coscienza». La psicologia della Gestalt ha ribadito e
dimostrato sperimentalmente la preminenza della totalità sui
singoli elementi e del «tutto che precede la parte». Il
funzionalismo, il comportamentismo e il
cognitivismo hanno studiato meglio altri aspetti
dell’uomo che Wundt aveva tagliato fuori dal suo
laboratorio. Oggi ne sappiamo di più del comportamento
dell’uomo, dei suoi processi mentali, delle sue emozioni,
ecc. Il concetto meccanicistico dell’essere umano è stato
sempre più messo da parte per dare spazio alle sue relazioni
con l’ambiente che lo circonda. Bisogna registrare comunque,
che tutto ciò ha prodotto collateralmente, anche una serie
di approcci diversi alla psicologia. Oggi abbiamo a che fare
con tante psicologie, tutte diverse tra loro, e non è
sempre facile barcamenarsi tra di esse.
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5.
CONCLUSIONE: CIÒ CHE
RIMANE DELLA CRITICA DI BAVINCK:
Pur considerando quella di Bavinck una critica in
parte datata, come datato è ormai quel particolare approccio
alla psicologia scientifica che il teologo olandese aveva
preso di mira (l’approccio wundtiano), dobbiamo dire che
permane un elemento critico fondamentale. Bavinck ha
giustamente osservato: «la psicologia empirica non sarà mai
capace di spiegare completamente la vita psichica».[15]
Quest’affermazione, in parte coglie le potenzialità della
psicologia empirica e in parte né coglie il limite.
Quest’ultima può dare delle risposte sulla vita psichica
dell’uomo, ma non può darle tutte. In quest’acuta
osservazione del teologo olandese noi vediamo il punto di
equilibrio tra una visione acritica della psicologia e una
posizione di chiusura totale. Bisogna diffidare di una
«psicologia» totalizzante e assolutistica che vuol dare
giudizi di valore che non le competono, ma bisogna anche
riconoscerle quel ruolo positivo che essa può avere. Ad
esempio, parlando proprio della «psicologia della
religione», Bavinck diventa così esplicito, che quasi ci
sorprende. Egli dice: «Non vi è dubbio che questa giovane
scienza — alla quale il pietismo e il metodismo hanno
preparato la strada e che è frutto della psicologia empirica
e della teologia — abbia il diritto di esistere e che
ci si possa aspettare che sia di grande ausilio alla
conoscenza e alla regolamentazione della vita religiosa...
Infine, possiamo riconoscere che la dogmatica, specialmente
nella dottrina dell’ordo salutis, debba divenire
più psicologica e tenga maggiormente conto
dell’esperienza religiosa» (primi due corsivi e l’ultimo
nostri).
Questo vale anche per la psicologia empirica o
scientifica in genere, di cui, a detta dello stesso Bavinck,
la psicologia della religione è «un frutto».
Del resto, il limite su accennato non è vero solo per
la psicologia, ma anche per altre discipline scientifiche e
i loro specifici ambiti. E.P. Davies, un fisico, ha scritto:
«Attraverso la scienza noi esseri umani siamo in grado di
afferrare, almeno in parte, i segreti della natura»
(corsivo nostro).[17]
Tutta la scienza dunque ha una comprensione parziale delle
cose. Sempre è stato così, ma ora se ne ha più la
consapevolezza. Essa manca di quella norma attraverso cui
esprimere un giudizio di valore sulle cose, norma
che sappiamo e crediamo essere nella Rivelazione.
|
Per l’approfondimento cfr. Nicola
Martella, «Psicologia e cura d’anime»,
Entrare nella breccia
(Punto°A°Croce, Roma 1996), pp. 162-178. ● Per gli
aspetti della psicologia cfr.
in Nicola Martella,
Dizionario delle medicine alternative,
Malattia e guarigione 2 (Punto°A°Croce, Roma 2003), i seguenti articoli:
«Medicina psicosomatica», p. 327; «Placebo (Effetto~)»,
pp. 430-435; «Psicosomatica e Bibbia», pp.
440ss; «Psicoterapie alternative», pp.
442-446. ● Per gli
aspetti dottrinali della medicina cfr. in Nicola
Martella, La
salute fra scienza, religioni e ideologie,
Malattia e guarigione
1 (Punto°A°Croce, Roma 2003), i seguenti
articoli: «Peculiarità dell’AT e il suo
rapporto con la medicina», pp. 118-121; «Peculiarità del
NT e il suo rapporto con la medicina», pp. 135-140. |
. Per un approfondimento di alcune delle correnti
psicologiche su accennate si legga: G. Giuni,
Teorie psicologiche e Bibbia, Lux Biblica 33 (IBEI
edizioni, Roma 2006).
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Sci/A2-Bavinck_psicologia_EnB.htm
26-04-2007; Aggiornamento: 05-07-2010