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Un lettore ci ha presentato le seguenti questioni.
Carissimo Nicola,
[…]. Ti ringraziamo per i tuoi periodici avvisi di nuovi temi presenti sul tuo
sito, molti dei quali di grandissimo interesse. […] vorrei, se possibile,
approfittare della tua esperienza e conoscenza biblica per chiederti lumi su un
paio di versetti dell’AT. Ci provo, anche se magari sarai stufo di sentire
queste cose.
■ Isaia 40,22: «Egli è assiso sulla
volta della terra, da lì gli abitanti appaiono come cavallette…» (NR).
«Egli è colui che sta assiso sul globo
della terra, i cui abitanti sono come cavallette…» (ND).
Che significato ha la parola aramaica o ebraica in questione? È lecito tradurre
«globo» invece di «volta» o è solo un’interpretazione posteriore? Isaia
intendeva qualcosa di sferico o di superiore?
■ Giobbe 9,9: «Ha fatto l’Orsa e l’Orione, le Pleiadi e le
regioni del sud» (ND). «È il
creatore dell’Orsa, d’Orione, delle Pleiadi, e delle misteriose regioni del
cielo australe» (NR).
Australe sarebbe troppo bello! Cosa ci comunicò Giobbe riconoscendo che Dio fu
il Creatore di tutto ciò? Intendeva veramente un cielo australe, cioè diverso da
quello boreale? Per «sud» intendeva solo «verso il mezzogiorno» o qualcosa di
più?
Grazie per ciò che mi potrai dire. Dio benedica te, la tua famiglia e il tuo
lavoro col sito, coi libri e con quanto il Signore ti metterà davanti. Maranatha!
{Alberto Nuzzolo; 20 febbraio 2009}
Ad aspetti rilevanti di tali questioni rispondiamo qui di
seguito. |
1. ISAIA 40,22: Dapprima traduciamo il
testo: «È lui che troneggia sopra la circonferenza della terra, e i suoi
abitanti sono come cavallette; è colui che ha disteso il cielo come un velo e lo
ha spiegato come una tenda da abitare».
Prendiamo atto che non si tratta di un linguaggio scientifico, ma
descrittivo, esplicativo e a tratti poetico. Bisogna guardarsi dal proiettare
qui a priori una concezione della terra sia come «globo», sia come «disco». Il
termine «cielo» ha differenti significati, a seconda del contesto; qui è
riferito all’atmosfera terrestre. In ebraico ricorre qui
ḥūg
hā’ārëṣ
«cerchio della terra». Nelle Bibbie attuali tale espressione viene tradotta,
secondo i casi, come segue: «cerchio
(circonferenza, perimetro) [Lut, Schl, Elb (Kreis)], volta [Cei, NR, Menge (Rund)],
globo [D, RV, ND] o orbe [Ric]» della terra.
Tale espressione ricorre anche solo in Proverbi 8,27: «circolo sulla
superficie del diluvio [primordiale]» (cfr. v. 24) e si riferisce alle fasi
della creazione, quando diede una consistenza «rotonda» all’acqua diluviale
primordiale e separò poi le acque dalle acque e la terra dalle acque (cfr. vv.
28ss); probabilmente intende dapprima l’atmosfera. In Is 40,22 intende ciò che
uno vede all’orizzonte intorno a sé e ciò che lo sovrasta.
In Giobbe 26,10 ricorre il verbo corrispondente (ḥāg)
che significa «tracciare un cerchio, fare un cerchio col compasso»: «Un
limite ha tracciato Egli come un cerchio sulla superficie delle acque fino
all’estremo confine della luce e delle tenebre». Qui ricorrono nel contesto
elementi simili a Pr 8 e a Is 40 (cfr. trono). Probabilmente Giobbe si riferisce
qui all’atmosfera che Dio creò, separando le acque dalle acque alle origini,
facendo sì che la terra fosse illuminata all’interno di tale atmosfera, mentre
lo spazio risulta buio.
In Giobbe 22,14 ricorre anche
ḥūg
haššāmajim
«cerchio del /i cielo /i», indicando l’estremo confine dell’atmosfera, dove solo
Dio poteva muoversi. Il termine derivato
ḥāgū
(pl.) significa «fessure delle rocce, gole, valli strette» (Cc 2,14; Gr 49,16;
Ab 1,3); meḥūgāh
designa il «compasso» che il falegname usa per misurare e marcare le distanze
(Is 44,13).
Il termine indica quindi qualcosa di circoscritto. In Is 40,22
l’autore descrive probabilmente ciò che uno vede intorno a sé, ossia l’orizzonte
e l’atmosfera al disopra, che è quel «velo» e quella «tenda» che sovrasta la
terra e la rende diversa dagli altri pianeti conosciuti. Per cui non è sbagliato
tradurre «volta». Ammetto che i testi sapienziali (Gb; Pr) suscitano un certo
fascino e la curiosità riguardo a ciò che tali uomini antichi sapevano della
creazione primordiale (cfr. il concetto tehôm «diluvio
[primordiale]» come in Gn 1-2). [Per l’approfondimento di tehôm
si veda Nicola Martella, Esegesi delle
origini.
Le Origini 2 (Punto°A°Croce, Roma
2006), pp. 20-24].
L’asserzione
principale di questo testo nel suo contesto è comunque questo: Dio troneggia al
disopra di questo habitat degli uomini e da tale punto d’osservazione
privilegiato i potenti della terra sono per lui come delle cavallette, ossia
minuscoli e insignificanti. In ogni modo, bisogna chiedersi come sperimentassero
gli antichi la sfericità della luna e del sole (p.es. durante l’eclisse), di cui
vedevano il «cerchio» nel cielo. Nei giorni di luna piena si possono vedere
perfino alcuni particolari sulla luna. Possibile che essi non abbiano tratto,
per analogia, significati per la terra?
2. GIOBBE 9,9: Dapprima traduciamo il testo: «Colui
che ha fatto il l’Orsa [maggiore] e l’Orione e le Pleiadi e le camere del sud».
I traduttori spiegano nelle note che per «camere del sud» s’intende il
firmamento visibile nell’emisfero meridionale. Lutero traduce direttamente
«stelle del sud». Menge traduce «camere (cioè costellazioni) del sud».
Il
termine
ḥëdër
designava
l’interno di una casa in contrapposizione con la parte esterna, una camera
interna, particolarmente la stanza privata del proprietario, la camera da letto
e simili. Il termine temān indica ciò che sta a sud di qualcosa, ad
esempio una zona (Gs 15,1; Is 43,6; Zc 6,6; 9,14); così fu indicato anche il
vento del sud (Gb 39,26; Sal 78,26). Cantico 4,16 recita così: «Lèvati,
Aquilone [= vento del nord], e vieni, o Austro [= vento del sud]! Soffiate sul
mio giardino, sì che se ne spandano gli aromi!».
Di
astronomia si parla anche nei seguenti brani. Dio chiese a Giobbe: «Sei
tu che stringi i legami delle Pleiadi, o potresti tu scioglier le catene
d’Orione? Sei tu che, al suo tempo, fai apparire le costellazioni e guidi la
grand’Orsa insieme ai suoi piccini?» (Gb 38,31s). E Amos dichiarò: «Egli
ha fatto le Pleiadi e Orione» (Am 5,8).
3. SUNTO E CONCLUSIONE
■ Isaia
40,22: Questo brano intende dapprima ciò che uno vede all’orizzonte intorno
a sé e ciò che lo sovrasta. Anche brani come Giobbe 26,10 e Proverbi 8,27, in
cui il termine ḥūg
ricorre, riportano alla creazione primordiale, quando Dio creò l’atmosfera
intorno alla terra, partendo dal tehôm («diluvio
[primordiale]»); ciò fa del nostro mondo un pianeta speciale, in cui esiste un
limite fra luce e tenebre, mentre sugli altri pianeti l’universo appare buio.
Isaia voleva esprimere il fatto che il Dio vivente troneggia al disopra del
mondo degli uomini e questi, comunque appaiano potenti agli altri, sono dinanzi
a Lui piccoli e insignificanti.
■ Giobbe
9,9: Nel testo ebraico, accanto ad altre costellazioni, individuate dagli
studiosi quanto a significato, appare alla fine l’espressione «le camere del
sud». Traduttori ed esegeti interpretano tale espressione come le
costellazioni visibili nell’emisfero meridionale.
Di là dagli
aspetti poetici di Giobbe, è incredibile la conoscenza che gli antichi avevano
del cielo. In Egitto, ad esempio, le piramidi erano costruite così da orientarsi
a costellazioni particolari (Orione), identificate con le loro divinità
(Osiride), e la loro posizione imitava addirittura la disposizione di tali astri.
Lo studio delle costellazioni era una delle discipline più antiche e più approfondite.
Quanto scritto
in Giobbe sarebbe un importante indizio che nella Bibbia gli antichi non
avessero una concezione della terra come piatta e a forma di disco. Questo
potrebbe gettare luce anche sui brani trattati nel punto precedente.
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Elementi di cosmologia dell’AT? Parliamone
{Nicola Martella} (T)
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Sci/A1-Cosmologia_AT_Ori.htm
25-02-2009;
Aggiornamento: 15-08-2009
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