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Questo articolo
prende posizione riguardo al seguente scritto di Fernando De Angelis: «Gesù fra continuità divina e discontinuità storica»,
che si trova nella sezione «Proiezioni Culturali», da lui gestita. Egli, pur
conscio della distanza delle convinzioni su alcuni temi particolari, ha
accettato questo confronto delle idee, convinto che esso aiuterà nella
maturazione reciproca.
Certamente ci
sono varie cose nello scritto del mio interlocutore che, se prese a sé, sono
apprezzabili e condivisibili. Il problema è la sovrastruttura generale in cui
esse sono inserite e l’obiettivo perseguito. Consiglio di leggere prima l'articolo di Fernando De Angelis e
poi questo mio articolo. |
1.
IMPOSTIAMO LA QUESTIONE
Retroproiezione
indebita di «Gesù Cristo»
Riguardo
a Gesù succede che, in nome della continuità assoluta, si passa sopra
al «mistero» nascosto nelle passate generazioni. Lo si vuole vedere
attivo e presente proprio come «Gesù» e «Cristo» e in prima persona fin dalla
Genesi, come soggetto autonomamente e storicamente riconoscibile di là da Jahwè.
In questo approccio ideologico alla Scrittura si tende a mettere «Gesù Cristo»
dappertutto nell’AT, identificandolo ora con questi, ora con quegli. Uno dei
metodi indebiti usati è l’allegoria, l’altro la retroproiezione. Se si vuole
essere onesti verso la Scrittura, bisogna ammettere però che l’AT custodisce un
grande «mistero», che non è rivelato se non nel nuovo patto.
«Gesù
Cristo» non è una designazione fuori del tempo, ma «Gesù» è un nome concreto
dato al «Logos» diventato carne, dopo la sua nascita (Mt 1,21.25; Lc 1,31;
2,21); mentre «Cristo» o «Messia» è un titolo storico che intende «unto a re»,
ossia d’Israele. Nell’AT del fatto che il Messia sarebbe stato il «Logos fatto
carne», non è rivelato nulla; tale «mistero» è stato rivelato nel nuovo patto
(Gv 1,1.14; Fil 2,5ss). Come detto, nell’AT non è riconoscibile un «Gesù quale
Cristo» storicamente attivo e autonomamente riconoscibile rispetto a Jahwè. Egli
era un «mistero» presente in Dio e in lui operante. Ciò che l’AT annunciava del
Messia erano aspetti storici e teologici legati al patto che Dio elargì a Davide
e che riguardavano la sua regalità su Israele. Addirittura gli aspetti legati
alla passione e alla morte del Messia furono così codificati e nascosti
da Dio nell’AT che non furono riconoscibili durante l’antico patto e neppure ai
contemporanei di Gesù (discepoli compresi), non furono evidenti neppure dopo che
tali eventi erano avvenuti (cfr. i discepoli di Emmaus), ma solo dopo che Gesù
diede loro il «codice d’accesso» a tale «mistero», manifestandosi come risorto
ai suoi discepoli (i dubbi non mancarono neppure allora) e aprendo loro la mente
per capire tale «mistero».
La questione del
«mistero»
Un «mistero»,
per essere tale, è ciò che prima non c’era (Ef 5,32 unione fra Cristo e chiesa),
era sconosciuto (Gb 9,9; Ap 1,20; 17,5ss), non si era ancora compiuto (Ap 10,7
mistero di Dio), non si comprendeva (Sal 78,2) o solo alcuni lo potevano
comprendere (Mt 13,11) e spiegarlo agli altri (1 Cor 15,51 risurrezione dei
viventi; cfr. 2 Ts 2,7ss empietà). La «fede» neotestamentaria è, ad esempio, un
mistero da conservare in pura coscienza (1 Tm 3,9; cfr. v. 16), per poterlo
adeguatamente gestire.
■ Il
mistero principale, che è stato poi rivelato, riguardava l’oggetto stesso
della devozione del nuovo patto: «Colui che fu manifestato in carne, fu giustificato in spirito, apparve ad angeli, fu
predicato a nazioni, fu creduto nel mondo, fu elevato in
gloria» (1 Tm 3,16).
■ Un mistero
particolare era quello che riguarda l’indurimento parziale in Israele e
l’entrata nel nuovo patto dei Gentili (Rm 11,25), e cioè a pieno titolo.
Infatti il «mistero di Cristo» consisteva nel fatto «che i Gentili sono
eredi con noi,
membra con noi d’un medesimo corpo
e con noi partecipi della promessa
fatta in Cristo Gesù mediante l’Evangelo» (Ef 3,5s). Stando così le cose,
questa era una discontinuità rispetto al passato e, quindi, una rivoluzionaria
novità (cfr. At 15).
■ La «rivelazione
del mistero che fu tenuto occulto fin dai
tempi più remoti» riguardava particolarmente la «predicazione
di Gesù Cristo», ossia l’Evangelo, e in particolare il fatto che tale
mistero «ora manifestato» è «fatto conoscere a tutte le nazioni per
addurle all’ubbidienza della fede». Stando così le cose non si può dire che
questa era la realtà già nell’AT, prima del patto mosaico o durante il tempo
della Legge.
■ Riguardo a
quello che è «misterioso e occulto», bisogna fare le distinzioni necessarie
fra ciò che Dio aveva stabilito nel suo consiglio avanti i secoli (1 Cor 2,7s) e
ciò che ha poi rivelato e fatto comprendere effettivamente (v. 10). Infatti solo
ciò che è pienamente rivelato e compreso, smette di essere «misterioso e
occulto». I dodici apostoli e Paolo (Ef 3,3ss), avendo ricevuta una diretta
rivelazione, divennero «amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).
Perciò Paolo affermò: «Egli ha fatto sovrabbondare [la grazia] sopra di noi
in ogni sapienza e intelligenza. 9Egli ci ha fatto
conoscere il mistero della sua
volontà, secondo la sua benevolenza, che Egli si è
prefissata in se stesso, 10per
l’economia dell’adempimento dei tempi:
di ricapitolare tutto nel Cristo, ciò che è nei cieli e ciò che è sopra la terra
— in lui» (Ef 1,8ss così in greco). Quindi, sebbene il proposito di Dio
fosse stato da lui prefissato anzitempo (cfr. anche v. 11), esso rimase un
mistero fino alla rivelazione e comprensione e riguardava la «pienezza dei
tempi»; c’erano quindi un prima e un dopo e le diverse fasi della storia.
■ Quindi il
«mistero di Cristo» seguì una dinamica temporale specifica: era stato
potuto far conoscere (Ef 3,3), solo dopo averlo compreso (v. 4) in seguito alla
rivelazione «data ai santi apostoli e profeti di Lui» mediante lo Spirito
Santo (= NT), cosa che non era così evidente ai figli degli uomini nelle altre
età (v. 5). Il «Creatore di tutte le cose» aveva sì un piano da
manifestare a suo tempo ed egli aveva sì un «proponimento eterno che Egli ha
mandato a effetto nel nostro Signore, Cristo Gesù», ma tutto ciò era stato
tenuto «nascosto in Dio fin dalle più remote età», perche la «infinitamente
varia sapienza di Dio» fosse finalmente «data a conoscere ai principati e
alle potestà, nei luoghi celesti, per mezzo della Chiesa» a tempo debito
(vv. 9ss). Riguardo al «mistero di Cristo» c’era quindi un prima (segreto ben
celato), un culmine (realizzazione storica in Gesù) e un poi (rivelazione e
proclamazione del mistero). Solo alla fine del processo si poté «parlare
apertamente per far conoscere con franchezza il mistero dell’Evangelo» (Ef
6,19s).
■ Anche negli
altri scritti Paolo affermò continuamente tale dinamica cronologica: egli
aveva ricevuto l’incarico specifico di annunciatore di tale mistero rivelato
(Col 1,25; 4,3s), ribadendo sempre che questo mistero «è stato occulto da
tutti i secoli e da tutte le generazioni, ma che ora è stato manifestato ai
santi di lui» e che esso consiste particolarmente nel «far conoscere
quale sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra i Gentili, che è
Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,25-28). Il fine è di «giungere
alla completa conoscenza del mistero di Dio: cioè di Cristo, nel quale tutti i
tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti» (Col 2,2s).
Il prima e il
poi della storia, del Logos e della fede
■ Per fare un
esempio, Fernando sostiene la sua tesi radicale basandola su Ebrei 13,8,
non tenendo presente le diverse possibilità della grammatica greca e
l’intenzione dell’autore. Per ragione di grammatica e di logica proprio questo
brano dev’essere tradotto correttamente così: «Gesù è lo stesso Cristo ieri,
oggi, e in perpetuo». Come ho ricordato sopra, Gesù è il nome che il «Logos
incarnato» (Gv 1,1ss.14) ottenne dalla nascita in poi (Mt 1,21.25; Lc 1,31;
2,21). Abbiamo pure ribadito che «Cristo» o «Messia» è il titolo storico che
intendeva «l’unto a re», ossia d’Israele. Perché Gesù fosse il Messia-Re, ciò
doveva essere annunciato (Lc 1,32s), egli doveva essere incaricato da Dio nella
storia (Mt 3,17; 17,5; cfr. Sal 89,26ss; 2,7), riconosciuto da singole persone
(Gv 1,49; 11,27; Mc 8,29) e acclamato dal popolo (Gv 12,12ss), sebbene i capi lo
rifiutarono (Gv 8,24; 10,24) e lo condannarono proprio per aver affermato
d’essere il Messia-Re promesso (Mc 14,61ss).
Stando così le
cose, Gesù poteva essere «lo stesso Cristo» solo dalla sua instaurazione
in tale funzione in poi, ossia dal suo battesimo in poi, che fu una specie di
unzione in tale ministero pubblico; addirittura Pietro asserì che fu la
risurrezione e l’intronizzazione in cielo l’investimento definitivo a «Signore e
Cristo» da parte di Dio (At 2,32-36). Perciò «ieri» era per l’autore il vicino
passato, durante la vita di Gesù in terra (Eb 5,7ss «giorni della sua carne»);
«oggi» era l’attualità, in cui Gesù era presso il Padre dopo l’ascensione e in
cui ci si poteva decidere e cambiare (Eb 3,7.13.15; 4,7); «in perpetuo»
si riferisce al futuro dai giorni dell’autore in poi (Eb 6,20; 7,24 sommo
sacerdozio).
■ Che cosa era
o faceva il «Figlio di Dio» (anch’esso un concetto storico legato al patto
davidico) prima del’incarnazione? Abbiamo parlato sopra del «mistero»,
che bisogna lasciare tale. Egli era il «Logos», «Dio presso Dio», creatore di
tutte le cose e sostenitore della creazione. Come abbiamo visto, il futuro
Messia nell’AT non compare in modo disgiunto e autonomo rispetto a Jahwè. Fu
l’incarnazione a portare il mutamento rivoluzionario, rivelando Dio come «Padre
celeste» e il «Logos incarnato» come «Figlio dell’Altissimo (o di Dio)» e
«Figlio di Davide» (Lc 1,32.32; Mt 1,1; Rm 1,4).
2. APPROFONDIAMO LA QUESTIONE: Oltre a quanto
già detto, qui analizzo dappresso quanto affermato dal mio interlocutore.
La nascita
di Gesù rappresenta una continuità quanto alle promesse fatte da Dio nell’AT
e ai loro adempimenti e rappresenta altresì una discontinuità nella storia, in
Israele, nella storia della salvezza e nei rapporti all’interno della Deità. La
nascita di Gesù introdusse vari mutamenti che non lasciarono più le cose come
prima e non permisero più un ritorno a condizioni passate, né nella storia del
mondo, né nell’esistenza del Logos stesso, né nei rapporti fra Padre e Figlio
(concetti dovuti all’incarnazione). Dopo il tempo della tutela sotto la Legge, «Dio
mandò il suo Figlio» nel mondo, ma non come una manifestazione temporanea (o
teofania), ma facendolo nascere da una donna, ancora durante il periodo della
legge; la nascita di Gesù avvenne nella «pienezza dei tempi» (Gal 4,1-4). È
evidente che Gesù non aveva una continuità personale sulla terra, se non
quella d’essere figlio di Abramo e figlio di Davide (Mt 1,1), essendo nato in
modo individuale e irripetibile (Mt 1,21.25; Lc 1,31; 2,7), come avvenne anche
per Giovanni Battista (Lc 1,13.57). Sennonché la differenza fra Gesù e Giovanni
era data dal fatto che quest’ultimo non esisteva prima in modo personale, se non
nella linea di sangue dei suoi avi; mentre Gesù, prima di essere fatto carne (Gv
1,14), esisteva personalmente come Logos, «Dio presso Dio», Creatore e
sostenitore d’ogni cosa (vv. 1ss). Tale continuità però non era evidente
nell’AT, essendo stato un «mistero» gelosamente celato in Dio e rivelato solo
gradualmente all’interno del nuovo patto (Fil 2,5-11).
Con
l’incarnazione e la nascita, Gesù crebbe come tutti gli esseri umani nel corpo e
nella mente (Lc 2,52) e, come tutti gli esseri umani, veniva tutelato dai suoi
genitori (v. 51). Il rapporto fra ciò che era da sempre come Logos e ciò
che divenne per sempre come Gesù, è un mistero. Tale rimane anche
il rapporto a noi oscuro tra un essere umano in sviluppo e la sua consapevolezza
di Logos, tra il Creatore d’ogni cosa e la Creatura, quale era diventato (Fil
2,7s). Sta di fatto che heautòn ekénōsen , tradotto con «annichilì se
stesso», significa «svuotò se stesso» o «spogliò se stesso» di qualcosa, cosa
che stava in contrasto con l’arraffare (v. 6 harpagmós «rapina», ossia
una cosa che avidamente si agguanta e si tiene ferma). Probabilmente ciò era
inteso nel senso di rinunciare all’esercizio di propri diritti e facoltà divini
per rendersi sottomesso al Padre, umano e perciò mortale, in vista dell’opera di
riscatto, e aspettando che Dio nella storia lo innalzasse in modo così
formidabile e gli desse un significato universale senza precedenti (Fil 2,9ss).
Che tale gloria del Logos fosse come «ibernata», ma non eliminata, in Gesù di
Nazaret, è mostrato dall’episodio della trasfigurazione (Mt 17,2). È un caso
unico e isolato, che aveva lo scopo di mostrare il fatto che Gesù non fece
normalmente uso della «gloria latente» in lui. Per questo Gesù chiese al Padre,
nell’ora più oscura della sua vita: «Io ti ho
glorificato sulla terra, avendo
compiuto l’opera che tu m’hai data
a fare. Ed ora, o Padre, glorificami
tu presso te stesso della gloria che
avevo presso di te avanti che il mondo fosse» (Gv 17,4s).
Bisogna stare
attenti a non ridurre però l’incarnazione a un’idea gnostica, come se
fosse stata solo una manifestazione momentanea (teofania, cristofania) o
apparente e che come tale non aveva mutato nulla di veramente sostanziale, ma
solo la forma.
Gli gnostici, contro cui gli apostoli combatterono, ridussero l’incarnazione a
una maschera, a un’apparenza, tanto che addirittura negavano che il Figlio di
Dio fosse veramente venuto in carne (1 Gv 4,2), ma affermavano che si fosse solo
incorporato nel corpo di Gesù, per poi abbandonarlo appena prima della
crocifissione. Giovanni definì tale concezione un’ideologia eretica e seduttrice
che manifestava lo «spirito dell’anticristo» (v. 3; 2 Gv 1,7).
Come Gesù
stesso testimoniò, le cose che egli sapeva e faceva, durante il corso del suo
ministero, erano quelle che Dio gli diceva e gli mostrava (Gv 5,19ss;
8,28s.38; 12,50), e in ciò aveva un gran ruolo lo Spirito Santo (Mt 3,16; 4,1;
Lc 4,14; 10,21). L’unione spirituale col Padre gli poteva far dire: «Io sono
nel Padre e che il Padre è in me»; e anche: «Le parole che io vi dico,
non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue» (Gv
14,10s).
Era il Padre
che gli rivelava quella consapevolezza di esistere fin da prima di Abramo
(Gv 8,58)
e prima che il mondo fosse (Gv 17,5.24). Fin da bambino dovette però crescere «in
sapienza e in statura, e in grazia dinanzi a Dio e agli uomini» (Lc 2,52),
come tutti gli umani. Come aiuto perché Gesù sviluppasse la sua consapevolezza
d’essere il Messia-Re, il Padre gli diede anche la testimonianza pubblica
durante il battesimo (Mt 3,17) e durante la trasfigurazione (Mt 17,5). Come
detto, però, il Padre gli rivelava tale consapevolezza mediante lo Spirito
Santo.
L’incarnazione
fu un cambiamento epocale e sostanziale per il Logos creatore, che
divenne anche creatura; lo fu anche nel rapporto verso Dio, che ora era suo
Padre (lo stesso dicasi del Padre nel rapporto verso il Logos, che ora era suo
Figlio), e nel rapporto verso il mondo e l’esistenza (ora era soggetto alle
leggi naturali e ai loro limiti, allo spazio, al tempo, all’invecchiamento, al
bisogno di nutrirsi e dissetarsi, alla fatica, ecc.).
C’erano cose
che Gesù non sapeva durante la sua vita terrena? La risposta è sì, visto
che Gesù dipendeva da ciò che il Padre gli diceva. Nel suo messaggio
escatologico affermò: «Quant’è a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa,
neppure gli angeli dei cieli, neppure il
Figlio, ma il Padre solo»
(Mt 24,36). Anche subito dopo la risurrezione, quindi prima di salire al Padre,
disse ai suoi discepoli: «Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che
il Padre ha riservato alla sua
propria autorità» (At 1,7).
Quanto a
Colossesi 1,13-20, il brano distingue benissimo un prima e un poi. Paolo,
dopo aver parlato riguardo a Colui, che poi è divenuto Cristo nella storia, del
suo valore prima della creazione e del fatto che ogni cosa fu fatta per mezzo di
lui (vv. 16s) e del suo significato attuale di modello (v. 15), mostrò il
significato storico basato sulla sua opera terrena, essendo diventato capo della
chiesa e il principio o primogenito (= eccellente in una categoria) dai morti,
ossia il primo esemplare dell’umanità risuscitata (v. 18). La pienezza e la
riconciliazione furono connessi strettamente alla sua opera di riscatto sulla
croce (vv. 19s). Anche qui Paolo parlò del «mistero, che è stato occulto da
tutti i secoli e da tutte le generazioni, ma che ora è stato manifestato ai
santi di lui» (v. 26). È quindi lo stesso discorso di Gv 1 e di Fil 2.
Quanto a 1
Corinzi 10,4, bisogna stare attenti a non confondere le applicazioni
spirituali (cfr. «cibo spirituale», «bevanda spirituale») con la realtà delle
cose: Cristo non era una «roccia» reale (come non lo era Dio; Dt 32,4.15.18.30;
1 Sm 2,2; Is 26,4; 30,29), ma era una persona manifestata nella storia con
l’incarnazione. Al tempo dell’esodo gli Israeliti non erano coscienti della sua
presenza autonoma e personale, ma solo di quella di Jahwè. Il Logos era presente
e attivo nella storia d’Israele? Sì, ma non separato da Jahwè e non
caratterizzato in modo autonomo; talché tutto ciò che faceva Dio, lo si può
attribuire al Logos, ma gli Israeliti non ne erano consapevoli. Paolo poteva
benissimo dire che tale «roccia spirituale» era Dio (cfr. v. 5 il ritorno alla
storia: «Dio non si compiacque»), e ciò non avrebbe mutato nulla nella
sua affermazione, poiché non si trattava di una dichiarazione storico-teologica,
ma solo di un’applicazione allegorica per i credenti dei suoi tempi (vv. 1-4).
Egli significava che ciò che accadde agli Israeliti materialmente (passaggio del
mar Rosso, manna, acqua dalla roccia), aveva per loro anche un significato
spirituale e vale pure per noi spiritualmente parlando (cfr. v. 11 esempio e
ammonizione per noi).
Inoltre c’è un
grande equivoco nello scritto di Fernando riguardo a cose che lui
attribuisce alle convinzioni altrui, pur di tener fermo un principio di
continuità senza alcuna discontinuità. L’incarnazione ha portato invece una
grande discontinuità, ma non nella persona del Logos nel senso della sua
natura (come egli attribuisce agli altri), ma nel suo modo di esistere:
una cosa è essere lo Spirito creatore (Logos), altra cosa è essere una creatura
umana (Gesù Cristo quale Logos fatto carne, sia Dio sia uomo). Questa è
un’immane discontinuità nell’esistenza del Logos fatto carne. Ciò è
paragonabile, ad esempio, a un campione olimpionico che, pur rimanendo tale,
debba vivere nei limiti di una carrozzina a rotelle; ciò non muta nulla del suo
essere, ma porta a un grande mutamento della sua esistenza. Dall’incarnazione in
poi, affinché Gesù Cristo possa essere mediatore tra Dio e gli uomini e garante
della salvezza, deve necessariamente rimanere uomo in perpetuo (1 Tm 2,5s).
Perciò la risurrezione non ha eliminato per Gesù quanto successo con
l’incarnazione né il suo essere uomo per sempre (Lc 24,37ss; Gv 20,20.27).
A essere
onesti, leggendo l’AT da ebreo, in esso non si vede per nulla in modo evidente
come filo conduttore la «presenza di Gesù».
Se così fosse stato, scribi e Farisei lo avrebbero attestato, gli apostoli lo
avrebbero riconosciuto da sé, come pure i discepoli d’Emmaus. Un filo conduttore
è ciò che è chiaramente evidente e non necessita di una decodifica. Come
abbiamo visto, Dio aveva tenuto segreto il «mistero» e le cose asserite circa il
Messia le aveva codificate al punto che solo la rivelazione della
chiave d’accesso, resa comprensibile solo dopo gli eventi
cristologici, resero comprensibili le «tracce» lasciate da Dio nell’AT riguardo
al Messia-Re, il Logos fatto carne (cfr. Ap 19,10 «testimonianza di Gesù» quale
spirito della proclamazione profetica).
Dopo essersi
mostrato come risorto, Gesù disse ai suoi discepoli: «Queste sono le cose che
io vi dicevo quando ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte
di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi, fossero adempiute» (Lc
24,44). Ma ciò non accadde in modo automatico e spontaneo, ma per un intervento
di Gesù: «Allora aprì loro la mente per intendere le Scritture»
(v. 45). Si noti però che Gesù si limitò al mistero dell’Evangelo: «Così è
scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno,
e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remissione dei peccati a
tutte le genti, cominciando da Gerusalemme» (vv. 46s). Il cammino della
rivelazione e della comprensione fu lungo riguardo a ciò che Gesù era stato
prima della creazione, durante la storia, nell’incarnazione, durante il suo
ministero, nella morte e risurrezione, nell’ascensione al cielo e nel suo
significato futuro. Si noti come nei primi capitoli degli Atti Gesù fu
proclamato del tutto nel suo significato evidente di Messia uomo, figlio di
Davide, come si evinceva dall’AT, senza ancora alcuna menzione della sua
preesistenza e della Deità (At 2,22ss.32s.36). La pienezza del «mistero» doveva
essere ancora rivelata e compresa.
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Per
l’approfondimento di alcuni aspetti si veda la seguente letteratura.
■ Nicola
Martella (a cura di), Escatologia biblica essenziale.
Escatologia 1 (Punto°A°Croce,
Roma 2007), articoli: «Il conduttore del popolo», pp. 82-87; «Gesù
si è sbagliato sull’avvenire?», pp. 179-181.
■ Nicola
Martella, E voi, chi dite ch’io sia?
Offensiva intorno a Gesù 2
(Punto°A°Croce, Roma 2000), articoli: «La speranza messianica nell’AT»,
pp. 3-9; «Gesù, l’ultimo Cristo», pp. 16-25; «Gesù Cristo negli Evangeli», pp.
26-33; «Gesù l’adempimento dell’AT», pp. 24-37; «Come Gesù intendeva se stesso»,
pp. 46-53; «Gesù Cristo in tutto il NT», pp. 68-73; «Adempimento
di alcune promesse messianiche», pp. 74-87.
■ Nicola
Martella,
Dall’avvento alla parusia,
Panorama del NT 1 (Fede controcorrente, Roma 2008), articoli: «Vita
e ministero», pp. 30-37; «Annuncio
e attività», pp. 38-44; «Passione,
morte e risurrezione», pp. 45-55. |
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Dot/A1-Gesu_dis-continuita_storica_OiG.htm
20-09-2008;
Aggiornamento: 04-10-2008
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