Caro «picconatore», dunque, ti dirò, alcune picconate non mi
hanno fatto male, ma qualcuna ha colpito il bersaglio. Ad un
certo punto si è accesa una lampada nella mia testolina e
gli ingranaggi si sono messi in moto. Le mura di Gerico sono
crollate ed ora ho finalmente capito tutto. Vedo le cose in
maniera completamente diversa da prima e tutti i pezzi del
puzzle ora si trovano al loro posto. Nell’allegato che ti
mando scoprirai una persona diversa. Avevo in serbo altre
cartucce da sparare, ma le ho picconate da solo.
Certo che ne abbiamo scritte di cose sull’argomento, non
dico che se ne può fare un libro, ma come minimo delle buone
dispense di studio.
IL SONNO
DELL’ANIMA
Il «sonno dell’anima» è una dottrina che suppone, abbastanza
semplicemente, che tra il tempo della morte e il tempo della
risurrezione, l’uomo è in uno stato «inconsapevole». Essa è
creduta in vari gruppi cristiani evangelici e non solo dagli
Avventisti.
Per affrontare questo argomento bisogna partire da un altro:
la natura del rapporto tra ciò che è chiamato corpo, anima e
spirito. I fautori del sonno dell’anima guardano a queste
«componenti» come a un insieme inseparabile.
È vero che la Bibbia, specialmente nel Vecchio
Testamento, presenta l’uomo come un’unità. Ma questo non
significa necessariamente che i suoi elementi costituenti
siano inseparabili; significa semplicemente che ciò che
rende un uomo tale, sono gli elementi assemblati insieme. La
domanda che rimane è se gli elementi possono esistere
separatamente dopo la morte del corpo.
A questo proposito ho notato qualche confusione di
termini. Uno studioso avventista, in un saggio dal titolo
«The Human Soul» (L’anima umana), dapprima dice: «Quelli
che generalmente credono che la loro natura sia formata da
un tutto indivisibile dove corpo, anima e spirito sono le
caratterizzazioni della stessa persona, immaginano un
destino dove la loro persona morta sarà un giorno
risuscitata, ma nel frattempo è completamente inconsapevole».
Ma nel paragrafo successivo ribadisce: «D’altra parte,
quelli che credono che la loro natura sia dualistica, che
cioè, è formato da un corpo materiale e mortale e da
un’anima spirituale e immortale, immaginano un destino dove
le loro anime immortali sopravvivranno alla morte del loro
corpo».
Che cosa è accaduto qui? Egli ha trasformato i tre
(spirito, anima, corpo) in due (corpo, anima) e ha lasciato
lo spirito nella polvere (nel primo caso). Poi sembra che
egli consideri «l’anima» e lo «spirito» come sinonimi. Nel
primo caso poi, il corpo e l’anima, la carne e lo spirito,
sono caratterizzazioni della stessa persona e componenti non
scindibili soggetti alla morte. È vero che «l’anima» e lo
«spirito» vengono a volte usati in maniera intercambiabile,
ma questo non è sempre il caso, poiché le parole ebraiche
sono molto diverse:
■ Spirito: rûahI
«vento; respiro, soffio».
■ Anima: nepeš «essere vivente, vita».
«L’Eterno
Dio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle
narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente»
(Gen 2,7). Cosicché il corpo staccato dallo spirito non può
essere l’uomo; e lo spirito staccato dal corpo non è l’uomo;
ma è l’unione dei due che fa «un essere vivente». E questo
vale anche per gli animali poiché nepeš hIajjāh
si riferisce anche a loro (Gen 1,20.21.24.30; ecc.). Se il
corpo e lo spirito, uniti insieme formano l’anima vivente, è
sensato dire che la nepeš muore quando il
corpo muore.
La domanda che ora mi pongo, quindi, non è se secondo
la Bibbia «l’anima sopravvive (nel senso di essere
cosciente) dopo la morte», ma, «lo spirito sopravvive (è
cosciente) dopo la morte»? Non solo il Vecchio, ma anche il
NT distingue tra l’anima e lo spirito (1 Ts 5,23; Eb 4,12) e
lo fa in maniera tale che le due parole non possono essere
considerate dei sinonimi. Ma che cos’è lo spirito dell’uomo,
e cosa gli accade dopo la morte? La parola è spesso
utilizzata figurativamente (cioè, «spirito di servitù»,
«spirito di stordimento», «spirito fervente», «spirito di
mansuetudine», ecc), ma è utilizzata chiaramente anche in
riferimento a entità senzienti (sia buone che cattive) e –
come si deduce da Gcm 2,26 (come il corpo senza lo
spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta)
è un’entità separabile dal corpo umano anche se
identificabile all’interno dell’uomo, qualunque sia la sua
condizione alla morte del corpo. In 2 Cor 5, l’excursus di
Paolo sulla risurrezione del corpo, paragona quello vecchio
a una tenda, il che suggerisce, ovviamente, un «abitante»!
(Sebbene non venga detto dove riposa esattamente
«l’abitante» e in quale stato). Eb 4,12 conferma questo,
parlando della «divisione dell’anima e dello spirito»
paragonabile a quella «delle giunture e delle midolla» — le
ultime essendo un componente primario.
Dovrebbe essere osservato, prima di tutto, che poiché
«lo spirito» è descritto in termini di «respiro», non
bisogna supporre che spirito e respiro siano la stessa cosa.
Organi diversi del corpo sono collegati con determinate cose
dagli Ebrei (così dobbiamo aspettarci che lo spirito venga
collegato con una certa parte di noi). Non dobbiamo pensare
che i reni non esistono perché nella Bibbia sono chiamati
«lombi».
Una delle poche dichiarazioni del suddetto studioso
avventista sullo spirito riguarda Ec 12,7: «…la polvere
torni alla terra com’era prima e lo spirito torni a Dio che
lo ha dato». Egli cita dal Interpreter’s Dictionary
of the Bible il quale afferma che «lo spirito non è,
correttamente parlando, una realtà antropologica ma un dono
di Dio che gli ritorna al momento della morte». Dove conduce
questo ragionamento? Non c’è niente nella Bibbia che mostra
che lo spirito non sia una «realtà antropologica»; se gli
angeli e gli spiriti malvagi e lo Spirito di Dio lo sono, da
cosa si deduce diversamente per lo spirito dell’uomo? Ec
12,7 non afferma ciò che accade allo spirito quando ritorna
a Dio o se ha una qualsiasi coscienza; la parola «ritorno»
ha tanti ampi significati come la nostra moderna parola.
■ Sal 6:5 «Poiché nella morte non c’è memoria di te;
chi ti celebrerà nella še’ol?».
■ Sal 30:9 «Che utilità avrai dal mio sangue, se
scendo nella fossa? Potrà forse la polvere celebrarti? Potrà
essa proclamare la tua verità?».
■ Sal 115:17 «Non sono i morti che lodano l’Eterno,
né alcuno di quelli che scendono nel luogo del silenzio»..
Se utilizzati per insegnare l’assoluta incoscienza di coloro
che sono morti, questi versi in pratica ci dicono solo che i
morti non ringraziano e non lodano Dio. Queste sono due
attività fuori dalla loro portata, ma è possibile essere
coscienti e non fare queste cose per altre ragioni.
Un altro verso importante per dimostrare l’incoscienza
dell’uomo dopo la morte è Gen 3,19: «Mangerai il pane col
sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da
essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere
ritornerai». Ma questo significherebbe che l’uomo è
polvere e basta, il che darebbe l’idea che niente più
sopravvive dopo la morte; ma sappiamo che l’uomo è ben di
più che polvere. Ec 3,19,20 è ugualmente utilizzato allo
stesso modo; in questo caso l’uomo è identificato con le
bestie. Ma l’uomo non è come le bestie. Se l’uomo è solo
polvere, che cosa è avvenuto del «respiro» che Dio ha messo
in lui? In Gen 1 Dio usa solo tre volte la parola bārā’
(vv. 1.21.27) e la usa ogniqualvolta compie un atto
creativo, la prima volta per la materia, la seconda per gli
animali, la terza volta per gli uomini, e questo significa
che l’uomo è «creativamente» diverso dagli animali. Ma a
questo si potrebbe comunque rispondere come fa Elihu in Gb
34,14,15: «Se Dio dovesse decidere in cuor suo di
ritirare il suo Spirito e il suo soffio, ogni carne
perirebbe assieme, e l’uomo ritornerebbe alla polvere».
Chi vuol continuare a credere al sonno dell’anima può ancora
farlo, e quindi bisogna considerare qualcos’altro.
■ Una delle parole chiave associate alla condizione
dopo la morte è še’ol, spesso tradotto «tomba»,
«fossa», «sepolcro». Ma si riferisce anche all’oltretomba.
■ Le persone nella še’ol sono inattive e deboli,
tuttavia possono ancora essere coscienti.
■ La še’ol è principalmente una destinazione per
l’empio. I giusti prevedono la še’ol come loro
destino a volte quando sono afflitti o in grande pericolo, o
costretti ad affrontare una morte infelice o intempestiva.
È
vero che la še’ol
è descritto come un luogo di silenzio che taglia i ponti
della persona con Dio, tuttavia due versi descrivono una
certa attività nella še’ol:
Is 14,9-11 e Ez 32,21.31.
Questi versi parlano dei morti risvegliati per ricevere
un nuovo arrivato e parlano dalla še’ol.
Questa non è quella che uno chiamerebbe una dimora attiva,
naturalmente, ma è chiaramente una dimora cosciente, o
almeno, uno stato nel quale è possibile essere coscienti.
Questo non contraddice la metafora del sonno per descrivere
la morte e che si trova in tutta la Bibbia. Non è necessario
prendere la metafora in un senso permanente o assoluto.
Notiamo in particolare che in Is 14 i morti vengono
risvegliati per deridere la debolezza del nuovo arrivato.
In risposta uno può forse argomentare che Isaia parli
in maniera figurata dei morti come se essi fossero capaci di
pensiero cosciente. Ma se fosse così, allora la scelta di
Isaia di far parlare i «morti» invece che i vivi, dovrà
sembrare particolarmente sfortunata per coloro che
sostengono il sonno dell’anima.
Sal 146,4: «Quando il suo spirito se ne va, egli
ritorna alla terra, e in quello stesso giorno i suoi
progetti periscono». Questa è un’affermazione molto
forte. Se i pensieri di una persona «periscono» allora
questo implica che c’è uno stato inconsapevole. C’è da
notare, tuttavia, che la parola per «perire» non è la stessa
di quelle che si trovano altrove: karēt, una
parola che indica esplicitamente punizione o distruzione
(Gen 41,36: «così il paese non perirà per la carestia»);
o nāpal (Es 19,21: «E l’Eterno disse a
Mosè: Scendi e avverti solennemente il popolo, perché non si
precipiti verso l’Eterno per guardare, e molti non abbiano a
perire»). La parola utilizzata nel Salmo è ‘ābedû,
che ha il significato principale di vagare lontano o
perdersi. È utilizzata anche in:
■ Es 10,7, «Non hai ancora capito che l’Egitto è
rovinato?»
■ Dt 4,26 «Voi presto scomparirete completamente dal
paese di cui andate a prendere possesso».
Consideriamo quest’ultimo versetto alla luce del fatto che
la punizione d’Israele era l’esilio. Troviamo la stessa
parola in:
■ Dt 26,5: «Mio padre era un Arameo errante»
(Riveduta); altri traducono: «sul punto di morire»
(Nuova Diodati).
■ 1 Sm 9,20: «Riguardo poi alle tue asine smarrite…».
Il senso di questa parola suggerisce che lo stato della
morte non sia proprio inconsapevole, ma uno stato in cui la
mente è vagante, mancante di qualcosa (il cervello non c’è
più), smarrita! In sostanza, se s’intende correttamente
‘ābed, quelli nella še’ol
non perdono conoscenza, ma piuttosto, concentrazione. E se
le cose stanno così, il «dormire» e il riposo è l’attività
principale!
Ec 9,5: «I viventi infatti sanno che moriranno, ma i
morti non sanno nulla; per loro non c’è più alcuna
ricompensa, perché la loro memoria è dimenticata».
Qualunque difesa del «sonno di anima» che ho visto
finora inizia con questo verso o lo contiene. Preso così
com’è, offre una prova molto forte dello stato di
inconsapevolezza dei morti. Tuttavia, è proprio perché non
si può prendere «così com’è» che il suo uso per il «sonno
dell’anima» è ingiustificato. Questo verso si trova in un
genere-contesto che indica che non deve essere preso in
senso assoluto.
La natura dell’Ecclesiaste è per certi aspetti
paradossale. È un libro pieno di tensione; per esempio in
3,1-8 vengono elencate 28 attività di vita, metà delle quali
sono positive e le altre contrapposte. Il secondo membro di
ogni coppia annulla il primo. L’utilizzo che l’Ecclesiaste
fa di rûahI
«spirito» e nepeš «anima» sembra sovrapporsi.
Nepeš «anima, persona» è ciò che risulta
quando il bāśār «corpo» è animato dalla rûahI
«soffio, spirito». L’Ecclesiaste utilizza rûahI
sia nel senso di sede delle emozioni che nel senso di
«soffio vitale»:
■ Lo spirito può essere paziente e superbo.
■ Lo spirito è sede di emozioni violente, in
particolare l’ira (7,9)
■ Gli uomini non sono in grado di distinguere la
differenza tra il soffio della bestia e quello dell’uomo
(3,19s).
■ Dopo la morte dell’uomo lo spirito ritorna a Dio
(12,7).
Il termine nepeš viene impiegato spesso come
sinonimo di rûahI,
ma è particolarmente usato per descrivere i desideri
(6,3,7). Un aspetto dell’anima è il cuore. Nepeš
è l’anima nella sua totalità, il cuore è l’anima nel suo
valore interiore. Gli Israeliti avevano osservato che le
impressioni e le emozioni provenienti dall’esterno
influiscono sul cuore, ritardando o accelerando i suoi
battiti. Ne hanno dedotto che la vita, oltre che dal
respiro, dipende anche dal cuore, e lo hanno considerato
addirittura «sorgente della vita» (Pr 4,23).
■ Il cuore viene utilizzato nel senso di organo
intellettuale, che capisce, cerca, esplora, indaga, si
applica ad apprendere, conoscere (Ec 1,13; 2,3,22; 7,25;
8,16; 9,1).
■ Il cuore è impiegato come sede delle emozioni, in
particolare l’allegria (Ec 7,3; 9,7) e il desiderio (11,9).
■ Il cuore è impiegato come facoltà intelligente che
sceglie tra il bene e il male (Ec 8,11; 9,3).
L’Ecclesiaste ora descrive la disperazione della vita, ora
esorta a godere della vita. Qualcuno ha scritto che
«Salomone scrive quello che non può evitare di vedere e
quello che non può evitare di credere». La sua metodologia è
quella che a un certo punto ha seguito (anche se non
precisamente uguale) Hegel: combinare la tesi e l’antitesi,
per arrivare a una sintesi. A differenza di Giobbe che
dialoga con i suoi amici, l’Ecclesiaste dialoga con se
stesso, ma la metodologia è la stessa: arrivare alla
soluzione dei problemi con il dialogo. È quindi incauto
utilizzare Ec 9,5 come un passaggio di base dottrinale per
sostenere l’inconsapevolezza dei morti, proprio come non lo
è, per esempio, Gb 14,12: «Ma l’uomo che giace non si
rialza più; finché non vi siano più cieli, non si
risveglierà né più si desterà dal suo sonno». Anche se
Ec 9,5 può ancora essere interpretato per negare la
coscienza dei morti, esso rappresenta solo la percezione
dell’argomento dal lato negativo invece di essere
un’affermazione di fatto.
Ci sono altri passaggi sullo še’ol
e sulla morte, nel VT, ma nessun altro dà qualunque
informazione esplicita sullo stato dei morti con particolare
riferimento alla loro coscienza.
Gli unici altri dati del VT sono quelli che ci parlano
della pratica illegale della negromanzia (comunicazione con
i morti). Il VT proibisce esplicitamente questa pratica (Lv
19,31; Dt 18:10; cfr. 2 Re 21,6; 23,24). 1 Sm 28 ci mostra
che Saul si aspettava che Samuele potesse essere contattato
e quindi cosciente. Tuttavia, questa non è prova abbastanza
forte, perché naturalmente si può sostenere che Saul agisse
secondo un’opinione erronea.
Quanto sopra è quello che ci offre il VT; ora passiamo
al NT. Qui i dati sono un poco più specifici. Da una parte
si fa riferimento ai morti che «dormono» e dall’altra
abbiamo Paolo che desidera lasciare il suo corpo per abitare
con il Signore (2 Cor 5,8). Essere «addormentato» è un
eufemismo, basato sulla somiglianza corporea tra il dormire
e la morte, oppure riflette uno stato di coscienza? Ed in
questo caso: a volte, la maggior parte delle volte, o per
tutto il tempo?
È difficile dare troppo significato all’uso figurato
del «sonno» uguale morte e, quindi, uguale inconsapevolezza.
Se l’analogia deve essere completa, durante il sonno
sogniamo e perciò abbiamo un tipo di vita cosciente, diversa
da quella da svegli, anche nello stato intermedio! C’è chi
ha il «sonno leggero» che si alza durante la notte per poi
ritornare a dormire. Paolo desiderava andare ad abitare con
il Signore in uno stato di inconsapevolezza in attesa della
risurrezione? È difficile immaginarsi questo!
Si può sostenere che il giudaismo dei tempi di Gesù
credeva a una condizione dopo la morte cosciente, e che
questo pensiero sia stato frutto dell’inquinamento del
pensiero ellenistico. Ma se così fosse, perché Gesù non l’ha
condannato apertamente in Luca 16?
Mt 22,31s: «Quando poi alla risurrezione dei morti, non
avete letto ciò che vi fu detto da Dio, quando disse: Io
sono il Dio di Abrahamo, il Dio d’Isacco e di Giacobbe? Dio
non è il Dio dei morti, ma dei viventi»
Chi sostiene lo stato cosciente si serve di questo
passaggio per affermare che i patriarchi sono «vivi» e
quindi coscienti. Chi sostiene lo stato di incoscienza
risponde dicendo che qui Gesù sta parlando della
risurrezione e non dello stato dei morti, e in questo caso
Gesù dice che i patriarchi sono vivi perché Dio chiama le
cose che non sono come se fossero. Essendo certa la loro
risurrezione possono essere considerati vivi.
Chi ha ragione? I dati contestuali favoriscono la prima
posizione. Lo stesso passaggio, citato da Gesù, ossia Es
3,6, è stato utilizzato anche da Filone (Abr. 50-55) e 4
Maccabei (7,18,19; 16,25) per affermare che i patriarchi
sono ancora in vita; e i rabbini successivi hanno utilizzato
un brano simile, Es 33,1, per affermare che «i giusti sono
chiamati viventi anche nella loro morte». Tuttavia, bisogna
ammettere che niente di specifico viene detto qui dello
stato di coscienza dei defunti. Anche un’anima che «dorme»
può essere considerata un’anima «vivente». Abbiamo dunque
bisogno di cercare delle descrizioni più specifiche.
Gv 11,11: «Dopo aver detto queste cose, soggiunse: il
nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a
svegliarlo».
Uno studioso avventista, in un suo articolo intitolato
«La condizione del morto» scrive: «L’esperienza di Lazzaro è
significativa perché egli ha passato quattro giorni nella
tomba. La sua è stata un’esperienza di morte reale. Se, come
comunemente si crede, l’anima alla morte lascia il corpo e
va in cielo, Lazzaro deve aver avuto una esperienza
straordinaria da condividere, per quei quattro giorni
passati in paradiso. I leader religiosi e la gente comune
avrebbero fatto quanto in loro potere per farsi dare da
Lazzaro tutte le informazioni possibili sul dopo-vita,
specialmente alla luce del fatto che questo argomento era
caldamente discusso tra i Sadducei e i Farisei (Mt 22,23.28;
Mt 12,18.23; Lc 20,27.33).
Ma Lazzaro non ha avuto niente da condividere sulla
vita dopo la morte, perché durante i quattro giorni che egli
ha passato nella tomba, si trovava nel sonno inconsapevole
della morte. Quello che è vero di Lazzaro è vero anche di
altre sei persone risuscitate dalla morte: il figlio della
vedova di Sarepta (1 Re 17,17-24); il figlio della Shunamita
(2 Re 4,18-37); il figlio della vedova di Nain (Luca
7,11-15); la figlia di Iairo (Luca 8,41.42.49-56); Tabitha
(Atti 9,36-41); e Eutico (Atti 20,9-12). Ognuna di queste
persone è uscita dalla morte come da un sonno profondo, non
con un’esperienza di dopo-vita da condividere».
È un’osservazione molto interessante, ma sembra che
questo studioso non abbia appreso una lezione elementare,
cioè che non bisogna considerare il silenzio dei testi come
un’affermazione. Non sappiamo se e cosa queste persone hanno
sperimentato, e gli scrittori biblici avevano altre cose in
mente quando scrivevano. Inoltre, solo Lazzaro ha avuto un
periodo di morte significativo (gli altri, difficilmente
hanno superato un giorno), e per il clamore che ha fatto la
sua storia volevano ucciderlo (Gv 12,10)!
Atti 2,34: «Poiché Davide non è salito in cielo, anzi
egli stesso dice…».
Questo è stato preso per affermare che Davide non è in
cielo, ma ancora addormentato nella sua tomba. Tuttavia il
contesto di questo brano è un confronto con Gesù, che è
salito in cielo, a dimostrazione che il Sal 110,1 si è
adempiuto in Gesù e non in Davide. Inoltre, Atti dice che
Gesù è salito in cielo alla destra di Dio, e Davide no,
perché giustamente nessun uomo può stare alla presenza di
Dio prima della risurrezione. L’autore degli Atti non fa
un’osservazione positiva su dove Davide sia. Punto. Non dice
che non si trovi beato in qualche altro posto.
Luca 16,23: «E, essendo tra i tormenti nell’Ades, alzò
gli occhi e vide da lontano Abrahamo e Lazzaro nel suo seno».
Correttamente inteso, questo insegnamento di Gesù è il
passaggio più chiaro che abbiamo del dopo-vita. L’uomo ricco
è cosciente nell’Ades; Abrahamo è cosciente in paradiso, e
presumibilmente lo è anche Lazzaro (o almeno lo può essere)
dato che gli viene chiesto di fare una commissione. Questa è
la prova più chiara di un dopo-vita nel quale è possibile
essere coscienti (naturalmente essi potrebbero essere stati
appena svegliati, chi lo sa!). Ma chi vuole può ancora
obiettare:
■ Se prendiamo questo racconto letteralmente abbiamo
l’uomo ricco che è descritto ancora con il suo corpo. Ha gli
«occhi» che vedono, una «lingua» che parla, cerca sollievo
da un «dito» del corpo di Lazzaro. Com’è possibile? Inoltre,
c’è un baratro tra i due che non può essere attraversato, ma
che comunque permette la conversazione. Dobbiamo intendere
queste cose come letterali? Perciò si può obiettare che
anche lo stato di coscienza è figurativo.
Ma chi interpreta così
cade in contraddizione quando poi interpreta la metafora del
«sonno» alla lettera per sostenere lo stato d’incoscienza.
La verità comunque è che non abbiamo alcuna idea di come gli
«spiriti» sono fatti e quindi non possiamo dire che il
riferimento agli occhi, lingua, ecc. non sia appropriato.
[Ndr: si
noti che nella trascendenza i «corpi pneumatici» dei martiri
non solo gridano con gran voce, ma possono essere rivestiti
con una veste bianca (Ap 6,10s), probabilmente anch’essa
trascendente. A ciò si aggiunga che a tali santi coscienti e
consapevoli fu detto che «si riposassero ancora un po’ di
tempo» (v. 11).]
Probabilmente come il corpo ha degli organi di senso, lo
spirito ha delle capacità parallele. Né possiamo dire che è
impossibile che essi possono comunicare da lunga distanza
(la letteratura apocrifa giudaica non ha considerato questo
un problema). L’uomo ricco, un Giudeo che ha avuto Abrahamo
come padre, può aver confidato nelle potenzialità di
Abrahamo affinché gli mandasse Lazzaro a dargli sollievo, ma
è stato rimproverato. Un’altra obiezione che si può fare è
come si può essere felici in paradiso nel vedere tanta gente
tormentata nell’Ades. Ma anche in questo caso stiamo
parlando di qualcosa che non conosciamo. Non possiamo
affermare che chiunque stava in paradiso era aggiornato
delle condizioni dell’uomo ricco o di altri come lui.
■ Un’altra obiezione è che se prendiamo questo
letteralmente, ciò contraddice Mt 25,31s. La
contro-obiezione è questa: il brano di Matteo non si
riferisce alla condizione dell’uomo dopo la morte, ma a «quando
il Figlio dell’uomo verrà».
■ Se questa è una storia errata, perché Gesù l’ha
utilizzata? Possibile risposta: perché Gesù voleva insegnare
che bisogna badare agli insegnamenti di Mosè e dei profeti
in questa vita, perché ciò determina la beatitudine o la
miseria nel mondo a venire. Bene, ma allora perché Gesù non
ha impostato la parabola sul «mondo a venire»? Per quale
motivo Gesù sarebbe stato fuorviante? Se Gesù avesse voluto
illustrare le condizioni reali del dopo-vita e nello stesso
tempo usarle come «spunto» per una storia morale, come
avrebbe dovuto farlo? Precisamente come ha fatto!
Per onestà bisogna
comunque dire che questa storia ci dà solo uno piccolo
spiraglio di quello che succede nell’aldilà, e non possiamo
sapere se i morti stanno sempre nella stessa condizione,
ovvero se sono assonnati per la maggior parte del tempo o se
al contrario sono svegli la maggior parte del tempo.
Ora voglio esaminare un
altro brano molto importante: «Io conosco un uomo in
Cristo che, quattordici anni fa (se con il corpo o fuori del
corpo non lo so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo.
E so che quell’uomo (se con il corpo o senza il corpo, non
lo so, Dio lo sa), fu rapito in paradiso e udì parole
ineffabili, che non è lecito ad alcun uomo di proferire»
(2 Cor 12,2-4).
Questo prova che Paolo
credeva che un uomo potesse avere una vita cosciente oltre
il corpo. Quando Paolo scrive non era morto ma ammette di
poter essere stato «fuori del corpo» e tuttavia essere
ancora cosciente e capace di sentire (nonostante non avesse
alcun «orecchio» fisico). È chiaro che egli ammette la
possibilità che gli elementi dell’uomo possono essere
separati e nonostante ciò rimanere coscienti nella
separazione.
La mia conclusione: è chiaro
che è possibile essere coscienti nello stato intermedio
prima della risurrezione. Se poi è uno stato
permanente di piena coscienza, o è un tempo alternato di
«sonno» e di veglia, o se si ha una predominanza di «sonno»
sulla veglia, è argomento di speculazione. È bene che la
Bibbia dedichi poco spazio a questo argomento, perché le
nostre menti devono stare al loro posto, qui ed ora a
servire il Signore Gesù.
*******************************************
Caro Argentino, sì ora puoi a tutti
gli effetti essere chiamato un ex «sadduceo»! La «tenzone» è
stata ardua, ma benefica e salutare! Ho letto attentamente
il tuo nuovo articolo e ho visto la lotta titanica che hai
fatto per rimanere obiettivo, rifuggendo dai sistemi
dottrinali e ricercando la verità esegetica dei testi.
Complimenti!
Arrivati a questo
punto, bisogna riflettere che cosa bisogna fare con tutto il
materiale ossia se e come metterlo in rete. Che ne pensi?...
Nicola
Caro Nicola, non so come la pensi tu, ma nella mia
esperienza ho potuto constatare che la maggior parte dei
fratelli non hanno per niente le idee chiare sull’argomento
che abbiamo trattato. E quelli che pensano di avere le idee
chiare, la maggior parte è perché credono a «scatola chiusa»
a ciò che è stato loro insegnato, ma senza essere in grado
di dimostrarlo, e quindi al primo attacco del «nemico» si
troverebbero in difficoltà. Credo quindi che sia buona cosa
indicare la strada giusta e divulgare la verità. Sentiti
libero di scegliere la strada migliore; qualunque cosa
decidi a me sta bene. Argentino
1 ◄
2
◄
3
◄
► URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Dot/A1-Anima_sonno4_Lv.htm
07-04-2007;
Aggiornamento:
23-03-2009