|
|
Non mi appassiona dover parlare o riparlare di glossolalia, preferendo
dedicarmi ad altro. Antonio Capasso ha insistito diverse volte nel tempo
per iniziare un confronto con me e Gaetano Nunnari riguardo alle
«lingue». Ho cercato di evitare un rinnovato confronto su questo tema,
sapendo che accende gli animi, ma a nulla è servito. Col tempo, Antonio
ha modificato un po’ lo stile e il tono delle sue missive, ma non la
tenacia.
Il seguente confronto era pensato di per sé fra Antonio Capasso e
Gaetano Nunnari ma, essendo stato coinvolto da ambedue, è diventato un
confronto a tre. Le mie risposte sono aggiunte a quelle già date da
Gaetano. Risponderemo a mano a mano. I relativi nomi saranno distinti
dalle sigle. {Nicola Martella} |
◙ Antonio
Capasso: Caro
fratello Martella, ti scrivo in merito all’articolo scritto da Gaetano Nunnari «Pentecostalismo
e glossolalia». Nell’articolo s’affronta il tema del battesimo
dello Spirito Santo e dell’esperienza delle chiese figlie del risveglio
pentecostale. Purtroppo noto dall’articolo (ma anche in altri articoli del sito)
che spesse volte si parla di pentecostali facendo di «un’erba un fascio».
■ Gaetano
Nunnari:
Fratello Capasso, purtroppo non hai letto bene gli articoli, altrimenti tale
affermazione non l’avresti fatta. Ti faccio notare in ogni modo, che molte
chiese, che hanno abbracciato il carismaticismo, tengono a puntualizzare che
loro sono pentecostali.
▬ Nicola
Martella: Faccio
notare comunque che ci sono molti conduttori di chiese pentecostali che prendono
le distanze dal carismaticismo. Anche in questo sito abbiamo distinto gli uni
dagli altri. [►
Pentecostali e carismaticisti: distingui
necessari]
▲
◙ Antonio
Capasso: Mi
dispiace per l’esperienza negativa fatta dal fratello Nunnari. Devo precisare
che grazie a Dio non tutte le chiese di fede pentecostale sono così. Molte
chiese pentecostali hanno come regola di fede, d’esperienza, e di condotta la
sola scriptura. In questi ultimi anni, proprio perché questo risveglio è
cresciuto in modo incredibile (sono centinaia di milioni nel modo e in Brasile
si dice che abbia superato per numero la chiesa cattolica), facilmente si
registrano infiltrazioni di false dottrine. Anche i pentecostali come tutti i
cristiani appartengono a quella chiesa che deve essere semper reformanda.
■ Gaetano
Nunnari: Su ciò
ci sarebbero molte cose da dire, e non si può essere esaurienti con poche righe.
▬ Nicola
Martella: Chi ha
come regola di fede, d’esperienza e di condotta, la sola scriptura, deve
preoccuparsi di fondare le proprie asserzioni non sulla teologia dell’esperienza
o sulla tradizione (o convenzione) del proprio gruppo d’appartenenza, ma su
un’esegesi contestuale e rigorosa della Scrittura. Faccio notare che quella di
Gaetano non è solo «una esperienza negativa», essendo egli cresciuto in
una comunità neo-pentecostale (quindi carismaticista), dove ancora si trovano i
suoi parenti. Egli ha condensato la sua via in quest’articolo:
«Cammino
dall’arbitrio neocarismatico all’ubbidienza della Parola».
▲
◙ Antonio
Capasso: Tante,
cose descritte dal fratello Nunnari si riscontrano nei neopentecostali o
carismatici. Nei pentecostali classici (tranne pochi casi) tutto questo non si
vede. Io sono convertito da trentuno anni, ho visto anch’io delle sbavature ma
da questo a concludere che tutti adottino i metodi descritti dal fratello, ce ne
passa. Tanti pentecostali non condividono le varie mode, come, il danzare nello
spirito, il cadere nello spirito o i vari Lirio Porrello, Benny Hinn, Reinhard
Bonnke, concerti, Toronto ecc. Se avessimo dovuto valutare i cristiani dei primi
secoli in base alle false dottrine ed errori che circolavano, avremmo
squalificato il cristianesimo. Mi duole però anche vedere che il fratello faccia
della casistica e dell’esperienza personale un mezzo per arrivare a conclusioni
dottrinali.
■ Gaetano
Nunnari: Prima
di tutto desidero ringraziarti per il tuo tono cortese. Nell’articolo in
questione parlo della glossolalia e non tratto le dottrine carismatiche, ma ciò
che ho vissuto in diverse comunità pentecostali classiche. Non è vero nel modo
più assoluto che io abbia tratto le mie dalle mie esperienze personali. Le mie
esperienze personali mi hanno spinto a una ricerca biblica più approfondita
riguardo a queste dottrine. Anche questo lo avresti dovuto capire, visto che
verso la fine dell’articolo l’ho precisato.
▬ Nicola
Martella:
Personalmente non posso che rallegrarmi di tutti i credenti pentecostali che
prendono le distanze da Peter Wagner, la sua «riforma neoapostolica», il suo
«movimento profetico», da tutti i suoi seguaci (sopra elencati, più altri come
Yonggi Cho) e pronipoti e
da tutte le presunte «riforme strutturali». [►
La «riforma strutturale» di Corrado Salmé]
▲
◙ Antonio
Capasso: Credo
che quello che conti, più di tutto e sapere se la Scrittura affermi o non
affermi certe verità, aldilà delle sbavature o delle esperienze personali.
Prenderò in esame solo quello che lui dice riferendosi alle Scritture. Afferma
«Perché si fanno riunioni di preghiera per ricevere un dono che la Parola mette
all’ultimo posto e non incoraggia di ricercare?». Vedo che il fratello fa
confusione tra Battesimo dello Spirito Santo (Atti 2) e carisma delle lingue (1
Cor 12,10). Le riunioni di preghiera si fanno in ottemperanza al comando di Gesù
(Atti 1,4.14), come fecero i 120, al fine di ricevere il battesimo dello Spirito
Santo.
■ Gaetano
Nunnari:
Fratello Capasso, io non faccio nessuna confusione. T’invito a riflettere,
perché caso mai è proprio il contrario. Io credo, come dice la Bibbia, che tutti
i credenti nati di nuovo sono tutti battezzati in un unico Spirito.
▬ Nicola
Martella: Penso
che Antonio e altri facciano, a loro volta, confusione fra Pentecoste e
l’esperienza che essi chiamano impropriamente «battesimo dello Spirito Santo».
Tale espressione non si trova mai nel NT greco. L’unico posto in cui essa
compare impropriamente nelle nostre Bibbie è 1 Cor 12,13, che in effetti recita
così: «Infatti noi tutti siamo stati immersi mediante un unico Spirito dentro
un unico corpo, e Giudei e Greci, e schiavi e liberi; e tutti siamo stati
abbeverati di un unico Spirito». Si tratta della «simultaneità con Cristo»,
quindi della rigenerazione, che permette allo Spirito Santo di immergere il
credente nel corpo di Cristo e Cristo nel credente, tanto che si possa dire: «Sono
stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in
me» (Gal 2,20). Per l’approfondimento si veda Nicola Martella, «Il battesimo
dello Spirito»,
Carismosofia
(Punto°A°Croce, Roma 1995), pp. 35-41; cfr. anche «L’effusione dello Spirito
Santo», pp. 42-45. Faccio infine notare che a Pentecoste lo Spirito Santo non
venne su centoventi credenti maschi, ma solo sui
dodici apostoli.
▲
◙ Antonio
Capasso: Il
fratello mette in neretto le parole «ultimo posto». Che significa? Che è meno
importante? Se questo è il senso, faccio notare che Paolo in 1 Cor 13,13
afferma: «Tre cose durano: fede, speranza, amore, ma la più grande d’essa è
amore». Anche l’amore è messo all’ultimo posto, eppure Paolo dice che è più
grande. Caro fratello in un elenco qualcosa deve pur stare all’ultimo posto ti
pare? Ci può essere qualcosa dato dallo Spirito Santo che è di poco valore o
inutile? Affermare poi che Paolo non incoraggi a ricercarlo come se fosse una
cosa inutile, è far dire a Paolo quello che lui non ha detto. Paolo afferma: «Io
ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi» (1 Cor 14,18).
Sembra strano che il grande servo di Dio possa con tanto calore ringraziare Dio
per un dono che poi giudica privo di valore e che consigli addirittura
d’accantonarlo.
■ Gaetano
Nunnari: Questo
è il classico ragionamento, che io stesso facevo. Per capire ciò che realmente
intendesse Paolo bisogna leggere il testo greco originale. Le cose suonano molto
diversamente.
▬ Nicola
Martella: È
rischioso tale ragionamento. Nel caso delle funzioni ministeriali di 1 Cor
12,28ss è scritto «primieramente… in secondo luogo… in terzo luogo… poi…»;
nel secondo caso tutto 1 Cor 13 parla dell’agape e il v. 13 è solo la
conclusione, per mostrare che essa è superiore quanto a durata addirittura alla
fede e alla speranza. Inoltre i carismi (e in primis le lingue) particolari sono
messi in secondo piano rispetto all’agape (1 Cor 13,1s); anzi nel catalogo delle
funzioni ministeriali indirizzato non a una singola chiesa con problemi gnostici
come Corinto, ma a tutte le chiese (la dizione «agli Efesini» è postuma, essendo
una lettera circolare), i carismi particolari neppure compaiono (Ef 4,11ss), non
essendo evidentemente ritenuti importanti «per il perfezionamento dei santi,
per l’opera del ministero, per la edificazione del corpo di Cristo…».
È strano come
si possa citare a metà 1 Cor 14,18, tacendo che tale frase è in funzione della
prossima: «…ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per
istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua» (v. 19).
Inoltre in tutto il capitolo sminuisce il valore del parlare in altra lingua a
favore della «profezia», ossia il parlare in modo ispirato sulla base della
comune lettura della Parola di Dio.
▲
◙ Antonio
Capasso: In 1
Cor 14,2 Paolo definisce le lingue, un parlare con Dio: «Chi parla linguaggi
non parla agli uomini, ma a Dio». Non credo che Paolo (e spero neanche
Nunnari) dubitasse della preziosità del dialogo con Dio. Al verso 4 afferma, che
chi parla in altra lingua edifica se stesso. Al verso 14, che si può
pregare in altra lingua. Al verso 15, che si può salmeggiare in altra
lingua. Al verso 16, che si può benedire Dio in altra lingua. Sono
inutili queste cose? In 1 Corinzi 14,26 Paolo annovera gli elementi che fanno
parte del culto «Quando vi radunate, avendo ciascuno di voi un salmo, o un
insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in
altra lingua, o un’interpretazione,
si faccia ogni cosa per l’edificazione», quindi le altre lingue sono parte
integrante del culto. Dice Nunnari: «Nella Bibbia troviamo tale pratica nelle
altre chiese? No, solo in Corinto viene menzionata, e non è lodata, anzi». Che
tale pratica non si trovi nelle altre chiese e che sia menzionata solo in
Corinto, dipende dal fatto che solo in questa epistola Paolo affronta in modo
esauriente l’ordine del culto. Quello che Paolo non loda, non sono le lingue, ma
il modo disordinato d’esercitarle, cosa che avviene alle volte, anche nel mondo
pentecostale, come avveniva nella chiesa di Corinto. Infatti, ai versi 27 e 28
egli precisa «Se c’è che parla in altra lingua, siano due o tre al massimo a
farlo, e l’uno dopo l’altro, e qualcuno interpreti. Se non vi è chi interpreti,
tacciano nell’assemblea e parlino a se stessi e a Dio».
▬ Nicola
Martella: Vedo
che Antonio prende dal testo solo ciò che gli aggrada, dimenticando l’obiettivo
dell’apostolo: accreditare la «profezia» a discapito del parlare in lingue. In
1 Cor 14,1 Paolo evidenziò particolarmente il «dono di profezia»,
preferendolo a quello delle lingue (v. 2 che qui sminuisce non servendo
all’edificazione degli altri) e proseguendo a contrasto: «Chi profetizza,
invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di
consolazione» (v. 3). Per questo i profeti sono nel catalogo di Ef
2,11 e le lingue no. E il contrasto prosegue nei versi che seguono, per
terminare dicendo: «…cercate di abbondarne
per l’edificazione della chiesa».
Quest’ultimo è il criterio nella valutazione dei carismi! Nel verso 2
Paolo sminuì le lingue proprio per la mancanza di tale criterio di edificazione,
poiché tali misteri proferiti nello spirito e a Dio non edificano nessuno.
Anche nel
v. 4 c’è un contrasto in tal senso fra chi «edifica se stesso»
(egocentrismo) e chi «edifica la chiesa» (ecclesiocentrismo). Nel v. 14
lo spirito che prega in lingue è messo in contrasto con la intelligenza che
rimane infruttuosa. Nel v. 15 accade la stessa cosa: a pregare /
salmeggiare con lo spirito è posto in contrasto il pregare / salmeggiare anche
con l’intelligenza. Nel v. 16 al benedire Dio soltanto con lo spirito
(ossia in lingue) e posta in contrasto la comprensione degli altri e
l’approvazione del «rendimento di grazie» con un amen. Strano che Antonio non
abbia voluto cogliere tale obiettivo di Paolo e tali contrasti
nell’argomentazione; chi difende la verità, la deve rappresentare per intero.
Poi si cita il
v. 26 per difendere la glossolalia; ha dimenticato però di dire quanto
detto prima e dopo dall’apostolo. Questo modo di argomentare non ha i tratti
dell’ideologia di parte? Contrariamente alla «profezia», «le lingue servono
di segno non per i credenti, ma
per i non credenti» (v. 22),
ossia serve a comunicare l’Evangelo nella lingua conosciuta dai forestieri (come
a Pentecoste). A differenza della «profezia», le lingue non sono adatte per i
raduni di chiesa, specialmente se tutti ne fanno uso, perché creerà una
repulsione negli estranei (vv. 23ss). Infine arrivò il v. 26
in cui l’apostolo mirò a che «si faccia ogni cosa per l’edificazione»;
perché «un parlare in altra lingua» avesse tale qualità, doveva essere
limitata a «due o tre al più» (v. 27; quindi niente parlare in
lingue tutti insieme, come si fa in varie chiese pentecostali!), e cioè solo in
successione e solo se c’è chi interpreta; in caso contrario non bisogna
permettere a nessuno di parlare in altra lingua (v. 28); i versi 27-28
sono citati da Antonio, ma per altra ragione. Pur non dovendo impedire il
parlare in altre lingue, ogni cosa doveva essere fatta con decoro e con ordine (v.
40).
Che Paolo
affronti il problema delle lingue solo in questa epistola perché solo qui Paolo
affronterebbe «in modo esauriente l’ordine del culto», è alquanto di
parte. Ci sono brani in altre epistole che trattano il modo di edificarsi
reciprocamente (Ef 5,19ss; Col 3,16s). Si può ribaltare l’argomentazione: Paolo
parlò dei carismi particolari, poiché nella chiesa di Corinto si erano
introdotti i «super apostoli» gnostici (2 Cor 11,5), provenienti dal giudaismo
(v. 22), introducendo in essa altro Gesù, uno spirito diverso, e un evangelo
diverso e seducendo così i Corinzi (vv. 3s). Questi ultimi erano diventati
carismaticisti ante litteram, soggetti alla dipendenza psicologica di
tali falsi maestri (v. 20). L’apostolo li smascherò, denunciandoli (vv. 13ss).
Inoltre cercò di contenere i danni dello spiritualismo gnostico-mistico,
ingiungendo regole che preservassero il decoro e l’ordine. In altre epistole non
trattò tali cose (ma altre), semplicemente perché non avevano tali problemi
carismaticisti.
▲
◙ Antonio
Capasso:
Aggiunge il fratello Nunnari: «Come si fa a interpretare una lingua che non
esiste? A chi viene indirizzato il messaggio? Come si fa a “interpretare” con un
lungo discorso articolato e vario, quando chi parla in altra lingua in genere
ripete le stesse parole più volte? Non è possibile in senso razionale e
linguistico, né tanto meno è biblico, visto che siamo esortati a dire sempre la
verità».
● 1. Paolo
parla di interpretazione non di traduzione.
● 2. Tutte le
capacità espressive d’una lingua non possono mai essere misurate col metro
d’altre lingue, anche fra le lingue umane quello che può essere detto con poche
parole concise in una lingua, ha bisogno d’un lungo discorso in altra lingua.
● 3. Un
esempio biblico. «Mene, techel, peres»: «Questa è l’interpretazione delle
parole: Mene, Dio ha fatto conto
del tuo regno e gli ha posto fine; techel, tu sei stato pesato con la bilancia e sei stato
trovato mancante. Peres, il tuo
regno è diviso e dato ai Medi e ai Persiani» (Daniele 5,25-28). Tre parole
«secche» (di che lingua si tratta?) che interpretate diventano intere frasi. È
logico? Caro fratello non facciamo del razionalismo.
▬ Nicola
Martella: Le
lingue parlate a Pentecoste erano comprensibili a chi le ascoltava, tanto che
3.000 Giudei autoctoni e forestieri furono convinti. Parlare quindi in lingue,
significava parlare nelle lingue degli astanti per comunicare loro l’Evangelo.
Questo è l’uso di «lingue» nel NT. Corinto era un porto di mare e arrivava gente
da ogni parte. Nella chiesa ognuno di tali credenti forestieri pregava nella sua
propria lingua, senza che si sapesse che cosa si dicesse o meno. Nella chiesa,
che ho avuto il privilegio di fondare con mia moglie e un’altra coppia di
missionari, ho visto attualmente questa buona regola: gli stranieri, che pregano
nella loro lingua, devono essere tradotti da qualcuno o completamente o almeno
riassumendo il loro pensiero.
Nel mondo
d’allora c’erano non solo molte lingue, ma anche molti dialetti all’interno
della stessa lingua. Per questo Paolo affermò: «Io ringrazio Dio che parlo in
altre lingue più di tutti voi» (1 Cor 14,18); per poter evangelizzare aveva
bisogno di questo carisma, visto che, come egli stesso afferma, «da
Gerusalemme e dai luoghi intorno fino all’Illiria, ho predicato dovunque
l’Evangelo di Cristo, avendo l’ambizione di predicare l’Evangelo là dove Cristo
non fosse già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui» (Rm
15,19s). Poteva succedere quindi di parlare in altre lingue in momenti
particolari; ad esempio Pietro e i suoi accompagnatori (parlava aramaico o
ebraico) udirono il romano Cornelio e la gente in casa sua (a Cesarea dove si
parlava greco) parlare in lingue diverse dalla loro e magnificare in esse Dio
(At 10,46); si noti che quando Pietro raccontò gli stessi fatti, non menzionò
neppure il parlare in lingue (At 11,15ss). In At 8 non si parlò di tale fenomeno
a proposito dei Samaritani, ma è ricordato a proposito dei discepoli di Giovanni
(At 19,6 «parlavano in lingue e profetavano»; la seconda parte,
«proclamavano», rendeva chiara la prima parte, che era oscura ai più).
● 1. Paolo
parlò di interpretazione e non di traduzione?: Il termine italiano
«tradurre» significa dapprima «portare qualcosa da una sponda a un’altra»; poi
per analogia venne a significare: «portare il significato delle parole da una
lingua a un’altra». Il termine greco ha a che fare con Hermes, il dio che nella
mitologia greca portava i messaggi di Zeus ai destinatari; anche lui era quindi
uno che faceva la spola fra due parti (cfr. At 14,12). Il termine greco
hermēneía «spiegazione, traduzione» ricorre in 1 Cor 12,10 (hermēneía
glōssōn «traduzione delle lingue»); poi solo ancora in 14,26.
Il verbo
hermēneuō «spiegare, tradurre» ricorre nei seguenti contesti. «Tu
sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato “Cefa” — che viene tradotto
“Sasso”» (Gv 1,42). Infine ricorre in solo ancora Eb 7,2 a proposito di
Melchisedek e del significato del suo nome: «…Melchisedek, re di Salem… il
quale [è] tradotto dapprima “re di giustizia”, e poi anche “re di Salem”, vale a
dire “re di pace”» (vv. 1s); si noti che l’autore dapprima traduce
«Melchisedek» e poi «re di Salem».
Il verbo
diermēneuō «tradurre, interpretare, spiegare» è un rafforzativo del
precedente e ricorre nei seguenti contesti. «E cominciando da Mosè e da tutti
i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo concernevano»
(Lc 24,27). «Tabita, che, tradotto, significa “Gazzella”» (gr. Dorkas; At
9,36). «Parlano tutti in altre lingue? Traducono tutti?» (1 Cor 12,30). «Chi
però profetizza è superiore a chi parla in lingue, a meno che egli traduca,
affinché la chiesa ne riceva edificazione» (1 Cor 14,5). «Chi parla in
lingua preghi che traduca» (1 Cor 14,13). «Se c’è chi parla in lingua,
[lo facciano] in due o al massimo in tre e uno dopo l’altro; e uno traduca»
(1 Cor 14,27). In 1 Cor 14,28 ricorre una particolare forma sostantivata (diermēneuntēs):
«E se non c’è il traduttore, si taccia nell’assemblea e parli per sé e per
Dio»; quindi chi parlava in altra lingua, doveva sincerarsi prima che ci
fosse un traduttore del su particolare idioma.
Il verbo
methermēneuō «tradurre, spiegare, interpretare» è un altro
rafforzativo del semplice verbo e ricorre nei seguenti contesti. «…Emmanuele,
che, tradotto, vuol dire: “Dio con noi”» (Mt 1,23). «Talithà kumì! che
tradotto vuole dire: “Giovinetta”, io te lo dico, “lèvati”!» (Mc 5,41). «…Golgota;
il che, tradotto, vuol dire luogo del “teschio”» (Mc 15,22). «Eloì, Eloì,
lamà sabactanì? che, tradotto, vuol dire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?”» (Mc 15,34). «Rabbì — che, tradotto, significa: “Maestro”»
(Gv 1,38). «Messia — che, tradotto, è: “Cristo”» (ossia «unto»; Gv 1,41).
«Barnaba — che, tradotto, significa: “Figlio di consolazione”» (At
4,36). «Elima, il mago — perché così si traduce il suo nome» (At 13,8).
Quando questa
radice verbale aveva a che fare con termini, locuzioni o lingue, significava
tradurre. Tutto ciò mostra che la tesi, secondo cui Paolo parlasse di
interpretazione e non di traduzione, sta su piedi d’argilla. Infatti abbiamo
visto come i termini greci fossero usati in contesti con traduzioni letterali.
Questo è tanto vero che in molti contesti tale verbo manca del tutto ed è
sostituito direttamente da «che significa / vuol dire…» (Gv 9,7); «che
significa / vuol dire in ebraico…» (Gv 20,16 Rabbunì e Maestro); oppure «detto
“X” [in una lingua] e in ebraico [o altra lingua] “Y”» (Gv 19,13 Lastrico e
Gabbatà; v. 17 Teschio e Golgota; cfr. Mc 15,22; Ap 9,11 in ebraico è Abaddon e
in greco Apollion; cfr. Ap 16,16 si chiama in ebraico Harmaghedon).
● 2. Ciò
che può essere detto con poche parole in una lingua, ha bisogno d’un lungo
discorso in un’altra?: Ciò lo può dire solo chi non ha mai tradotto da una
lingua a un’altra. Chi come me traduce spesso, si preoccupa di essere fedele al
testo originale, usando il meno parole possibili e cercando di essere
comprensibile nell’altra lingua. Il fatto che la Bibbia sia stata tradotta in
pressoché tutte le lingua del mondo, mostra che è possibile coniugare fedeltà
all’originale e comprensione.
La questione è
che la maggior parte dei cosiddetti carismi di lingue, praticati oggigiorno,
sono una specie di «mantra» sempre ricorrente, o tecnicamente parlando un
«engramma psichico» fatto di poche parole, continuamente recitate. Se io
pronunciassi continuamente parole in una lingua estera a me conosciuta, mi
aspetterei che chi interpreta traducesse sempre le stesse cose e non si
inventasse altri discorsi. Se siamo contro la recita meccanica e continua di
preghiere, dovremmo esserlo anche contro la ripetizione continua degli stessi
suoni; dovremmo anche mettere sotto disciplina chi trae da una stessa litania di
suoni discorsi trascendentali sempre nuovi.
● 3.
Daniele 5,25-28: Portare questo brano come esempio biblico, mi è risultato
interessante, ma altresì molto singolare. Per prima cosa si tratta di quattro
parole: «Mene, mene, tekel, ufarsin». Il mio interlocutore non poteva
trovarsi un brano più complicato, per asserire le sue tesi; quando però si
argomenta, si devono usare brani omogenei alla questione che si sta affrontando
(ossia la glossolalia). Qui c’erano due tappe successive da osservare: le parole
non erano leggibili ai Babilonesi (probabilmente erano caratteri ebraici) e per
questo non erano interpretabili (vv. 7s).
Qui ci
troviamo in un’altra situazione rispetto alla chiesa (non siamo al culto): le
parole non furono continuamente recitate da un credente, ma scritte
sull’intonaco di un muro da una mano trascendentale (Dn 5,5). Quindi la
traduzione e l’interpretazione sono due passi successivi; al tempo di Daniele
era una questione di lettura (vv. 15s), nella glossolalia si tratta di udito.
Una volta fatta la lettura (v. 25), le parole potevano essere comprese; ciò che
mancava era l’interpretazione applicata a quella specifica situazione, a causa
di ciò che Belsatsar aveva appena commesso (vv. 22s). Una nota nella Bibbia
Elberfelder recita: «Let. Mine, mine, scekel e mezza mina. — Allo stesso tempo
però queste parole sono derivati da verbi e possono significare: Contato,
contato, pesato e strappato. — A ciò si aggiunga che “farsin” richiama il nome
“persiani”». Tali parole erano piene di doppi sensi, associazioni di pensiero,
allusioni e similitudini. Ecco perché Daniele poté dare tale interpretazione da
parte di Dio.
Tali parole
non furono recitate continuamente da qualcuno né fu data loro un’interpretazione
ogni volta nuova. Se a Daniele fosse stato chiesto il significato a distanza di
giorni, mesi e anni, avrebbe detto le stesse cose. In ogni modo, tutto ciò non
ha nulla a che fare con un «engramma psichico» sempre uguale e con le variegate
interpretazioni che altri gli danno di volta in volta.
▲
◙ Antonio
Capasso: Il
fratello Nunnari afferma ancora: «Personalmente sono arrivato alla conclusione
che il dono delle lingue sia cessato, come la Bibbia afferma, perché ha
adempiuto il suo scopo. Il sottoscritto non conosce il greco antico, ma gli
esperti di tale lingua attestano che nel brano “le lingue cesseranno” (1 Corinzi
13,8) il verbo tradotto in italiano con “cesseranno” significa letteralmente
“cadranno in disuso”».
Il dono delle
lingue ha adempiuto al suo scopo? Non serve più? Eppure come chiaramente
affermato nella Parola di Dio in 1 Cor 14, con esse si parla con Dio v. 2, si è
edificati v. 4, si prega v. 14, si salmeggia v. 15 e si benedice Dio v. 16. Non
sono ancora oggi scopi validi? Nemmeno io conosco il greco, ma la Bibbia non la
dobbiamo citare come i testimoni di Geova. Perché il testo afferma che «le
profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita»;
ma tutto questo avverrà «quando la perfezione sarà venuta» (v. 10). Leon
Morris (che non è pentecostale) afferma nel suo commento a 1 Cor 13,8 (ed.
G.B.U.), p. 220: «Quando però staremo dinanzi a Dio, non vi sarà più bisogno del
profeta e quindi le profezie non saranno più necessarie, avranno perduto la loro
efficacia». Le lingue: «Lo stesso ragionamento vale anche in questo caso: alla
presenza di Dio non vi sarà più ne ragione ne scopo per discorsi estatici». Come
il Morris tanti altri commentatori e studiosi affermano, come chiaramente
s’evince dal testo, che alla perfezione cioè, quando saremo davanti a Dio tutte
questa cose cesseranno, perché non avranno più ragione d’essere.
Finito di
citare la Bibbia, il fratello nel suo articolo ritorna sulle sue esperienze
negative. Presenta i pentecostali come una massa di suggestionati (tanti sono
stati battezzati nello Spirito Santo quando erano da soli, dove sta la
suggestione di massa?) o addirittura di posseduti. Di cose negative ne ho viste
anch’io caro fratello. Potrei aggiungere alle esperienze narrate da te altre
ancora. Persone che suggerivano le parole da dire in lingua, o che consigliavano
ai credenti di ripetere sempre la stessa parola velocemente che alla fine la
parola diventava lingua sconosciuta. Lo stesso vale di predicatori che buttavano
le persone a terra, ecc.
■ Gaetano
Nunnari: Qui ci
sono differenti opinioni, ma ti invito solamente a riflettere come mai fra tutti
gli studiosi della Bibbia e fra tutti i traduttori, nessuno d’essi fosse
pentecostale? Un motivo ci dovrà pur essere...
▬ Nicola
Martella: Ciò
che afferma Leon Morris sulle «profezie» è condivisibile, sulle lingue egli non
fa però un’analisi dei termini greci, essendo un commentario popolare e non
propriamente esegetico. Personalmente quanto avevo da dire sulla glossolalia,
l’ho già scritta da anni nel seguente articolo: Nicola
Martella, «Glossolalia allo specchio»,
Carismosofia (Punto°A°Croce, Roma 1995), pp. 69-83. Qui si può
leggere che in 1 Corinzi 13,8 il verbo legato a «lingue» non è attivo come
quelli che accompagnano «profezie» e «conoscenza», ma è medio e bisogna tradurre
«cesseranno di per sé», ossia un po’ alla volta. La storia conferma che già
alcuni secoli dopo non si sapeva neppure più che cosa fosse veramente parlare in
lingue; durante la storia della chiesa fu praticato solo da gruppi marginali,
per lo più da marginali raggruppamenti gnostici e da spiritualisti
misticheggianti caratterizzati da dottrine singolari.
Antonio
ritorna a 1 Cor 14, rilevando nuovamente aspetti parziali, dimenticando che in
tutti tali versi Paolo squalificava il parlare in lingue rispetto alla
«profezia», perché il prima non edifica la chiesa; rimandiamo su per la
questione.
«Il dono delle
lingue ha adempiuto al suo scopo? Non serve più?». Già a quel tempo non serviva
per edificare la chiesa (1 Cor 14,6-17), ma era un segno per i non credenti, non
per i credenti (v. 22). Per essere cessato nella sua portata già nel 2°-3°
secolo d.C., bisogna rispondere affermativamente alla domanda. I missionari
cristiani ne avevano bisogno per predicare la Parola in zone in cui non
conoscevano le lingue; una volta che si formavano lì i discepoli, essi andavano
altrove. Ci possono essere singoli casi in cui oggigiorno qualcuno, volendo
comunicare l’Evangelo a qualcuno che non parla la sua lingua, Dio gli dona la
capacità di parlarla per breve tempo? Dio è sovrano di farlo. Tutto ciò non ha
però nulla a che fare con l’uso odierno della glossolalia nelle chiese (spesso
tutti pregano insieme e nessuno traduce) né tanto meno con «l’engramma
psichico», di cui sono affetti la maggior parte di coloro che pretendono di
parlare in lingue.
Nel suo
articolo di Gaetano Nunnari non presenta «i pentecostali come una massa di
suggestionati… o addirittura di posseduti». Inoltre tale questione l’ho
affrontata io personalmente nell’articolo «Glossolalia
e demonizzazione?». A ciò si aggiunga che chi studia tutti i
fenomeni religiosi, prenderà atto che, oltre alla suggestione di massa, esiste
la coercizione dottrinale all’interno di un sistema chiuso, che genera
autosuggestione e concisione psicologica, volendo il singolo appartenere alla
«normalità» del gruppo per sentirsi a posto e trovare accettazione e
riconoscimento. Applicando allora tutto ciò al fenomeno odierno delle lingue,
c’è ad esempio quel credente da oramai 30 anni che, vedendo come altri parlano
in lingue quasi da subito, si convince depresso che Dio non lo ami abbastanza,
che lui non sia abbastanza meritevole e degno, venendo periodicamente a dubitare
anche della sua salvezza. La sovrastruttura dottrinale, una volta stabilita con
la convenzione, diventa di per sé coercitiva. Poi i trucchi suggestivi e
coercitivi (ripetere parole suggerite, ecc.) fanno il resto.
▲
◙ Antonio
Capasso: Tutto
questo però, non invalida quelle sane esperienze, che sulla base della parola di
Dio, milioni e milioni di credenti in tutto il mondo hanno fatto nel Signore.
Dio vi benedica. {7 gennaio 2009}
■ Gaetano
Nunnari: Le
risposte dettagliate ed esaurienti ai tuoi ragionamenti (legittimi per un
pentecostale), le troverai nel libro del fratello Guglielmo Standridge, «Devo
parlare in lingue?». Il fratello Guglielmo, con molto
rispetto per i pentecostali moderati tratta la questione molto egregiamente,
rispondendo in maniera completa e senza tralasciare nessuna di quelle questioni
che sembra dare ragione ai pentecostali.
Come il
fratello Standridge, anche io faccio differenza fra pentecostali moderati che
vogliono seguire la Bibbia (come ho motivo di credere di te) e quelli
neopentecostali che invece seguono volentieri un’altro Gesù e un altro spirito
(2 Corinzi 11). Spero che per amore di verità, tu voglia leggere tale libro, e
t’assicuro che avrai tutte le spiegazioni necessarie. Nel frattempo ti saluto,
con la preghiera che lo Spirito Santo ti guidi in tutta la verità.
▬ Nicola
Martella: Come
detto, nella stragrande maggioranza dei casi non parlerei neppure di
glossolalia, ma di un fenomeno noto alla psicologia e alla fenomenologia
religiosa, ossia dell’«engramma psichico»: la registrazione mentale di alcune
parole o locuzioni, che poi il soggetto ripete per entrare nuovamente in uno
stato alterato della coscienza di natura mistica; al riguardo ho scritto in
alcuni miei libri. L’unico «battesimo» esercitato dallo Spirito Santo è
l’immersione che attua lo Spirito di Dio: il credente in Cristo e Cristo nel
credente (simultaneità con Cristo) al momento di una sincera conversione e vera
rigenerazione. La glossolalia appartiene — come ha detto un predicatore a una
conferenza pentecostale a cui ho partecipato una volta — all’infanzia del
cristianesimo, come i giocattoli hanno senso nell’infanzia di una persona;
quando però si diventa «uomini fatti», non si hanno più bisogno di latte, ma di
cibo sodo. Per me la questione è personalmente chiusa qui e non intendo
ritornarci con Antonio, per evitare di ripeterci all’infinito. Per me la
glossolalia è una questione marginale rispetto all’Evangelo: Gesù quale Cristo,
la sua persona, il suo ministero allora in terra, la sua morte, la sua
risurrezione, la sua ascensione al cielo, il suo ministero attuale e la sua
funzione futura come Re in un regno concreto su questa terra. Dinanzi
all’eccellenza dell’Evangelo, che con la sua potenza trasforma le persone, tutto
il resto diventa marginale…
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Den/A1-Glossolalia_lingue_engramma_MeG.htm
23-01-2009; Aggiornamento: 07-08-2009
|