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1. ENTRIAMO IN TEMA: Devo
ammettere che quando ho visto l’articolo «Carlo Caruso, il rabbino pastore» (06-11-2007; Icn,
era comparso anche sul sito di
Edipi), in cui Luca Rajna intervistava
tale fratello, mi sono sorti
subito sentimenti ambivalenti, e ciò per diversi motivi. Quanto scritto qui di
seguito è sorto in massima parte alla fine del 2007, dopo la lettura di tale
articolo. Prima di pubblicare ciò, gliel’ho inviato perché aggiungesse le sue
valutazioni, ma queste ultime non sono mai arrivate, forse per paura di esporsi. Intanto
l’ho conosciuto a un convegno su Israele, in cui eravamo ambedue relatori. Alle
seguenti riflessioni, sorte allora e in cui penso a voce alta, aggiungo alcune
riflessioni più recenti.
■
A ragion di logica o si
è
rabbino o pastore, non ambedue — sebbene quest’ultimo termine nel NT non sia
mai un titolo, ma una delle funzioni ministeriali del conduttore, appunto quella pastorale. ●
Avendo conosciuto personalmente Carlo, mi era sembrato però allora che non se ne facesse molto
dei titoli; non vorrei che fossero altri a spingerlo in tale ruolo (vedi sotto).
■ Ho avuto
dapprima timore che si trattasse di un giudeo-cristianesimo militante (o sionismo
cristianizzato) che, sotto un manto cristiano, intende riformare l’intera chiesa,
giudaizzandola. ● Parlando con lui, quella volta, mi è sembrato una persona mite e pacata e
senza intenti ideologici e militanti.
■ Ho avuto
timore che venisse presentata la solita tesi ideologica: voi Gentili non
potete assolutamente capire il NT, perché vi mancano le radici giudaiche e senza
di esse non potete accedere al «sottotesto» ebraico e quindi al vero
significato. ● Sebbene egli si cimenti in un’avventurosa interpretazione di Mt
6,22s (vedi sotto) e citi in seguito la discutibile e tendenziosa traduzione di
David Stern, mi è sembrato sincero nella comunione con i cristiani gentili.
■ Ho avuto
timore anche che un sedicente «orgoglio giudaico», di nuova scoperta, si
imponesse come modello d’esportazione e che i cristiani considerassero il «rabbino» come
esegeta incontrovertibile del testo del NT e il Talmud come chiave ermeneutica
privilegiata per capire il NT. ● Sebbene certe tesi come quella giudaicamente
viziata sull’«occhio sano» (inteso da lui come «puro», quindi generoso; Mt 6,22s;
Lc 11,34) mi hanno fatto temere il peggio, Carlo non mi ha dato l’impressione di
voler prendere un ruolo del genere.
■ Ho avuto
timore che si sviluppasse una nuova casta di Nicolaiti e Baalamiti (i
termini gr. nikolaos ed ebr. ba`al`am significano «vincitori [o
dominatori] di popolo»), di cui l’Apocalisse ci parla come una piaga per le
chiese, designando così
particolari «unti» (apostoli, profeti, maestri) che spadroneggiavano nelle
comunità con le loro dottrine giudaizzanti, gnostiche ed esoteriche. Se si leggono
le epistole pastorali (ma anche 1-2 Cor), ci si accorgerà che molte eresie
penetravano nelle chiese proprio mediante cristiani giudei o giudaizzanti. ●
Carlo Caruso mi è sembrato, però, un uomo mite che vuole vivere la sua devozione
pacificamente senza mire egemoniche.
Sulla questione del
giudaismo, del sionismo cristiano o cristianizzato, del giudeo-cristianesimo,
eccetera io e altri ci siamo confrontati a sufficienza sul sito
«Fede controcorrente», dibattendo molti dei punti sopra esposti e altri ancora.
[►
Giudaismo]
D’altra parte,
però, ero interessato a sapere come un cristiano riscoprisse le sue radici
ebraiche. Per me, che ho insegnato per almeno due decenni AT e che ho sempre
difeso una lettura giudaica di diverse epistole del NT (p.es. 1-2 Pt, Gcm, Gd), non
poteva che essere interessante verificare il «sestante» teologico del cosiddetto
neo-rabbino cristiano.
2. ALLA SCOPERTA DELLE PROPRIE RADICI
GIUDAICHE: Gli antenati di Carlo Caruso, di origine
sefardita (Calvo à Calvuso
à Caruso), furono battezzati con la
forza dall’Inquisizione romana. Durante la seconda guerra mondiale, sebbene sua
nonna avesse cresciuto i suoi figli nella chiesa romana, ciò non impedì che gran
parte della sua famiglia venisse sterminata.
Dapprima si convertì sua madre
alla verità evangelica. Suo padre, nell’intento di contrastare la scelta della
moglie, esaminò accuratamente le Scritture e, alla fine ,credé anche lui. Ciò
significò per Carlo, allora decenne, un repentino cambio d’educazione familiare.
A 18 anni si convertì anche lui e a 24 partì con la nave missionaria Doulos di
O.M., cosa che gli diede l’occasione di predicare per anni l’Evangelo in Africa,
Asia e Medio Oriente.
Poi si pose in lui impellente la
questione di ristabilire l’ebraicità nella sua famiglia. L’Ufficio Rabbinico, a
cui si rivolse, lo considerò come una specie di figlio perduto e ritrovato da
accogliere e istruire; egli si guardò, però, dal dire loro di essere un
cristiano. Quel periodo di studio fece sì che tutto quello, che già
sapeva su Gesù (= ebr. Ješûa`),
gli apparisse molto più chiaro e concreto.
In questo
ritorno alla sua identità ebraica Carlo fu sostenuto da
sua moglie Maria, e anche i suoi genitori furono fieri della sua scelta. Ebbe
una calorosa accoglienza nelle sinagoghe e ha tuttora buoni rapporti col
giudaismo storico.
Con alcuni ebrei ha potuto
condividere il fatto che Gesù è il Messia e nel 2007 con dodici di loro si radunavano come
comunità giudeo-cristiana.
3. ALCUNI INTERROGATIVI E QUESTIONI:
Su questi punti, che segnalo, avrei voluto fin d'allora che si iniziasse una discussione proficua.
Lo scopo era di evitare confusioni terminologiche. Come detto, però, Carlo
Caruso ha semplicemente evitato ogni confronto in tutti questi anni.
■ Ebrei messianici?: Si
sta accreditando la dizione «ebrei messianici». Essa è chiaramente impropria,
poiché il messianismo è vivo anche nel giudaismo storico, e ci sono gruppi con
forte connotazione escatologica che si definirebbero «ebrei messianici». Io uso
la seguente terminologia: giudeo-cristianesimo o cristianesimo giudaico
(ebraico); cristiani ebrei (giudei, giudaici) o ebrei (giudei) cristiani;
comunità (chiesa locale, assemblea) giudeo-cristiana. L’altra parte della
medaglia è la seguente: cristianesimo gentile (o delle nazioni); cristiani
gentili (o delle nazioni) o gentili cristiani; comunità (chiesa locale,
assemblea) cristiana gentile (dei gentili o delle nazioni).
■ Rabbino?: Carlo Caruso,
essendosi diplomato in una Yeshivah (scuola di studi talmudici), potrebbe
portare il titolo di «rabbino» all’interno del giudaismo. Alcuni hanno
l’imbarazzo se chiamarlo
rabbino, pastore, anziano o altro.
Egli non ci tiene molto ai titoli e afferma che lo si può chiamare come meglio
si crede. C’è da credergli. Il problema è che spesso, come mostra l’esperienza,
sono alcuni a spingerti in modo crescente in un certo ruolo; altri lo fanno per
accreditare se stessi. L’uso crea una convenzione e poi non ci si pensa più.
Così ci si abitua a parlare e a scrivere del «rabbino
messianico Carlo Caruso di Fiorenzuola» o del «rav
Carlo Caruso» (vedi qui la galleria fotografica e altri dettagli).
Suggerisco che si usi il termine
«conduttore», che anche la legge riconosce a chi guida una chiesa. Oltre a ciò,
c’è un motivo scritturale e dottrinale. In Matteo 23,8 Gesù raccomandò ai suoi
discepoli e futuri apostoli letteralmente quanto segue: «Ma voi non vi fate
chiamare “Rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti
fratelli». Il termine ebraico rabbì significa letteralmente «mio
grande» (rab «grande, capo di») e sta per «mio signore» (cfr.
monsignore). È quindi giusto chiamarsi o chiamare qualcuno «rabbino», visto che
Gesù lo aveva espressamente proibito ai suoi discepoli? È quindi una questione
di coerenza biblica. Ed è giusto intervenire prima che questo titolo diventi
convenzione e altri se ne fregino, a ragione o a torto, fra le chiese. Nel
giudeo-cristianesimo c’è molta gente confusa e che sta creando confusione, la
quale
si fregia del titolo di «rabbino». [►
Benedizione dell’anno in pericolo?]
■ Il
rabbinato?: L’intervistatore chiede
a Carlo Caruso: «Dove
eserciti il rabbinato?». Intende il «ministero o l’ufficio di rabbino».
Egli usa nell’articolo di riferimento i termini «rabbino» e «rabbinato»
in modo già quasi scontato. Come detto, spesso sono gli altri a pigiarti in un
certo ruolo, che poi diventa scontato. Meglio attenersi a ciò che è scritto e
non andare oltre (no Rabbì Mt 23,8; non oltre 1 Cor 4,6; modello
delle sane parole1 Tm 6,3ss; 2 Tm 1,13).
■ Terminologie giudaiche?:
Nell’articolo traspare il modo giudaico di scrivere «Dio», ossia «D-o», ad
esempio: «lodare D-o», «popolo di D-o», «gloria a D-o». Già in epoca babilonese
(dal 606 a.C. in poi) i Giudei cominciarono a leggere il tetragramma JHWH
(Jahwè) come Adonaj «Signore», sia nel timore di pronunciare il nome di
Dio invano, sia per evitare che Jahwè diventasse uno degli dèi adorati dai
pagani. La Settanta tradusse il tetragramma JHWH con Kyrios
«Signore», il NT usò solo quest’ultimo termine. I Masoreti, vocalizzando il
testo consonantico dell’AT (7°-10° secolo d.C.), misero sotto al tetragramma le
vocali di Adonaj, per ricordarne la lettura in tal senso. In seguito,
anche per Adonaj cominciò lo stesso meccanismo: per evitare che lo si
pronunciasse invano, lo lessero Haššem «il Nome» ed evitarono di scrivere
per esteso i nomi divini (Adonaj, Elohim, ecc.) e li indicarono
solo con la prima e l’ultima lettera con trattino in mezzo. A tale uso si
associarono col tempo anche le dizioni nelle altre lingue, e in italiano si
scrisse ad esempio «D-o».
È giusto perpetuare questo
costume giudaico nella chiesa? A monte c’era sia il timore di pronunciare in
modo inconsulto un qualsiasi nome della Deità, sia un atteggiamento
superstizioso, molto diffuso fra i Giudei. Nell’AT fu comandato di giurare solo
nel nome di Jahwè (Dt 6,13; 10,20; Gs 9,19). Nel NT furono usati i nomi di Dio
senza un tale artificio giudaico. Perché dovrebbero assumerlo oggi i cristiani?
Perché diffondere questo uso giudaico fra i cristiani? Perché rischiare di
creare un’abitudine, che poi viene recepita come una convenzione più spirituale
e rispettosa di Dio, mentre diventa invece una forma di tabù mentale e di
superstizione religiosa? Ho letto in siti di cristiani gentili l'assunzione di
tale uso e anche qualcuno mi ha già scritto seguendo tale moda giudaizzante.
4. DIFFICOLTÀ PROGRAMMATE
■
Ministero di restaurazione?:
L’intervistatore ha chiesto: «Hai
incontrato delle difficoltà nel tuo ministero di restaurazione?». Se non si
puntualizza bene di che cosa si tratta, si creeranno inquietudini e sospetti.
Infatti, se si vuole restaurare qualcosa, bisogna dichiarare l’oggetto e il
fine. Qundi, se per «ministero di restaurazione» s’intende la possibilità che
i cristiani d’origine ebraica possano vivere la propria giudaicità all’interno
del cristianesimo, è un obiettivo accettabile. Se invece si intende restaurare
l’intera chiesa (ritenuta ormai decadente e finita, come altri giudaizzanti e
sionisti cristianizzati scrivono da
tempo) in senso di un
giudeo-cristianesimo, ritenuto quello autentico, originale e unico possibile,
allora le resistenze e le contrapposizioni sono programmate. Al riguardo la
chiarezza è d’obbligo, per non essere confusi con un «cristianesimo sionista»,
che ha come mira proprio tale seconda evenienza. Il rischio di essere messi
nella stessa pentola, è reale.
Negli ultimi tempi sono
molto allergico alla parola «restaurazione», poiché leggo di vari tentativi di
restaurare il cristianesimo nei modi più vari (misticismo,
sacramentalismo, talmudismo cristianizzato, sabatismo, liberalismo morale sulla
base dell’«amore [di Dio]», ecc.) e anche bizzarri (p.es. restaurare la chiesa
con la danza; spiritualismo ufologico). L’unica potenza di Dio per restaurare la
chiesa è l’Evangelo, nudo e crudo, ossia la «parola della croce» (Rm 1,16; 1 Cor
1,18; 2 Tm 1,8); tutte le altre proposte sono «gioghi» (At 15,10; cfr. vv. 1.5)
spacciati per ideologie salvifiche (Gal 5,1) o «catene» presentate come
liberazione (2 Pt 2,18s).
■ Teologia della sostituzione:
Lo stesso Carlo Caruso parla del fatto che, all’inizio dei suoi studi talmudici,
il rabbinato lo accolse come un figlio perduto e ritrovato; chiaramente ha
taciuto sulla sua reale identità cristiana, perché ciò avvenisse. Al contrario, fu
visto con sospetto proprio dal pastore della comunità che frequentava, non per
ultimo a causa della cosiddetta «teologia della sostituzione», ossia Dio avrebbe
sostituito definitivamente gli ebrei con i credenti delle chiese. Prima gli fu
proibito di parlare con gli altri fratelli e poi di frequentare la comunità.
Personalmente non accetto né sostengo una tale «teologia della sostituzione»: di
là da ciò che Dio ha fatto in Cristo, unendo in un solo corpo «l’Israele di Dio»
(Gal 6,16; i Giudei cristiani) e i Gentili (i cristiani delle nazioni; 1 Cor
12,13; Ef 3,6) — resta un piano futuro di Dio col suo popolo storico, quando
molti Giudei riconosceranno che Gesù di Nazaret è proprio il loro Messia (Ap 1,7; Zc
12,10). Ciò mostra comunque come, se non vengono spiegati bene i propri
argomenti, il conflitto è assicurato. ● Qualcuno, anch’egli vicino al
giudeo-cristianesimo, mi ha fatto notare che non aver detto ai Giudei storici
(insegnanti, rabbini, ecc.) di essere un cristiano convinto, al momento
dell’entrata nella sinagoga e nella scuola rabbinica, sarà in futuro un
boomerang che colpirà lo stesso Carlo Caruso. Questo però lo sa solo il Signore.
■ Giudaicità nel NT: Qui
Carlo Caruso cerca di mostrare la piena integrazione di Gesù nel giudaismo del
suo tempo. Poi afferma, come già altri, che vari brani non si potrebbero
intendere senza il contesto giudaico e gli scritti talmudici, che gli Evangeli
sarebbero stati scritti in origine in ebraico (quali sono prove documentarie
odierne?), che certi brani intenderebbero altro alla luce del Talmud e degli
scritti rabbinici, eccetera. Qui si ritorna ad esempio a Mt 6,22-23 e
alla sedicente interpretazione giudaizzante nel senso di «occhio generoso» che
dovrebbe dimostrare che gli Evangeli sarebbero stati
scritti in ebraico e tradotti (male) in greco; darò una risposta in seguito
a tale saccenteria, per ora si veda Lc 11,34 e il suo contesto, dove non compare
alcun elemento economico. Inoltre le ho già approfonditamente discusse con
altri. [Due tesi a confronto su Matteo 6,22-23 (1)
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5] Molte di queste cose mi lasciano perplesso, poiché
danno l’impressione che la maggior parte dei cristiani non possano per nulla
comprendere ciò che leggono e che ci sia bisogno di una nuova «casta»
d’interpreti giudaici fra le chiese per capire veramente il NT. Ciò è già
successo in Galazia, a Colosse e a Corinto, dove i superapostoli (2 Cor
11,5.13ss) imposero al Corinzi le loro dottrine giudeo-gnostiche, facendo molto
danno col loro «evangelo diverso» (v. 4; cfr. Gal 1,6-9). Ho già espresso
altrove le mie perplessità su alcuni punti di tali concezioni. Mi riprometto di
dare nuovamente una risposta a tali argomenti in seguito.
5. PROVE DI DIALOGO:
Alle questioni specifiche, contenute nella seconda metà dell’articolo in
questione, darò risposta in seguito. Qui ho cercato di porre alcune questioni
fondamentali nell’intento di capire direttamente da Carlo Caruso e di instaurare
un dialogo sincero e corretto con lui. Come già detto, queste riflessioni sono
state scritte da me nella prima stesura alla fine del 2007. Sebbene gli avessi
mandato la prima versione di questo articolo, chiedendogli le sue impressioni,
la sua replica non è mai arrivata. Durante l’incontro avuto con lui, sebbene abbiamo avuto
una buona comunione, non ha espresso l’intenzione di intervenire per iscritto.
Anche nell'autunno del 2009 gli ho scritto, mandandogli la domanda di una
lettrice e ricordandogli questo confronto. Oramai, non aspettandomi che arrivi più una sua replica, metto questo articolo in rete.
Poi continuerò magari sui dettagli. A questo punto, ognuno risponda alla propria coscienza e si
prenda le sue responsabilità.
Prego per lui affinché viva con
gioia e mitezza la sua devozione, senza farsi affascinare da progetti ideologici
e senza farsi stravolgere la mente da bizzarre interpretazioni, che sminuiscono
il valore del NT greco (l’unico che abbiamo) e alimentano l’insorgere di una
pericolosa «casta di specialisti» giudaizzanti; questi ultimi, invece di fare
del bene all’Evangelo, si trasformano in «sommi apostoli» giudeo-gnostici (2 Cor
11,5.13ss; 12,11), quindi in Nicolaiti (Ap 2,6.15) e Baalamiti (Ap 2,14). Dio ci
scampi da una tale casta!
►
Gesù, un Giudeo allineato o anticonformista?
{Nicola Martella} (A)
I prossimi articoli, nati dall'analisi
e dal
confronto con tale intervista e scritti oramai da anni, verteranno sui seguenti temi:
► Occhio generoso o avaro?
► Sotto la legge o sotto la grazia?
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/_Den/A1-Giudeo-cristian_interrog_Sh.htm
10-12-2007; Aggiornamento:
04-09-2010
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