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Caro fratello
Nicola, pace nel Signore. Ti volevo fare solo una domanda. Trovo errato che
molti predicatori dicono che il buon Samaritano rappresenti Cristo, in quanto
Gesù alla fine dice al dottore della legge di fare il somigliante del
Samaritano. Secondo me è impossibile, in quanto l’opera di salvezza è solo di
Gesù Cristo e, quindi, non imitabile. Secondo me il Samaritano non può essere
Gesù. Ti prego di correggermi se sbaglio. Grazie di cuore. {Marco Baesi; 16
ottobre 2011} |
1. RISPOSTA ALLE QUESTIONI: In
questa e in altre questioni bisogna distinguere l’esegesi contestuale
dalle possibili (e a volte facili e forzate) applicazioni. L’esegesi contestuale
attesta che cosa l’autore o il narratore intendeva dire veramente.
L’applicazione nell’oggi può essere legittima (rispecchia il senso
originario) o illegittima (è una proiezione speculativa e snatura il senso
originario).
Le parabole
erano fatti di cronaca o storie di tutti i giorni. Esse erano usate da Gesù per
illustrare un solo principio, spesso legato al regno dei cieli o alla pratica
della giustizia; il resto dei dettagli era in genere insignificante.
A quel tempo,
dare a qualcuno del «Samaritano» o paragonare qualcuno a questi, era una
grande offesa; allora era come dare oggigiorno a qualcuno dello «zingaro»,
dell’indemoniato o altre cose simili. Infatti, i Giudei, fecero proprio così con
Gesù: «Non diciamo noi bene che sei un Samaritano e che hai un demonio?»
(Gv 8,53). Difficilmente Gesù avrebbe usato per sé una tale dizione, così
culturalmente codificata. Quando gli Ebrei andavano dal nord al sud, e
viceversa, facevano un ampio giro intorno alla Samaria, pur di non venire in
contatto con tali abitanti. In calce alla risposta della Samaritana a Gesù,
Giovanni ricordò: «Infatti, i Giudei non hanno relazione con i Samaritani»
(Gv 4,9).
L’ingiunzione
di Gesù al dottore della legge riguardava l’imitazione dell’atto
caritatevole fatto proprio dal Samaritano (Lc 10,37). Si trattava di spiegare
chi fosse il «prossimo» (v. 29). A quel tempo, come tante volte nella
storia, la religione e la dottrina erano diventate così massimaliste, da
impedire ai religiosi (sacerdoti, leviti, ecc.) il realismo e la misericordia.
Che proprio un «Samaritano» avesse esercitato sentimenti di umanità e il
soccorso del malcapitato, intendeva mostrare, in modo vergognoso per i
religiosi del tempo, come essi si fossero trincerati nell’amor proprio e
nella propria giustizia e si fossero allontanati alquanto dalla pratica
dell’amore e della misericordia, che proprio la legge mosaica richiedeva (Lv
19,18 Ebrei; Lv 19,34 stranieri). I capi religiosi del tempo si comportavano in
modo meno degno di un Samaritano, uno che i Giudei disprezzavano.
Che il
Samaritano nella parabola (Lc 10,30-37) intendesse Gesù, è quindi solo una
speculazione spiritualista di alcuni credenti odierni, che probabilmente non
sanno neppure dove sia di casa l’esegesi contestuale (culturale, letteraria,
storica, ecc.). Devo meravigliarmi sempre di nuovo dell’indice speculativo,
che alcuni cristiani posseggono! Essi proiettano nel testo tutto ciò, che passa
loro per la mente, per poi convincersi che sia effettivamente lì. Magari si
sentono pure «ispirati», proferendo cose del genere, e ritengono di aver
ricevuto una tale «intuizione» dall’Alto! Con siffatte premesse avrebbero
bisogno ancora di latte, invece di farla spesso da maestri. Possiamo immaginarci
che tipo di cibo comunicano poi ai loro discepoli!
2. APPROFONDIMENTI:
L’espressione «buon Samaritano» è una dizione che mai si trova
nella Bibbia; inoltre Gesù rifiutò che lo si chiamasse «buono» (Mc 10,17s).
L’idea che il «buon Samaritano» sia Gesù, è nata dalla mistica cattolica
Maria Valtorta, che il 3 gennaio 1944 fece dire a Gesù quanto segue:
«Io sono il
buon Samaritano. Non ci sono che Io che ho pietà delle vostre ferite e che si
curva su voi versandovi sopra, senza ripugnanze e stanchezze, l’olio e il vino
spremuto dall’amore.
Per tutto
il fiele e l’aceto che mi date, o uomini che mi offendete nella mia natura e
nella mia dottrina, Io vi do il vino del mio Sangue premuto dalle vene come da
grappolo messo nel torchio, non tanto dai crocifissori, quanto dall’amore per
voi che mi ha dato nelle mani dei crocifissori, e vi do l’olio della mia
Misericordia che fluisce dal cuore squarciato anche dopo la morte, perché
neppure fosse immune da offesa il mio cadavere e conservata una goccia del mio
Sangue per Me.
Satana
ladrone vi assale e ferisce e poi vi abbandona. Il mondo vi guarda e vi deride,
se pure non si unisce a Satana per ferirvi. Io solo vengo e ho pietà del vostro
stato.
Non
ricusate l’Amico che vi vuole salvare. Lasciatevi curare da Lui. Venite da chi
vi ama».
Chiaramente questi
pensieri sono una proiezione e un’invenzione della sua mente e che lei
mette in bocca a Gesù, certo non proprio incolpevolmente, visto che aggiunge
alla Scrittura parole che Egli non ha mai pronunciato. Contrariamente a quanto
afferma Maria Valtorta, si noti che nella parabola nessuno aveva offeso il
Samaritano, ma questi s’era prodigato del malcapitato. Tale testo è pieno di
speculazioni sacramentaliste (vino = sangue). Nella parabola non si intende
parlare tanto dei ladroni, ma degli insensibili religiosi. Qui il ladrone
diventa «Satana». È il classico modo di speculare spiritualista dei
mistici cattolici (ma non solo), che poi attribuiscono tutto a una «rivelazione»
divina. Il testo biblico viene snaturato e la narrazione viene usata come
«specchio per le allodole» per ben altro. Così facendo, il messaggio originario
si perde e viene sostituito con altro, quello che passa per la mente del mistico
o della mistica di turno.
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_BB/A1-Samaritano_Gesu_Avv.htm
16-11-2011; Aggiornamento: 19-11-2011 |