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Nell’incontro
regionale delle Assemblee dei Fratelli del Lazio si affrontano vari temi.
L’ultimo ha riguardato la relazione fra chiese locali e missioni.
Come «non tutto è oro ciò che luccica», non tutto è missione o missionario, pur
chiamandosi tale. Certamente questo vale anche per chi, pur portando il titolo
di conduttore (pastore, Anziano, ecc.), non corrisponde ai prerequisiti biblici
(1 Tm 3; Tt 1). Nelle chiese italiane c'è un antico problema irrisolto fra
missioni e chiese locali. Qui limitiamo il nome «missione» e «missionario» a
coloro che lavorano direttamente nell'espansione del «regno di Dio»; essi sono
da distinguere dai «gruppi di servizio» di una comunità locale e da
organizzazioni cristiane che offrono servizi e prestazioni dietro un compenso
fisso e con la ragione sociale di ditta (p.es. case editrici, librerie, agenzie
di viaggi, centri per vacanze e conferenze). I missionari di questo tipo
vorrebbero vedere le comunità costituite in funzione dell'espansione del «regno
di Dio» (missiono-centrismo). Molti conduttori di chiesa, facendo spesso
coincidere il «regno di Dio» con le comunità locali, non solo hanno una visione
ecclesiocentrica (ed ecclesio-localistica), ma vorrebbero che i missionari
fossero sottomessi a loro. Ed è qui che nasce il problema e il conflitto, oltre
a tante sofferenze.
Durante il
convegno di
Creactio «Comunicare Gesù 2008»
missioni e organizzazioni cristiane, che operano in Italia, potevano presentarsi
con un proprio spazio ed esporre i propri materiali. Ecco qui di seguito le
diverse realtà che erano state annunciate (in ordine alfabetico).
• Agape Italia
(Firenze) • Alleanza Evangelica Italiana (Roma) • Apice (Piacenza) • Articoli
Cristiani (Casalnuovo - NA) • Casa Biblica (Vicenza) • CEM (Modena) • Centro
Cristiano Fede Speranza Amore (Sesto Fiorentino - FI) • Centro Emmaus (Roccella
Ionica - RC) • CLC (Roma) • Compassion (Torino) • CRC (Seregno - MI) • Creactio/ECM
Media (Macherio - MI) • Edizioni GBU (Chieti) • Edizioni Patmos (Perugia) •
Edizioni Ricchezze di Grazia (Grosseto) • Epamedia (Aversa - CE) •
evangelici.net (Asti) • evanTV.net (Varese) • EUN (Marchirolo – VA) • Gioventù
in Missione (Piedimonte Etneo - CT) • GLO (Napoli) • Gruppo Kairos • Heavens
Music (Cassano delle Murge - BA) • IFED (Padova) • Il Faro (Nicosia - EN) •
Insieme (Scandicci - FI) • Istituto Biblico Evangelico Italiano (Roma) • Italian
Ministries • La Buona Novella (Trepuzzi - LE) • La Casa della Bibbia (Torino) •
La Fionda di Davide (Fonte Nuova - RM) • La Pergamena (Torino) • L’arte al
servizio della chiesa, Susanne Stoehr (Macherio - MI) • L’evento della storia
(Modena) • Missione Possibile (Cesano Boscone - MI) • Morning Star (Empoli - FI)
• NTM Italia (Pietracatella - CB) • Open Air Campaigners (Varese) • Operazione
Mobilitazione (Torre Pellice - TO) • Peacemaker Ministries (Milano) • Porte
Aperte (Isola della Scala - VR) • ReVive Records (Bologna) • Società Biblica di
Ginevra in Italia (Torino) • Soli Deo Gloria - MSD (Piacenza) • Teen Challenge
(Asti) • UEB (Magliano Alfieri - CN) • World Team (Milano) • Youth for Christ
Italia (Bologna)
Si noti che alcune
di queste organizzazioni, vendendo prodotti o servizi, hanno più i tratti di
un’azienda (o ditta) che di un’opera missionaria
vera e propria; ciò non è negativo in sé ma, come abbiamo mostrato sopra, è
solo da distinguere per capire.
Due concetti che ricorrono in questo tema di discussione sono
quindi «ecclesio-localismo» e «missiono-centrismo»,
che rappresentano, per certi aspetti, due visioni differenti del «regno di Dio».
Come fare per coniugarli legittimamente insieme?
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando
i vostri contributi al Webmaster
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accettano contributi anonimi o con nickname, ma solo quelli firmati con nome e
cognome! In casi particolari e delicati il gestore del sito può dare uno
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I
contributi sul tema
▲
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personali degli autori.
I contributi attivi hanno uno
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desiderato per raggiungere la rubrica sottostante
1.
{Saverio Bisceglia}
▲
Nota redazionale:
Durante la fase di preparazione di tale incontro regionale delle Assemblee,
Saverio Bisceglia ha mandato agli altri partecipanti uno scritto dal titolo «La
chiesa locale: Un modello superato?», in cui c’era una simile lista e le
seguenti parole.
Tutte queste
[organizzazioni, associazioni, opere], alcune da noi ben conosciute, formano una
vera e propria giungla nella quale è veramente difficile riconoscere le chiese,
benché i partecipanti appartengano a varie denominazioni evangeliche. […]
Questo è solo uno spunto di riflessione sull’argomento che
vogliamo affrontare nell’incontro…:
■ Perché il
proliferare di sigle, associazioni, organizzazioni e quant’altro?
■ Il modello
di chiesa del Nuovo Testamento e ormai superato?
■ Quando è
vantaggioso avere organizzazioni cristiane che s’occupano d’aspetti particolari
dell’opera del Signore? Esempio musica, opere sociali, comunicazione, editoria,
ecc.
[Vogliamo trattare] il ruolo della chiesa locale e le nostre esperienze con
queste organizzazioni. {06-06-2008}
2.
{Rinaldo Diprose}
▲
Nota redazionale:
Quanto segue è parte di una lettera inviata da Rinaldo Diprose ai partecipanti
agli incontri regionali dei conduttori e missionari delle Assemblee dei Fratelli
del Lazio. Lo aggiungo per gli spunti di riflessione che egli pone.
[…] L’argomento che
voi affronterete [….] è oggetto d’attenzione nel secondo corso S.F.I.D.A. E lo
considero molto importante. Ogni assemblea locale ha bisogno di riflettere sul
rapporto che i suoi membri hanno, o potrebbero avere, con le varie
organizzazioni para-ecclesiali e inter-ecclesiali, in vista d’un tipo
d’interazione che favorisca la crescita e il massimo utilizzo dei doni che il
Signore elargisce sia dentro sia fuori d’ogni assemblea locale.
Alcuni di voi
avranno visto l’ultimo numero di Lux Biblica (n. 37) intitolato: I
Campi biblici e altre opere al servizio delle chiese. Spero che la lettura
di questo numero di LB possa offrire degli spunti costruttivi per la
vostra discussione. {07-06-2008}
3.
{Nicola Berretta}
▲
Nota redazionale:
Dopo tale incontro, Nicola Berretta ha mandato il seguente resoconto ai
conduttori delle Assemblee del Lazio e ai missionari partecipanti a tale
incontro.
Cari fratelli, […]
abbiamo avuto modo di […] scambiarci alcune riflessioni, in particolare riguardo
al tema che era stato precedentemente proposto, relativo al rapporto tra le
varie organizzazioni para-ecclesiali e la chiesa locale. È stato molto utile lo
stimolo ricevuto da alcune riflessioni scritte da Saverio Bisceglia, oltre che
dall’ultimo numero della rivista «Lux biblica», che affronta proprio questo tipo
di problematica. Pur con diversa enfasi, è stata sottolineata da tutti noi la
necessità di ribadire la centralità del ruolo svolto dalla chiesa, in rapporto a
queste realtà collaterali. È stata riconosciuta l’utilità d’iniziative che non
siano di pertinenza diretta d’una chiesa locale, soprattutto in quegli ambiti in
cui la singola realtà ecclesiale non è in grado di intervenire in maniera
esauriente; ciononostante è stato sottolineato quanto queste iniziative debbano
essere al servizio della chiesa, facendo estrema attenzione a non capovolgere
l’ordine delle priorità, qualora queste iniziative abbiano come obiettivo ultimo
un auto-sostentamento, indipendente dalla chiesa, o addirittura a scapito di
essa. In questa discussione è stata comunque sottolineata la responsabilità
primaria della chiesa locale, la quale per prima deve usare discernimento nel
giovarsi responsabilmente dell’apporto di realtà para-ecclesiali, mantenendo
sempre un ruolo attivo e presente. […] {17-06-2008}
4.
{Nicola Martella}
▲
Premetto che a
motivo del ministero fuori zona, non ho potuto essere a tale incontro. Sebbene
non tutto mi convince di ciò che è venuto fuori dalla discussione (troppo
ecclesiocentrismo nel senso di ecclesio-localismo che non ritrovo così nel
NT e di cui purtroppo le Assemblee sono affette), il tutto può servire come base
di un’ulteriore riflessione. Premetto che non tutto ciò che oggigiorno si chiama
«missione» o «missionario», lo sono veramente nel senso del NT.
Tale
ecclesiocentrismo localista fa confondere, come si legge fra le righe sopra, il
«regno di Dio» con le chiese locali; a mio parere questo è un grave
errore. Per questo motivo, si vede tutto il resto come para-ecclesiale e «realtà
collaterale»; si parla anche della «chiesa» (spesso «Chiesa») come se nel mondo
fosse una realtà unica, uniforme e chiaramente identificabile (p.es. mediante un
vertice mondiale).
Il lapsus
mentale è proprio la confusione fra «regno di Dio» e chiesa (locale). Per
realizzare l’avanzamento del suo regno, Dio si serve sia delle chiese locali,
sia della variegata missione, sia di opere di servizio (p.es. quelle chiamate
diaconali o assistenziali e quelle dedite all’istruzione sia generale sia
biblica), impropriamente chiamate para-ecclesiali.
Faccio notare
che Paolo aveva una squadra missionaria ben definita, sebbene variabile
nel tempo, e sebbene egli stesso fosse stato inviato in missione dalla chiesa
d’Antiochia (così Barnaba), difficilmente si potrà dimostrare che egli
dipendesse da questa e nel tempo desse conto a essa nel modo che oggi si
ritiene, visto che attingeva da offerte volontarie d’altre chiese. Inoltre egli
stesso affermò come erano andate veramente le cose: «Anche voi sapete, o
Filippesi, che quando cominciai a predicare l’Evangelo, dopo aver lasciato la
Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di
nulla per quanto concerne il dare e l’avere, se non voi soli; poiché
anche a Tessalonica m’avete mandato una prima e poi una seconda volta di che
sovvenire al mio bisogno» (Fil 4,15). Quindi egli non dipendeva
finanziariamente (né in altro modo) dalla chiesa di Antiochia («nessuna
chiesa»). La chiesa locale di Corinto, presso cui Paolo operò per lungo
tempo, non si curò di lui finanziariamente, ma lo fecero le chiese della
Macedonia (2 Cor 11,9s; 12,13s). Tale rapporto era di comunione, non di
dipendenza nel senso che Paolo e la sua squadra dovessero rendere conto ai
cristiani macedoni. Dove non bastava il sostegno, Paolo e la sua squadra si
industriavano con un lavoro secolare di una parte di loro (normalmente lo
facevano i collaboratori), pur di non pesare su un gruppo ancora nascente (cfr.
1 Ts 2,9). Paolo mandava i suoi collaboratori a trovare sostegno fra le chiese a
loro ben disposte (specialmente quelle della Macedonia) e, in certi brevi
periodi, egli stesso dovette mettersi a lavorare per sopravvivere (At 18,3); ma
ciò succedeva fintantoché non tornavano i suoi collaboratori col sostegno
necessario o per sostenerlo col loro lavoro (v. 5). Tutto ciò mostra
l’indipendenza strategica e direzionale di Paolo e della sua squadra missionaria
dalle chiese locali, a cui era solo legato da legami di comunione. Si può
addirittura affermare che egli considerasse le chiese locali esistenti in senso
missiono-centrico, e non al contrario.
Inoltre allora
c’erano fratelli che avevano scelto come stile di vita il ministero itinerante di predicazione. Si
recavano in una comunità locale (a quel tempo era formata da varie chiese in
casa; cfr. Rm 16), passavano qui un certo periodo di tempo e, ospitati dai
fratelli locali, predicavano la Parola; poi proseguivano il viaggio aiutati
finanziariamente da questi ultimi per raggiungere la prossima meta. Per questo è
scritto: «Provvedete alle necessità dei santi,
esercitate con premura l’ospitalità» (Rm 12,13). Era per tale motivo che
Paolo prospettava ai credenti romani quanto segue: «Quando
andrò in Spagna, spero, passando, di vedervi e d’essere da voi aiutato nel mio
viaggio verso quella meta, dopo che mi sarò in parte saziato di voi» (Rm
15,24.28s). Similmente si legge in Tt 3,12ss; 3 Gv 1,5ss. Si può addirittura
constatare e asserire che Paolo non solo non vedeva la missione in funzione
delle singole chiese locali, ma considerava queste ultime in funzione del suo
mandato missionario. Egli, lungi dall’avere una prospettiva ecclesio-localista,
nutriva una visione missiono-centrica. Per questo, sebbene ci fossero migliaia
di villaggi da raggiungere con l’Evangelo, poteva dire: «Ora, non avendo più
campo da lavorare in queste contrade...» (Rm 15,23). Dal punto di vista
della statistica non era certo vero, ma secondo la strategia missionaria era
così. Infatti egli pensava in senso missiono-centrico in macro-dimensioni
(popoli, territori, nazioni). Invece di cominciare una guerra territoriale fra
diverse squadre missionarie, egli vedeva oltre, dicendo ad esempio ai Corinzi,
per «poter evangelizzare anche i paesi che sono
al di là del vostro, e da non gloriarci, entrando nel campo altrui, di cose
bell’e preparate» (2 Cor 10,14ss).
Per cui una
visione ecclesio-localistica porta non solo spesso a disinteressarsi degli
estremi confini della terra (missione esterna), ma anche di molti bisogni
nazionali (missione interna). Aver ribadito la centralità delle chiese locali
negli ultimi secoli non ha portato per nulla alla responsabilità di queste
ultime nel raggiungere capillarmente l’Italia (tanto meno il mondo). Al
contrario, cercando d’assoggettare i missionari e le squadre missionarie ai
conduttori di chiesa (ho conosciuto casi di grande prostrazione!), ciò ha
portato a inibire — volenti o nolenti — la missione e la visione dei missionari.
Per questo
molti missionari (che abbiano o meno fondato una chiesa locale) e molti
cosiddetti «servitori del Signore» si sono trasformati in conduttori di chiesa,
per poter partecipare in qualche modo al potere direttivo e non diventare pedine
in mano d’altri; in tal modo hanno abdicato però alla visione e al mandato
ricevuti, e sono restati tali fino al loro ritorno in patria (se missionari
esterni) o fino al loro pensionamento (servitori del Signore). Missionari, che
hanno fondato chiese, si sono trasformati per il resto del loro ministero in
conduttori, per timore di essere messi da parte dalle nuove guide; tale timore è
comprensibile, visti i tanti casi accaduti in varie parti d’Italia, ma la loro
scelta è in contrasto col loro mandato. Manca in Italia semplicemente una
teologia (e un’etica) tale che permetta ai missionari fondatori di rimanere
tali, senza la paura d’essere esautorati, e che induca nei nuovi conduttori un
timore di Dio tale per non umiliare ed emarginare chi ha fondato la chiesa,
quando il suo ruolo muta.
Spero che
questa mia analisi biblica e teologica porti, quale positiva provocazione,
ognuno di noi a riflettere su molte ovvietà ecclesio-localiste, su cui si è
formato uno strano consenso fra le Assemblee. Come si sa, quando s’accredita un
certo consenso, esso è difficile da sradicare, poiché lo si confonde con la
verità biblica. La domanda è questa: l’ecclesio-localismo radicato in tante
Assemblee corrisponde veramente alla prassi delle chiese del primo secolo e
quindi alla visione neotestamentaria delle cose? Come ho mostrato sopra, io
nutro seri dubbi al riguardo. Già chiamare la missione come un’attività
para-ecclesiale mi pare appartenere a un linguaggio improprio e pieno di
conseguenze negative. E se si scoprisse, da un’attenta analisi del NT, che le
chiese locali erano per Paolo e la sua squadra delle realtà para-missionarie, ossia dei
trampolini di lancio per espandere il «regno di Dio» e, quindi, per portare avanti
il «grande mandato» missionario affidato da Gesù agli apostoli (Mt 28,18s) e a
Paolo stesso (At 9,15; 2 Tm 4,17)?
5.
{Gianni Siena}
▲
■
Contributo:
Esiste un altro pericolo che non va sottovalutato, dici bene su certe
iniziative lodevoli in sé, ma non esattamente esenti da caratteristiche ibride.
Per esempio, prendiamo EUN, una casa editrice evangelica, che per quanto
«cristiana» e fornitrice d’un insostituibile servizio nel fornire letteratura
cristiana è pur sempre una società commerciale, che deve avere un occhio di
riguardo al bilancio e al mercato.
Non ho
appunti da muoverle ma mi è venuto in mente che la Società Torre di Guardia,
negli USA è registrata come «incorporated». Carattere comune anche a chiese
indipendenti che spezzettano il patrimonio fra un certo numero di membri e
proteggono così i beni della comunità. La Torre di Guardia è una casa editrice a
tutti gli effetti e macina profitti con quella collaudata macchina propagandista
e di vendita che sono i TdG. Si rileva che i numeri delle loro riviste scaduti
diventano carta straccia, il singolo testimone li «compra» (!) per regalarli o
venderli nel caso in cui qualcuno vuol rifondere il prezzo di copertina.
Il mondo non fa caso a questi aspetti deleteri, ma fa d’ogni erba un fascio...
stiamo attenti! {1 luglio 2008}
▬
Risposta:
Sebbene azzardato il confronto fra una casa editrice come «Edizioni
Uomini Nuovi» e la «Watch Tower Tract Society», il monito rimane. Ogni
buona iniziativa editoriale di cristiani può trasformarsi nel tempo rispetto
agli obiettivi dell’origine, assoggettandosi sempre più a logiche di puro
marketing e alle leggi di mercato. Allora a essere importante non è più il
contenuto in sé (biblico, dottrinale, teologico), ma se vende o meno. In tali
casi, si sa, più è controversa un’opera, più suscita curiosità e più vende.
Guardando i listini di diverse case editrici, devo
ammettere che in non pochi casi il discernimento biblico è stato messo in
soffitta. Penso specialmente ai libri misticheggianti con un linguaggio
gnostico-spiritualista cristianizzato, a quelli pieni di allegorie campate in
aria su ogni cosa e ogni persona dell'AT, quelli pieni di discutibili viaggi
celesti e quelli ormai proni a una cosiddetta filosofia ideologica chiamata
«teologia dell'esperienza» e «teologia della prosperità» (qui il termine
«teologia» è proprio fuori posto).
Una casa
editrice può contribuire all’avanzamento del regno di Dio? Sì, ma ciò
dipende dal contenuto delle opere pubblicate. Una casa editrice può essere
considerata una «missione» in senso neotestamentario? La risposta è no; è
tutt’al più un’«opera di servizio».
6.
{Giovanni Mele}
▲
Non
credo che io possa aggiungere di più, di quel che ha spiegato il fratello Nicola
Martella riguardo alle chiese locali; perciò mi associo al fratello condividendo
in tutto quello che ha scritto. Lasciando la benedizione del Signore, vi saluto.
{Canada; 01-07-2008}
7.
{Nicola Berretta}
▲
Non so se avete mai
notato una pianta di gramigna. Probabilmente l’avete solo calpestata
inavvertitamente, oppure invece l’avete combattuta inutilmente per disinfestare
il vostro giardino. La bellezza di questa pianta sta nella sua «tenacia» e nella
strategia con cui si diffonde estesamente anche nei terreni più aspri. Se
provate a strapparla, scoprirete il suo segreto. Ognuno dei tentacoli che
costituiscono la sua rete di diffusione è costituito da vari segmenti
successivi, intervallati da nodi che assomigliano ad articolazioni. Osservando
meglio questi nodi, ci s’accorge che ciascuno d’essi presenta un apparato
radicale che lo àncora saldamente al terreno. Si comprende allora la strategia
usata nell’accrescimento di questa pianta: il segmento più distale d’un certo
ramo s’allunga, poi emette delle radici, le affonda nel terreno, si consolida in
quel punto, e da lì emette un nuovo segmento che s’estende per un altro tratto
producendo altre radici autonome. Questa strategia permette alla pianta di
mantenere legami metabolici che servono al sostentamento di tutta la pianta, ma
allo stesso tempo garantisce un’autonomia a ciascun nodo, provvisto d’un suo
proprio apparato radicale. Per certi versi dunque la gramigna è un’unica pianta
che s’estende per un’ampia area del prato erboso, ma allo stesso tempo può
essere vista come un agglomerato di tantissime piante indipendenti, tante quante
sono i nodi provvisti d’apparato radicale. Qui sta la sua forza: il nutrimento
assorbito da un nodo che si trova in un punto del prato più ricco d’acqua viene
distribuito anche verso rami meno fortunati, inoltre, se ne strappi un ramo, non
impedisci a quelli rimasti di continuare a proliferare autonomamente. Pensate
invece a una bella parete riempita di foglie d’edera. Per quanto estesa possa
essere le sua ramificazione, vi basterebbe individuare il suo ramo principale e
tagliarlo, per vedere tutte le foglie appassirsi inesorabilmente, fino a
seccarsi del tutto. Distruggere la gramigna è invece un’impresa pressoché
impossibile.
Capisco che
possa apparire un po’ irriverente paragonare l’opera di Dio alla gramigna, ma
per certi versi possiamo trarne insegnamenti utili.
L’opera di Dio
è grande ed estesa: è un’opera di riconciliazione in Cristo rivolta a tutti gli
uomini (2 Cor 5,19-21; Col 1,13-23). È proprio nel contesto di questo progetto
globale che s’inserisce il nostro compito individuale primario, che è quello di
collaborare con Dio a quest’opera di riconciliazione (2 Cor 5,19), divenendo
testimoni di Cristo (Mt 28,19-20; At 1,8). La chiesa è il progetto
globale, laddove per chiesa s’intende la realizzazione di questo progetto
universale d’uomini e donne, d’ogni popolo, lingua e nazione, riconciliati con
Dio attraverso la morte e la resurrezione di Cristo Gesù, per cui la chiesa
diviene «il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti»
(Ef 1,20-23).
All’interno di
questo progetto globale di chiesa, intesa come opera universale di
riconciliazione in Cristo, s’inserisce il ruolo fondamentale svolto dalla chiesa
locale: una comunità di credenti rigenerati in Cristo i quali, attraverso
l’amore fraterno (1 Pt 1,22), l’unità dello Spirito (Fil 2,1-4), la
sottomissione reciproca (Ef 5,21), la sequela degli insegnamenti della Scrittura
(At 2,42), l’assistenza pratica (Gcm 2,15-19), la condivisione dei pesi (Gal
6,2), la preghiera e l’intercessione gli uni per gli altri (Gcm 5,13-16),
l’esercizio dei carismi individuali elargiti dallo Spirito Santo (1 Pt 4,10-11)…
testimonia del proprio essere
discepoli di Cristo.
Ciò che è a
mio giudizio di fondamentale importanza è che la chiesa locale non è
l’obiettivo che il Signore Gesù Cristo ci ha lasciato, ma il mezzo
attraverso cui possiamo raggiungere il fine, che è testimoniare di Gesù,
il Cristo, risorto dai morti (Gv 13,35; 17,20-21).
Guai al
pensare che la chiesa (locale) sia il nostro fine! Essa non è il fine, ma
il mezzo. Aggiungerei, il mezzo fondamentale e indispensabile, ma pur
sempre un mezzo. Quando la chiesa locale diviene un fine, tende a perdere
la prospettiva globale di cui è parte e perde di vista il compito principale per
cui essa esiste.
Si pensa così
che il semplice fatto che un locale rimanga aperto ci faccia sentire a posto con
Dio, perché… la testimonianza non può chiudere (identificando la «testimonianza»
con il locale di culto). Ci si disinteressa di curare la comunione fraterna, il
perdono e la sottomissione reciproca, l’assistenza pratica, lasciando invece
spazio alle maldicenze, ai rancori o alle prepotenze autoritarie, lavandoci la
coscienza nel pensare che comunque «la testimonianza» è aperta e gli incontri
domenicali o infrasettimanali sono sempre puntualmente garantiti.
L’opera di Dio
è dunque un’opera globale, come la gramigna di cui parlavo prima. In quest’opera
globale le chiese locali svolgono un ruolo analogo ai nodi che individualmente
affondano le proprie radici. Lo scopo però non è quello di garantire la propria
sopravvivenza individuale, ma di partecipare all’edificazione di tutta la
pianta, mandando rami verso territori ancora inesplorati e mettendo a
disposizione la linfa assorbita dalle proprie radici anche al resto della
pianta. Resta inteso che per «pianta» non mi riferisco a una denominazione
specifica, ma alla globalità dell’opera di Dio.
Certamente in
quest’illustrazione i missionari svolgono un ruolo fondamentale nel far sì che
un nodo emetta radici e s’ancori saldamente al terreno, e allo stesso tempo
dovrebbero farsi portatori d’un ministero «inter-nodale», che guarda dunque
maggiormente alla globalità dell’opera di Dio.
Ben vengano
dunque le organizzazioni para-eccelsiali o para-missionarie che dir si voglia.
Purché concorrano all’edificazione della chiesa, intesa come progetto
globale di riconciliazione in Cristo.
Tralascio la
questione posta riguardo alla natura dei rapporti tra la chiesa locale e i
missionari. Sono convinto che spesso queste tematiche usino argomentazioni
teologiche per nascondere problemi relazionali. Il Signore ci chiama a farci
servi (Mc 10,42-45), mentre noi ci lasciamo facilmente trasportare dalla nostra
carnalità rivestendola di pretesti dottrinali sul chi comanda di più tra
l’anziano e il missionario. {05-07-2008}
8.
{Nicola Martella}
▲
Le riflessioni di
Nicola Berretta sono apprezzabili e condivisibili. Lo ringrazio anche perché
finora è stato l’unico dei conduttori delle chiese dei Fratelli del Lazio che è
intervenuto sul tema; la cosa mi meraviglia e mi preoccupa parecchio (non so se
un sintomo di una tendenza, semplice disinteresse o il caldo).
L’unica cosa
che mi turba del contributo precedente è soltanto l’ultimo paragrafo, che
ritengo poco riflettuto, troppo semplificatore e, quindi, poco saggio. Nessuno,
quanto meno io, ha posto tale problema di rapporti d’autorità tra anziani e
missionari, ossia chi debba comandare di più; ridurre una complessa problematica
a tale tessera, impoverisce l’intero mosaico. (D’altronde inutile chiudere gli
occhi dinanzi a un problema che non è stato ancora sufficientemente analizzato
dal punto di vista teologico né risolto nelle chiese italiane. È cosa poca
riflettuta e dai risvolti malsani spingere tutta una questione così complessa
nel cassetto dei «problemi relazionali» e della «carnalità» rivestita di
dottrina, visto che tocca le radicate convinzioni ecclesiocentriche di diversi
cristiani, secondo cui i missionari debbano essere sottomessi ai conduttori
locali della zona in cui operano.)
Io avevo posto
una ben altra questione. L’opera globale di Dio (il regno di Dio) nel mondo si
regge su almeno tre pilastri (in ordine storico):
■ 1) La
missione (Mt 28,18ss; At 1,8). Il titolo e ministero dell’«apostolo»
corrispondeva a quello attuale del missionario fondatore.
■ 2) Le
chiese locali con i loro responsabili (At 14,23; Tt 1,5).
■ 3) Le
opere di servizio: Esse erano sia ecclesiali e paraecclesiali (At 6
diaconia; At 18,11 apostolo istruttore; 20,20 apostolo istruttore degli
anziani), sia interecclesiali o comunque al servizio di un’ampia gamma di chiese
(At 19,9 una specie di scuola biblica nella scuola di un filosofo, quindi in un
ambiente neutro, per tutta la provincia Asia; cfr. anche At 28,30s).
L’opera del Signore
(il regno di Dio) si espande al meglio quando queste tre istanze lavorano in
sintonia e in simbiosi; in ogni modo, è già auspicabile che nessuna d’esse
ostacoli le altre o ritenga di avere una licenza di controllo gerarchico sulle
altre. Quindi se si ha a cuore l’intera opera di Dio, si fa bene ad andare oltre
rispetto a certe insinuazioni, a porsi il problema teologico e a trovare vie
riflettute e mature riguardo a soluzioni praticabili e benefiche per il regno di
Dio nel nostro tempo.
Mi rendo conto
che un limite per capire il tenore della Parola di Dio al riguardo è dato dal
fatto che, invece di tradurre radicalmente i termini greci, li si è solo
latinizzati prima e poi italianizzati. Col tempo si è visto in tali termini solo
la descrizione di ruoli e ministeri passati per sempre (teoria cessazionista).
Togliendo le placche terminologiche, ridiamo nuovo splendore ai ministeri utili
all’opera del Signore. Ecco perciò una mia traduzione letterale: «Ed è lui
che ha dato gli uni, come missionari [= apostoli]; gli altri, come proclamatori
[= profeti]; gli altri, come araldi [= evangelisti]; gli altri, come curatori
d’anime [= pastori] e insegnanti [= dottori], per l’equipaggiamento dei santi
riguardo all’opera del servizio, per la costruzione del corpo di Cristo, finché
tutti arriviamo all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, alla
piena virilità, alla misura d’età della pienezza di Cristo…» (Ef 4,11ss).
9.
{Erik Benevolo}
▲
Riprendendo la
frase «la missione della chiesa è la missione, e la missione della missione è la
chiesa», ho trovato stimolante la riflessione su «ecclesio-localismo» e
«missiono-centrismo».
Ritengo che ci
siano due contesti possibili : l’equipe missionaria,
e la chiesa locale.
■
Nella missione il «responsabile» è
il missionario, uomo o donna che
sia (dipende dal tipo di missione), e l’equipe dipende da lui.
■
Nella chiesa il «responsabile» è
il Cristo, e la chiesa dipende da
Lui.
Ne consegue che,
come sarebbe abusivo in una chiesa sottoporre
la comunità a un Pastore (il «Sommo Pastore» sappiamo chi è, e una chiesa
sottoposta a un pastore non l’ho ancora vista nel Nuovo testamento... chiedo
d’essere corretto se divago), simmetricamente sarebbe abusivo in una
missione sottoporre l’equipe che ci lavora a un
Consiglio di Chiesa. L’equipe dipende dal suo
responsabile, mentre la chiesa dipende da Gesù
Messia.
Solo così
capisco l’espressione «li lasciarono andare» in Atti 13, quando Paolo e
Barnaba furono letteralmente «tolti» alla comunità dalla volontà espressa dallo
Spirito Santo e non dalla chiesa né da un comitato! Né è scritto «li
mandarono»... la chiesa non dirige una missione, ma ne è la culla degli attori.
E solo così
capisco l’espressione «i nostri» e «quelli di Zena il dottor della legge»
in Tito: «i nostri» - «quelli di Zena»... l’espressione tipica d’una
appropriazione è qui usata, credo a indicare la presa di responsabilità piena e
adulta della propria equipe davanti al Signore.
Ardirei quasi
dire che Gesù è
Signore per il responsabile della missione, come è
Cristo per i
responsabili della chiesa locale.
Signore dei suoi servi -
Cristo della Sua Chiesa.
Ovviamente, il
servitore (il responsabile) ascolta con attenzione i suoi fratelli — ma dipende
dal suo maestro. In un certo senso, è solo... Mentre se è membro del collegio
degli anziani nell’amministrazione della chiesa locale, non agirà mai da solo,
ma sempre nella tensione con loro, a discernere la volontà dello Spirito.
Infatti mi risulta che lo Spirito non parli mai in prima persona, salvo nella
comunità dei Santi quando questi sono abbastanza disponibili per lasciarlo
esprimersi... («Lo Spirito Santo disse:...»)
Le
interferenze — o no — fra missione e chiesa sono a mio avviso conseguenza
diretta di questo fondamento.
■ Quindi, il
responsabile di missione dipende dal suo Signore,
nell’ascolto della voce dei suoi fratelli — ma risponde al Signore.
■ E i
responsabili della chiesa (Anziani, e poi
diaconi) dipendono gli uni dagli altri, e tutti insieme dal Cristo, a cui
rispondono — pronti a rispondere ai loro fratelli, «con dolcezza e rispetto».
Un abbraccio
in Gesù
Ho scritto di
getto: una persona sta aspettandomi... Se ci sono strafalcioni, segnalameli
quando puoi e se vuoi. Che il Signore ti guidi... {21-07-2008}
10.
{Nicola Martella}
▲
Caro Erik, sono
grato al Signore per questa «contaminazione» reciproca su tale tema. Nelle tue
riflessioni ci sono molti spunti positivi e la varietà di colori aiuta a notare
le differenza. Tuttavia la fretta non aiuta sempre a scrivere, quando si ha un
appuntamento. Ti consiglio di rivedere il tutto alla luce dei seguenti
suggerimenti e magari di aggiungere un altro contributo chiarificatore.
■ Il
missionario (apostolos) quale titolare della sua squadra missionaria era
maschio nel NT; oggigiorno ci sono «missionarie», ma sarebbe meglio
chiamarle «servitrici» o simili. Così anche i conduttori (episcopoi,
presbiteroi) erano maschi, senza eccezione.
■ Sia nella
missione, sia nella chiesa locale, il Capo (responsabile) è Gesù Messia:
egli diede il grande mandato; egli fondò la sua assemblea messianica (Mt 16,18);
egli parlò ai sette conduttori di chiesa in Apocalisse (Ap 2s). Non a caso Paolo
si presentò spesso nelle sue epistole come «apostolo di Gesù Cristo»,
ossia come uno che era stato da Lui mandato in missione (1 + 2 Cor 1,1; Ef 1,1;
Col 1,1; 1 + 2 Tm 1,1; Tt 1,1; cfr. Rm 1,1; Gal 1,1); così pure Pietro (1 + 2 Pt
1,1).
■ La
conduzione collegiale era più in uso tra i cristiani giudei, la conduzione
monocratica era più un costume dei cristiani ellenistici, abituati al leader
unico (cfr. le lettere indirizzate ai sette conduttori si trovano tutte nella
provincia Asia). Per l’approfondimento vedi in Nicola Martella (a cura di),
Uniti nella verità, come affrontare
le diversità (Punto°A°Croce, Roma 2001), l’articolo «La conduzione quale
chiave dell’unità», specialmente le pp. 34ss. Spesso il «collegio dei
conduttori» nasceva dal fatto che raccoglieva in un luogo i responsabili delle
diverse «chiese in casa» (cfr. Rm 16). Il termine «collegio» non esiste nel NT;
in 1 Tm 4,14 ha un altro significato: «Non trascurare la [azione di] grazia
che è in te, la quale ti fu data mediante proclamazione [ispirata] con
imposizione delle mani dell’anzianità». Tali «mani dell’anzianità» (o
privilegio di chi è più anziano) erano quelle di Paolo (2 Tm 1,6 «imposizione
delle mie mani»). Nonostante tutto ciò, certo noi riteniamo che un
«consiglio di conduttori» sia meglio che una conduzione monocratica; tuttavia si
possono fare esperienze contrastanti riguardo a comunità funzionanti o alla
deriva, sia con un tipo di conduzione sia con l’altro.
■ Come
l’equipe missionaria dipende dal missionario (apostolos), così
l’equipe ecclesiale dipende dal / dai conduttore /i. Sia il missionario sia la
conduzione dipendono, a loro volta dal loro Capo, Gesù Messia.
■ La chiesa
locale può anche «mandare» (così gr. apostéllein e lat missio;
cfr. At 9,30; 11,22; 15,22) e il missionario può essere «raccomandato dai
fratelli alla grazia del Signore» (At 15,40 Paolo); si vedano i termini al
singolare, sebbene fosse accompagnato da una squadra! Anche il missionario
mandava i suoi collaboratori fra le chiese per vari motivi (1 Cor 4,17; 2 Cor
8,18.22; 9,3; 12,18; Fil 2,15; Col 4,9; 1 Ts 3,2).
■ In Tito
3,13s manca «quelli di Zena», sebbene ci sia «i nostri», inteso
probabilmente come «i credenti divenuti tali mediante la nostra missione». Può
darsi che Zena e Apollo facessero parte di un’altra squadra missionaria, ma nel
testo non è subito evidente, sebbene «i nostri» potrebbe essere certo un indizio
a contrasto. In ogni modo, dopo la separazione di Paolo e Barnaba, essi
formarono due diverse squadre missionarie (At 15,39s). Per affermare di non aver
sconfinato nelle zone missionarie altrui, ci dovevano essere quindi altre
squadre (2 Cor 10,16). Dire di non avere «più campo da lavorare in queste
contrade» (Rm 15,23), non significava certo che tutto era stato raggiunto,
ma che altri erano all’opera.
■ Quanto allo
Spirito Santo, Egli parlò sia in situazioni ecclesiali (At 13,2; 15,28)
sia in quelle di missioni (At 13,4 «mandati dallo Spirito Santo…»; 16,6
vietato; cfr. v. 10 «tenendo per certo che Dio ci aveva chiamati là»);
giustamente bisogna saper ascoltare.
11.
{Erik Benevolo}
▲
Hum! vedo che sei
troppo rispettoso del tuo prossimo per permetterti di modificarne i
contributi... di fatto, avevo scritto di getto, come ben dici, la fretta non
aiuta a scrivere quando si ha un appuntamento.
Chiarisco
quindi alcuni punti e modifico imprecisioni mie che si prestano a giuste
critiche.
■
Innanzitutto, il metodo. Quando ragiono, cerco di tenermi a livello
dell’argomento di cui parlo, e pur verificando con approfondimenti puntuali la
coerenza globale del ragionamento, preferisco non scendere in dettagli che
invaderebbero inutilmente lo spazio dell’argomentazione se venissero esplosi
allo stesso livello.
Per questo ho
scritto che l’equipe dipende dal suo responsabile,
mentre la chiesa dipende da Gesù Messia.
Fai bene a puntualizzare che sia nella missione, sia nella chiesa locale, il
Capo (responsabile) è Gesù Messia! Ovviamente sono d’accordo: al vertice c’è
sempre e solo Gesù, sottoposto a sua volta a Dio, Suo Padre. Ciononostante,
m’aiuta di più ragionare per opposizione, differenziando un aspetto dall’altro
mediante il risalto dei contrasti, come si fa in certi tipi di pittura. Quel che
mi premeva esprimere (si può essere d’accordo o no, la dialettica serve ad
avanzare per antitesi) è che mentre la chiesa è
direttamente guidata da Cristo Messia, la direzione diretta d’una
missione spetta al suo leader (uso il termine
«leader» per ragionare con la rapidità dell’inesattezza). Cioè, mentre un
anziano non decide da solo, ma si confronta coi suoi simili
per trovare con loro il pensiero dello Spirito,
il leader missionario a cui il Signore ha affidato la missione,
porta da solo davanti al Signore la
responsabilità delle scelte, pur consigliandosi
coi collaboratori o ricevendo consigli dalla sua chiesa locale.
Il primo che mi fece notare questa differenza fu
Watchmann Nee; da allora ho potuto constatare quanto ciò sia onnipresente non
solo nel Nuovo Patto, ma pure in tutta la bibbia. Questo è un primo punto, direi
sociologico che, se è capito bene, porta un anziano a non condurre mai da solo
le faccende collettive, e un responsabile di missione a dipendere veramente dal
Signore e non da un comitato di cui diverrebbe il funzionario. Penso al caso di
Paolo che, una volta «lasciato andare», non fu più nella tensione
dell’ascolto comunitario
della voce dello Spirito, ma in quella
dell’ascolto solitario della voce del suo
Maestro (non oppongo lo Spirito al Signore, ma l’aspetto comunitario a
quell’individuale); o più personalmente, al caso d’una missionaria che
sosteniamo, responsabile d’una missione a Kinshasa per l’adozione a distanza di
ragazzi di strada: certo, ascolta i nostri consigli, cerca sicurezza presso la
sua chiesa (di cui io sono un anziano); ma è dal
Signore che dipende, senza obblighi di
dipendenza dall’anzianato
prima di prendere delle decisioni.
■ Strettamente
parlando, certo, l’apostolos è
maschio; la «missionaria» sarà diaconessa,
come Febe, o comunque servitrice. In quanto
donna, è sotto l’autorità d’uomini, che spiritualmente fornisce protezione e
sicurezza. Ciononostante, un’opera affidata all’uno o all’altro riveste
dinamiche analoghe, nel senso che il «leader» si configura non come un
membro d’una collettività di responsabili alla
ricerca della volontà del Cristo, ma come
il
o la responsabile (apposta
non ho usato né i termini «Capo» perché tale è solo il Cristo Signore, né
«apostolo» perché evocava contenuti aggiuntivi che m’imponevano di trattare
altre tematiche laterali, allorché volevo solo mettere in risalto una dinamica
di fondo).
■ Scrivi che «l’equipe
ecclesiale dipende dal / dai conduttore /i». Non capisco bene che cosa
intendi per «equipe ecclesiale» né per «il
conduttore» della chiesa locale. Per me l’equipe ecclesiale è il consiglio
degli Anziani, eventualmente con l’insieme dei diaconi; il resto è «la chiesa»
nel suo insieme... ma forse è solo un fatto di terminologia.
Quanto
all’idea del conduttore
piuttosto che dei conduttori,
so che su questo tema ci sono varie sensibilità, che rispetto... ma ci sono cose
che non riesco a trovare nel Nuovo Testamento. Io non vedo mai «il pastore» o
«il conduttore», ma sempre «i conduttori», al plurale. Mai l’anziano, ma «gli
anziani»: pure attorno al Trono di Dio, leggo «gli anziani», e in Daniele «I
Veglianti», come in Isaia (per analogia, ovviamente: noi qui siamo ancora sulla
terra). «Siate soggetti agli anziani», sempre al plurale; non
«all’anziano». E se Giovanni si definisce «l’Anziano», non è per condurre una
collettività, ma per esortarne gli individui in quanto «padre». Forse l’unica
eccezione è quella d’Apocalisse 2 e 3, ma è legittimo tradurre «angelo» in
«conduttore»? Scrivi: «egli parlò ai sette
conduttori di chiesa in Apocalisse (Ap 2s)», ma io leggo sette volte «all’angelo»
che significa «messaggero», incaricato di
messaggio; non «al conduttore». So che molto è stato scritto in merito, ma è lo
stesso termine «angelo» come in innumerevoli altre istanze nell’Apocalisse: a
partire da quello che all’inizio va da Giovanni con la Rivelazione, a finire a
quello davanti a cui egli fu tentato di prostrarsi: evidentemente non umano. Se
poi vogliamo farne un’applicazione, facciamo pure... ma io non baserei su
quell’unico testo la legittimazione d’una direzione unica della chiesa locale,
allorché è alla collettività degli almeno «due o
tre» che è garantita la presenza dell’IO SONO in mezzo a loro. «Non
giudicate voi quelli di dentro?» implica voi, non uno solo
— perché al singolo è vietato il giudizio del suo prossimo: «chi
sei tu che giudichi tuo fratello?». Come dice il salmo, «Egli giudica
in mezzo ai giudici», al plurale. Questo è quanto io capisco, che
m’impedisce di legittimare una conduzione unica della chiesa locale. Qualora poi
una chiesa locale ne avesse veramente bisogno, perché sta partendo (o
ripartendo), benissimo: in quel periodo essa sarà vista non più come
chiesa, ma come
missione, fintantoché non
sarà possibile stabilirvi un’equipe ecclesiale, che sostituirà
l’autorità piramidale con la
forma collegiale tipica dell’autorità unica del
Cristo in mezzo ai suoi. Questo è quanto io capisco.
■ Scrivi: «Si
possono fare esperienze contrastanti riguardo a comunità funzionanti o alla
deriva, sia con un tipo di conduzione sia con l’altro» Certo. Quindi
l’esperienza non permette di valutare l’esattezza o no della dottrina, ma solo
la nostra capacità d’ubbidirne allo spirito. E siamo carenti, carentissimi...
perché siamo handicappati ad amare. Lì sta il nodo, non nel modello. Il fatto
culturale giudaico o ellenista o contemporaneo, è un’informazione utile; ma la
mia formazione, la norma, la ricevo dalle Scritture, specie se mi consentono di
capire lo stesso perché le cose funzionano o no. Se
responsabile unico sta a missione (locale) come
anzianato sta a chiesa
locale, posso concepire benissimo che Dio benedica una «missione
locale» diretta da un uomo di Dio, mentre non degni d’uno sguardo una
confraternita carnale diretta da un consiglio d’anziani che non lo sono
nell’anima... Non è certo il modo di far le cose che compenserà la mancanza
dello spirito con cui vanno fatte: la comunità diretta
dall’uomo di Dio crescerà, mentre accanto
quella «dei fratelli» di cui gli anziani si
dilaniano, morrà — indipendentemente dal modello. E si sarà trattato della
differenza fra una missione diretta a Dio, e un’assemblea di condominio.
■ La chiesa
locale può anche mandare: grazie della
puntualizzazione, effettivamente mancava... ragionando per grandi linee mancano
i livelli di dettaglio. Credo però che ci sia un carattere diverso fra Antiochia
che «lascia andare» Paolo e Barnaba per la
loro missione, e la chiesa che «manda», o il
missionario che «manda» a sua volta. Se ne
potrebbe fare uno sviluppo dettagliato... Ma lo scopo mio era solo d’opporre
missione a
chiesa, e
responsabile unico
a collettivo di
responsabili, perché ritengo che ci sia una dialettica atta a
diventare fonte di chiarezza, se la sia adotta come fondamento di riflessione.
Ad esempio, pure i termini «Signore» e «Cristo»
non sono intercambiabili: il primo fa quasi sempre riferimento alla
dimensione personale, il secondo a quella
collettiva... Addirittura nel pane della cena,
la menzione «corpo del
Signore» (1 Cor 11) coinvolge la mia responsabilità personale,
mentre la menzione «corpo di
Cristo» (1 Cor 10) ci coinvolge in
quanto insieme, popolo di Dio, Corpo unito a Lui.
■ In Tito
3,13s manca «quelli di Zena». Hai ragione: ho estrapolato, rientro
in carreggiata. È scritto «Provvedi con cura al
viaggio di Zena, il legista, e d’Apollo,
affinché nulla manchi loro. Ed imparino
anche i nostri ad attendere a buone opere per provvedere alle necessità,
onde non stiano senza portar frutto». Dal contesto deduco che l’espressione
«anche»
indica presenza di un’altra realtà dello stesso tipo: quindi, inerente a «Zena,
Apollo & Co.», ovvero un’altra equipe. Semplice deduzione, ma che va nel senso
dell’identificazione dell’equipe a sé, cosa che non accade in una chiesa
condotta in modo collegiale.
■ Per finire,
l’espressione «Lo Spirito Santo disse...» è unica a Atti 13,2: credo che
ciò sia importante, perché nella letteratura contemporanea carismatica non c’è
la stessa cautela. Lo Spirito parla, certo. Dirige, rivela, impedisce,
convince... Ma una volta sola (almeno una!) ha potuto parlare, Lui,
direttamente: perché c’era una collettività con le seguenti caratteristiche...
●
Collettività non eccessivamente ortodossa:
Accadde nella chiesa d’Antiochia. Vien da
chiedermi: sarebbe stato possibile, a Gerusalemme?
●
Collettività eterogenea:
Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene,
Manaen, allevato assieme a Erode il tetrarca, e Saulo: cocktail
esplosivo...!
●
Collettività con dei veri ministeri:
V’erano profeti e dottori: non dei diplomati
o laureati in teologia critica, né membri di «famiglie importanti»... ma
servitori che il Signore s’era formato lui stesso secondo Efesini 4,11. (Non
sono contro gli studi, ma contro la loro deificazione.)
●
Collettività al servizio:
Or, mentre celebravano il servizio al Signore e
digiunavano, lo Spirito Santo disse... Stavano servendo e digiunando: tutto
per Lui, nulla per sé. Ecco il contesto necessario perché Dio si riveli.
●
Collettività disponibile a
perdere perché altri guadagnino:
Mettetemi da parte Barnaba e Saulo... Erano
fra i migliori, i più utili, quelli che non dovrebbero mai partire... che ne
sarà della chiesa se proprio loro se ne vanno? Meglio altri, magari in
formazione... Invece Antiochia brillò d’altruismo e di coraggio. E l’Evangelo
brillò in tutto il Mediterraneo.
●
Collettività capace d’abbracciare altri
obiettivi dei loro: Per l’opera alla
quale li ho chiamati. Né psico-rigidità né legalismo né tradizionalismo, ma
flessibilità, abbandono attivo, ascolto intelligente. Uno dei peggiori cancri
delle chiese locali è la sclerosi multipla del divieto di tutto ciò che non è
obbligatorio. Al Corpo di Cristo il fariseo d’ieri e d’oggi mette la camicia di
forza, e spesso il servitore non ha altro scampo che la fuga. Che Dio ci
guarisca dalle nostre paralisi ecclesiali, prima che sia la persecuzione a
farlo.
●
Collettività ubbidiente:
Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero
loro le mani e li congedarono. Ubbidiscono alla voce dello Spirito,
lasciandogli le conseguenze della loro ubbidienza. Seppero perdere per
guadagnare, come Paolo più tardi scrisse, lui gran maestro del
morire per vivere.
Credo che se
sappiamo distinguere fra io
e noi, missione e chiesa, Signore e
Cristo, responsabilità unica e condivisa, individualità e collettività, (non
individualismo né collettivismo), capiremo pure i limiti delle varie categorie.
Un consiglio di chiesa non è abilitato a dirigere una missione, ma a fornirle (e
a chi la conduce), i consigli, i mezzi, le preghiere, la collaborazione. Quando
però il / la missionario/a torna a casa, è sottomesso all’anzianato: non in quel
che concerne la missione, ma nell’ambito della vita del Corpo. E gli uni e gli
altri, al Signore dei suoi discepoli e Cristo della sua Chiesa. Con affetto in
Gesù… {22-07-2008}
*°*°*°*°*°*°*°*°
Nota editoriale:
Ho invitato Erik a puntualizzare meglio i suoi pensieri, che ritengo importanti
e preziosi. Ritengo le sue seguenti puntualizzazioni rilevanti. Per evitare che
ci mettiamo a discutere di conduzione monocratica o collegiale (ritengo
quest’ultima sempre migliore nella pratica) e di fare un lungo excursus
sull’uso di anghelos nel NT (che non corrisponde sempre ad «angelo») —
gli do qui semplicemente l’ultima parola, affinché le buone cose da lui
evidenziate non vengano diluite e sminuite in altro. Rimando al riguardo ai
seguenti confronti, dove vengono affrontati tutti questi aspetti:
►
Per forza un collegio di anziani?
{Nicola Martella} (D)
►
Per forza un collegio di anziani? Parliamone
{Nicola Martella} (T)
12.
{}
▲
►
URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-Ecclesiolocalismo_missione_UnV.htm
118-06-2008; Aggiornamento:
22-07-2008
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