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In genere molti
cristiani sono troppo distratti dalle vicende della vita
e vivono spesso nell'apatia del tran-tran quotidiano,
per essere scossi a nuovi slanci d'idee e a nuove
passioni intellettuali. Oppure alcuni, quando colpiti da
una provocazione di chi la pensa
diversamente, preferiscono lanciare giudizi sommari e
frettolosi nel segreto o fra consenzienti, invece di
confrontarsi apertamente e chiaramente. Perciò, tutto
ciò che smuove le acque dell'apatia, sveglia gli animi
sopiti e distratti, accende le menti e le induce a un
franco confronto, non può che essere benvenuto... anche
se al momento potrebbe produrre lavoro, pena e travaglio
a chi pone un problema e si esercita per un
rinnovamento. Questo è ciò che avviene per ogni
«nascita» (naturale, spirituale, rinnovamento), sia per
chi produce «nuova vita» (il nuovo, il rinnovamento),
sia per chi coopera affinché tutto vada a buon fine.
Ecco qui di seguito alcuni miei spunti di riflessione.
■
Letargia cristiana:
«Sopporto più l'acceso confronto che la letargia
altrui. Infatti uno dei più grandi problemi di molti cristiani è attualmente
l'apatia, non tanto l'acceso dibattito. Molti, invece di funzionare
completamente, preferiscono vivere in fase "standby", anestetizzati chi da una
devozione mistica e interiorista e chi dal materialismo e dal consumismo.
Poi, alcuni di loro, magari quando escono dalla loro condizione di "ibernazione"
momentanea e casualmente vengono al corrente di qualcosa che li provoca del
dibattito in corso, sparano semplicemente a zero o condannano senz'appello,
invece di conoscere prima a fondo la questione e di confrontarsi poi
in modo serio, competente, rispettoso e razionale».
■
Dinamica del confronto: «Due cristiani “sfregandosi” possono produrre “calore
fraterno”».
■
Motto:
«Non lamentarti che la
fonte si esaurisca, se tu non l'alimenti. Non
deplorare
il fuoco che diventa fioco, se
tu non l'attizzi».
■
Metafora:
«Gli uomini possono essere paragonati a due laghi della
Palestina: il lago di Galilea (o di Gennezaret) e al mar Morto. Il primo riceve
le acque dal Giordano e le riversa
nuovamente in esso. Il secondo riceve solo
le acque, ma non si riempie mai. Il primo è
pieno di vita ed è pescosissimo. Il secondo
è salato e privo di vita. Così sono anche
gli uomini: alcuni ricevono, si
arricchiscono e contribuiscono al bene
altrui; altri ricevono soltanto, ma
rimangono improduttivi.
Come vuoi essere tu?».
■
Fair-play:
«Posso dissentire dalla tua
opinione, ma hai il diritto di esporla... se permetterai
a un altro di controbatterla. Il confronto ci aiuterà a
chiarirci e a maturare, anche laddove non saremo
d'accordo».
■
Rivelazione e luce: «Dio ha rivelato se stesso e la verità nella storia e
nella sua Parola. Non tutti però abbiamo la stessa luce
riguardo alla verità rivelata. A ciò si aggiunga che non
tutti abbiamo abbastanza luce su tutti gli aspetti della
verità rivelata. Su alcuni aspetti Dio ha preferito non
pronunciarsi e di lasciare ai suoi figli, guidati dallo
Spirito Santo, di trovare soluzioni compatibili con la sua
rivelazione, col buon senso e con la situazione culturale
contingente, perché tutto ciò serva al progresso
dell'Evangelo, allo stabilimento della giustizia e al
benessere dei credenti. Le cose importanti sono evidenti e
chiare, altre cose no: per questo ci sono opinioni
differenti su alcune cose. Per questi motivi, il confronto
delle idee è cosa importante e necessaria».
■
Costi:
«Chi ambisce al miele, non deve temere le api. A volte può
succedere che proporre un tema o una discussione equivale a
mettere la mano in un vespaio. È sempre un sintomo di
povertà intellettuale, quando si iper-reagisce in modo
irrazionale e arrogante alle tesi di un altro, con cui non
si è d'accordo. È però un costo calcolato da chi vuol
svegliare il "can che dorme". È meglio sorbirsi una reazione
spropositata, che permette poi di chiarire il proprio
pensiero, che assistere a tante "belle addormentate nel
bosco". L'apatia intellettuale e la mediocrità spirituale
sono il male peggiore».
Perché, quindi, confrontarsi è importante per maturare...
insieme? A voi la parola. Le vostre riflessioni
potrebbero aiutare altri cristiani a confrontarsi in modo
sano, onesto, leale e sincero.
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
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Primo
{Argentino Quintavalle} ▲
Forse rischio d’andare fuori ma, ma penso che la questione
sollevata da Nicola vada inquadrata in una più ampia:
l’unità tra credenti. Uno dei problemi più grandi nel corpo
di Cristo è la mancanza d’unità. Il cristianesimo si è
frammentato in così tanti gruppi e denominazioni che
l’efficacia della testimonianza è in gran parte diminuita.
Come possiamo pensare d’insegnare la verità al mondo, quando
la nostra «verità» fa in modo che dissentiamo gli uni dagli
altri?
Troppi cristiani sono più preoccupati di dimostrare
d’avere ragione sui propri fratelli piuttosto che essere
preoccupati dell’espansione del corpo di Cristo e d’essere
d’edificazione. I Calvinisti attaccano quelli che non sono
Calvinisti; i Battisti attaccano i Presbiteriani, quelli che
non parlano in lingue attaccano quelli che parlano in lingue
(e viceversa); i pre-tribolazionisti combattono i
tribolazionisti, gli amillenaristi sono contro i
pre-millenaristi, ecc. Tutta la faccenda è ridicola.
Sicuramente, possiamo avere differenze d’opinione e questo è
anche un bene perché siamo degli esseri pensanti e quindi è
giusto avere delle opinioni. Ma le nostre differenze devono
essere espresse con umiltà e con amore. Quando queste
differenze d’opinione diventano più importanti dell’unità
nel corpo di Cristo, allora significa che l’idolatria ha
iniziato a strisciare non solo nella chiesa ma anche nei
nostri cuori.
La Bibbia ci dice di conservare l’unità nel corpo.
Leggiamo con attenzione ciò che segue: «Io dunque, il
carcerato nel Signore, v’esorto a condurvi in modo degno
della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e
mansuetudine, con longanimità, sopportandovi gli uni gli
altri con amore, studiandovi di conservare l’unità dello
Spirito col vincolo della pace. V’è un corpo unico e un
unico Spirito, come pure siete stati chiamati a un’unica
speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo
Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e
Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti e in tutti. Ma
a ciascun di noi la grazia è stata data secondo la misura
del dono largito da Cristo… per il perfezionamento dei
santi, per l’opera del ministero, per la edificazione del
corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all’unità della
fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato
d’uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo»
(Ef 4,1–7.12s).
Il comandamento riguarda l’unità. Naturalmente, l’unità
non è mai a discapito degli elementi essenziali. Gli
elementi essenziali della fede sono quelli che ci fanno
essere cristiani: la natura divina di Cristo, il suo
sacrificio espiatorio, la sua risurrezione fisica e la
salvezza per grazia. È la nostra fede nell’opera di Cristo,
Dio fattosi carne, che ci fa essere cristiani, non se
crediamo in maniera diversa sul rapimento, sulla
predestinazione, sui canti del culto, sulla tribolazione,
ecc. Siccome siamo salvati dallo stesso Signore Gesù, è a
lui che dobbiamo guardare ricordando la sua umiltà. Non
possiamo essere uniti se eleviamo noi stessi e le nostre
dottrine non essenziali come se fossero essenziali per la
comunione fraterna.
Questo non significa tollerare l’errore nella chiesa.
Ma l’umiltà consiste guardare un altro e dirgli: «Quello che
dici potrebbe anche essere giusto, mettiamoci seduti e
discutiamone». Oppure: «Io credo che stai sbagliando, ma
adesso ti dico perché». Le tenebre vengono scacciate dalla
luce, così l’errore si combatte con la verità, non con i
dogmi o con l’isolamento di chi la pensa diversamente.
L’umiltà è quando consideriamo con rispetto il nostro
interlocutore. L’umiltà è quando ammettiamo che il Signore
opera con un altro e non solo attraverso di noi, e l’unità è
per la gloria di Dio e a favore del suo regno.
Da qui le parole dell’apostolo Paolo: «Chi sei tu
che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade
è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in
piè, perché il Signore è potente da farlo stare in piè.
L’uno stima un giorno più d’un altro; l’altro stima tutti i
giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella
propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il
Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché
rende grazie a Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il
Signore, e rende grazie a Dio» (Rm 14,4ss).
Perché l’unità è così importante? Per due ragioni.
Primo, l’unità significa tenere un comportamento umile gli
uni con gli altri, e questo piace al Signore e gli dà
gloria. Secondo, la gente va diritta incontro alla condanna
e ha bisogno dell’Evangelo. Corriamo il rischio d’essere
talmente preoccupati per le nostre dottrine non essenziali
che distogliamo gli occhi dall’evangelizzazione, la quale è
impedita dai nostri bisticci e divisioni. Dobbiamo
permettere al nemico di seminare il disaccordo tra le nostre
file in modo di combatterci gli uni gli altri anziché
combattere contro di lui? O dovremmo raccogliere i nostri
doni, i nostri talenti, le nostre capacità, le nostre
risorse e dirigerli per andare a raggiungere quelli che sono
persi e per edificare i nostri fratelli? Dopo tutto, sul
trono di Dio non c’è né un Battista, né un Calvinista, né un
Pentecostale, né un Fratello, ecc., ma c’è Gesù di Nazaret,
il Messia giudeo.
Possa il Signore avere clemenza di noi e possa far sì
che rivolgiamo il nostro sguardo verso di lui e gli
chiediamo d’utilizzarci, con umiltà, in modo che i nostri
cuori sentano la necessità di predicare Cristo innanzitutto,
al di là delle nostre differenze confessionali, e lontani
dalle cose non essenziali. Al Signore sia la gloria!
Secondo
{Nicola Martella} ▲
Dio ha rivelato nella sua Parola alcune questioni in modo
chiaro ed evidente. Al riguardo c’è una grande sintonia di
vedute tra i cristiani. Le opinioni possono variare qui
tutt’al più nei dettagli.
Altre questioni sono invece meno evidenti e al riguardo
c’è una grande varietà di convinzioni. Alcuni vogliono
essere anche qui rigorosi e intransigenti, confondendo le
proprie convinzioni con la verità stessa. Essi vogliono che
anche in tali cose ci sia una sola opinione: la propria o
quella del proprio gruppo di riferimento.
Confrontandomi con altri, ho visto che i seguenti
aspetti sono controproducenti ai fini di un dialogo, basato
sul rispetto reciproco e sulla Parola di Dio.
■ Non bisogna usare argomentazioni generiche. Lo
fa chi presenta continuamente il suo pensiero, ma non
dialoga veramente con i suoi interlocutori. Perciò non
mostra in che cosa gli argomenti altrui, che non condivide,
sono poco fondati, né fa obiezioni di merito ad essi.
■ Non bisogna pretendere l’autorità biblica per
le proprie tesi. Alcuni, invece di dimostrare ciò che
affermano, argomentano semplicemente reclamando per sé e le
proprie tesi l’autorità della Bibbia o di Dio. Ciò mostra
solo la fragilità degli argomenti posseduti. La forza delle
proprie argomentazioni deve venire da una corretta esegesi e
da dimostrazioni pertinenti e stringenti.
■ Non bisogna usare argomentazioni massimaliste.
Usa questo modo di fare chi riduce il vasto spettro di un
certo fenomeno o problema a un solo aspetto, spesso
estremizzato, escludendo a priori tutti gli altri aspetti
concomitanti e le varie gradazioni del fenomeno.
■ Non bisogna usare argomentazioni integraliste.
Si mette il rigore dottrinale o morale come principio
assoluto e lo si fa corrispondere alla propria tesi. Tutte
le altre asserzioni della Scrittura su tale fenomeno, tema o
problema vengono assoggettate a tale convinzione e di
conseguenza relativizzate dialetticamente. Il motto è qui:
«Ciò che non dev’essere, non può essere». L’integralista
invece di argomentare, predica; a ciò si aggiunga che ripete
in modo ciclico sempre lo stesso concetto. Chi non la pensa
come lui, è guardato con sospetto e, per quanto possibile,
tenuto a distanza.
■ Non bisogna usare argomentazioni esegeticamente
scorrette. Fare una lista di versi che corroborano la
propria tesi, evitando di menzionare e di discutere quei
versi che affermano qualcosa di diverso, ma che spesso si
trovano nello stesso contesto, è scorretto. La
«versettologia» — un’argomentazione dottrinale basata su una
lista di versi tolti dal loro contesto storico, letterario e
culturale — non può sostituire un’argomentazione basata
sull’esegesi. Neanche le esperienze possono sostituirsi a
ciò.
■ Non bisogna usare argomentazioni con implicazioni
ingiuste dal punto di vista dottrinale, etico, culturale
e pastorale. Non bisogna mettere pesi sugli altri solo
perché ciò corrisponde alla propria sensibilità morale e
culturale (cfr. At 15,1.5), né bisogna far corrispondere
quest’ultima semplicemente a ciò che è «biblico», se nella
Bibbia non ci sono asserzioni chiare e incontrovertibili
richieste ai credenti del nuovo patto. Ad esempio, la
cultura occidentale dei cristiani non è semplicemente
«biblica», né sono semplicemente «biblici» la loro
sensibilità morale e il loro approccio dottrinale. Chi si
ritiene «forte», guardi che con la sua intransigenza non
metta un inciampo dinanzi a chi è «debole» (Rm 14). Ciò che
si afferma, dev’essere praticabile, deve costituire un aiuto
pastorale concreto e deve servire a uscire dal problema.
■ Non bisogna usare argomentazioni teologiche di
parte. Chi invoca per le proprie tesi l’autorità della
Scrittura, credendo così di dare maggiore autorità alla
proprie idee, mostra di avere un’argomentazione debole.
Sbaglia altresì chi argomenta affermando che «Dio gli ha
parlato» o che «lo Spirito Santo lo ha convinto». È
pericoloso tirare Dio dalla propria parte pur di
stare nella «ragione»! «Tagliare rettamente la Parola
della verità» (2 Tm 2,15) significa presentare tutti
gli aspetti di una questione, invece di semplificarla alla
propria tesi, per la quale ci si arroga di parlare da parte
di Dio. Quando su un certo tema ci sono posizioni differenti
tra persone legate alla Bibbia e rispettosa di essa, ciò
mostra che le semplificazioni non sono opportune al
riguardo, e chi semplifica lo fa per ideologia. In tali casi
si fa bene prima a mostrare tutti gli aspetti del problema e
poi ad argomentare per la propria tesi.
■ Non bisogna usare argomentazioni ideologiche.
Chi cita un verso per la propria tesi e non menzionare che
nello stesso contesto ci sono aspetti differenti da essa, fa
ideologia. La fa anche chi cita solo uno dei principi
generali di una questione dottrinale o morale, ed evita di
dire che ci sono al riguardo eccezioni nei casi particolari
(cfr. qui il divorzio). Chi enuncia qualcosa e trascura il
contesto, oltre a mostrare la sua incapacità di un’analisi
esegetica corretta, produce ideologia dottrinale di parte,
che è uno dei sintomi di ogni integralismo.
L’integralismo dottrinale ed etico ha anche delle
conseguenze. Esso parte dall’intransigenza, si rafforza con
la «versettologia» e con una lettura unilaterale della
Scrittura (prescindendo da una corretta esegesi), produce
sempre sistemi rigidi e ingiusti (non distinguendo la
varietà delle asserzioni o i principi generali e le relative
eccezioni) e si mostra inadatto a risolvere veramente
situazioni concrete. In contesti integralisti, ad esempio,
coloro che necessitano di aiuto pastorale, perché vittime
degli altrui soprusi (p.es. coniugi fedifraghi, adulteri o
violenti), sono spesso tenuti in un labirinto
ideologico-dottrinale da parte di chi, così insegnando, si
appella al riguardo alla «volontà di Dio». In molte
situazioni, si costringe le vittime a vivere nella
disperazione, sebbene i loro carnefici (i loro coniugi) non
hanno nessuna intenzione di mutare mentalità e
comportamento.
L’antidoto migliore contro ogni integralismo
dottrinale o etico è una corretta esegesi che rispetti il
testo nel suo contesto (linguistico, letterario, storico,
culturale), lo sviluppo della rivelazione e la varietà delle
testimonianze bibliche su un dato argomento. Ciò significa,
partendo da una vasta e profonda conoscenza della Bibbia
stessa, non considerare il pensiero e le pratiche dei
cristiani occidentali semplicemente come biblici e
normativi. Chi proietta nella Bibbia il proprio pensiero, le
proprie convinzioni, le proprie pratiche morali e i propri
costumi ecclesiali, poi pretenderà di ritrovarceli. La «versettologia»
e la «teologia dell’esperienza» sono al riguardo utili
servitrici degli ideologi, ma pessime maestre di verità.
Terzo
{Tonino Mele} ▲
Riguardo al «confrontarsi per maturare» credo che Argentino
abbia fatto bene a mettere in evidenza il quadro di
riferimento di questa tematica, visto gli abusi a cui può
portare. È fin troppo facile scadere in un ipercriticismo
lesivo e poco edificante. Bisogna chiarire le finalità
positive del confronto e cercare di perseguirle, soprattutto
quando le cose ci stanno sfuggendo di mano. Del resto, il
tema è stato presentato come un confronto che abbia in se il
parametro della «maturazione». E visto il carattere
intellettuale che, tra l’altro, Nicola ha dato a questo
tema, quando parla di «nuovi slanci d’idee» e di «nuove
passioni intellettuali» credo che non siamo molto lontani
dal concetto di «dialettica», dove una tesi e un antitesi si
confrontano per raggiungere una sintesi. Lo scopo non è
quello di creare infinite tesi e antitesi, e quindi una
discordia infinita, ma l’obiettivo è quello d’arrivare a una
sintesi, dove le tesi contrapposte si fondono. Il
confronto crea l’unità, però bisogna capire bene di che
tipo di «confronto» stiamo parlando. Jacques e Claire Poujol
fanno bene a distinguere la dialettica dal conflitto. Essi
dicono: «La dialettica è una intellettualizzazione delle
contraddizioni, una visione dello spirito… in un conflitto,
le contraddizioni, lungi dall’essere risolte in una sintesi,
creano e suscitano nuovi disaccordi e così all’infinito» (J.
e C. Poujol, I conflitti [GBU, Roma 1998], p. 22). Il
conflitto poi, si tinge molto spesso d’atteggiamenti
irrazionali, dettati più dalle passioni e dai sentimenti che
dalla ragione. Il rigore logico cede il campo ai «calci di
rigore» e tutto assume il sapore della rivalsa. Viceversa,
il vero confronto, non mira alla disgregazione, ma
all’unità.
Personalmente ho sempre cercato di rispettare la
seguente etica del confronto.
■ Non fare delle tue ragioni un motivo per prevalere
sull’altro: «Tieniti attaccato alla tua idea, se sei
sicuro che sia giusta, ma senza cavalcarla fino alla morte.
Sii un dissenziente allegro ed esprimi il tuo disaccordo
cordialmente e caritatevolmente». «Se poi, sei disposto a
morire per la tua idea, non uccidere nessuno per essa». «Se
infine, nessuno t’ascolta, non morirne, ma vivi per
la tua idea».
■ Non avere la presunzione di possedere tutta la
verità: «Quando si vuol correggere utilmente qualcuno e
mostrargli che sbaglia, conviene prima osservare da quale
lato egli consideri la cosa, perché di solito da quel lato è
vera e riconoscergliene la verità, ma in pari tempo
mostrargli per quale aspetto essa è falsa» (Pascal).
■ Mira sempre a un dialogo costruttivo e personale:
«Il vero dialogo è inevitabilmente l’affrontarsi di due
personalità diverse, che hanno entrambe il loro passato, la
loro educazione, le loro concezioni di vita, i loro
pregiudizi, le loro manie e i loro difetti» (Paul Tournier).
«Nell’istante del vero dialogo, della comunione intima e
personale, è ineluttabile una presa di posizione, in un
gesto autentico e responsabile in cui la personalità si
svela» (Paul Tournier).
Comunque, non solo il confronto, ma anche il concetto
d’unità ha bisogno d’un quadro di riferimento, che è la
verità (Ef 4,15). E la verità ha bisogno anche del confronto
per essere messa in luce. Esiste poi un aspetto dinamico
dell’unità che lascia ampio margine al confronto sereno
e costruttivo. Proprio il testo d’Ef 4,1-16 lascia intendere
che l’unità non è solo un dato statico, un pacchetto
regalo che va conservato intatto nel tempo, ma è anche una
meta, un punto d’arrivo, un qualcosa che è di là da venire.
Paolo parla d’unità dello Spirito che va
conservata (v. 3), ma poi parla anche d’unità della
fede a cui tutti dobbiamo giungere (v.
13). Ed è in quest’aspetto dinamico che s’inseriscono le
altre metafore dell’edificio che s’edifica (vv.
12.16) e del corpo che si sviluppa (v. 16). La
costruzione d’un edificio e la maturazione d’un corpo
richiamano, tra l’altro, alla mente anche la fatica, le
contraddizioni e la sofferenza tipica del cambiamento e
dello sviluppo. Anche per questo, il confronto vero, non
solo intellettuale, ma pure spirituale, può avere un suo
efficace ruolo. Infine, fa parte di questo processo, la
varietà dei doni spirituali (vv. 7-11), che, appunto
per la loro diversità possono generare quel confronto
salutare di cui stiamo parlando.
Ben venga dunque un confronto sereno e costruttivo, che
metta in campo doni e sensibilità diverse, se il punto
d’approdo è la maturazione del corpo di Cristo.
Quarto
{Nicola Martella} ▲
Apprezzo il saggio contributo di Tonino Mele. Posso
sottoscrivere pressoché tutto. È evidente che egli non
aveva ancora letto il mio ultimo contributo, quando scrisse il
suo, non facendovi per nulla riferimento. Faccio
presente che non posso riconoscermi nella
seguente frase: «E visto il carattere intellettuale
che, tra l’altro, Nicola ha dato a questo tema, quando
parla di "nuovi slanci d’idee" e di "nuove passioni
intellettuali" credo che non siamo molto lontani dal
concetto di "dialettica", dove una tesi e un antitesi si
confrontano per raggiungere una sintesi».
Rileggiamo l'intera frase:
«In genere molti
cristiani sono troppo distratti dalle vicende della vita
e vivono spesso nell'apatia del tran-tran quotidiano,
per essere scossi a nuovi slanci d'idee e a nuove
passioni intellettuali». Essa è la frase d'esordio del
tema e quindi non è di per sé una tesi. Non intende
esprimere una «(infinita) dialettica senza verità», ma
solo in modo introduttivo una constatazione di uno stato
di cose generale (apatia del tran-tran quotidiano) che
impedisce spesso di volare alto (nuovi slanci d'idee,
nuove passioni intellettuali). Attribuire a tale frase
di più mi pare dubbio, se non capzioso. Per uscire da
tale specie di «letargo» spirituale e intellettuale, c'è
spesso bisogno di una buona dose di provocazione,
ossia di uno stimolo forte che faccia scuotere e
richiami alla propria vocazione di sentinella.
Il confronto delle idee è necessario
alla maturazione di tutti i partecipanti e comunque
utile. Le «barricate», dietro cui trincerarsi, e le «torri d'avorio»,
in cui rifugiarsi solitario, non hanno
mai giovato alla ricerca della verità. Lo scopo è
appunto la ricerca della verità e non un conflitto
perenne né una dialettica che relativizzi tutto.
Il fine del dialogo non è arrivare a
un'artificiosa «sintesi», che chiamerei «omologazione
delle idee» (o addirittura «yogurtizzazione delle
opinioni»), ma «l'unità»: essa è possibile da raggiungere
solo laddove si comprende e si accetta la diversità dell'altro
(cfr. Rm 14).
Per il resto Tonino dice cose sagge e
sottoscrivibili.
Quinto
{Tonino Mele} ▲
Capisco la precisazione di Nicola e, come direbbe Pascal,
«dal lato in cui egli considera la cosa, essa è vera». Ha
ragione nel prendere le distanze da una «dialettica che
relativizza tutto», da una «sintesi artificiosa», che
«omologa le idee» e «yogurtizza le opinioni». Comunque, non
liquiderei troppo in fretta il «metodo dialettico». Mi rendo
conto delle sovrastrutture ideologiche che sono state
costruite su questo metodo (hegelismo, razionalismo,
marxismo). Credo però che bisogna distinguere il metodo
dal sistema ideologico. I «sistemi dialettici» hanno
portato a «visioni del mondo» che hanno relativizzato la
verità e dato troppa importanza alla ragione. Non possiamo
certo accettare un sistema che relativizza ogni assoluto ed
estromette Dio dalla realtà (razionalismo) e dalla storia
(marxismo). Il metodo dialettico è invece un modo di
ragionare che nel nostro caso può tornare utile proprio alla
ricerca della verità.
Ricordiamo da dove siamo partiti. Non stiamo parlando
di verità assolute, chiare ed evidenti dalla Rivelazione, ma
di verità in chiaroscuro, verità da mettere in luce,
rappresentazioni della verità, opinioni intorno alla verità,
che tendono a dividere e frammentare il corpo di Cristo.
Mentre per le verità evidenti s’addice più la categoria
della non contraddizione, dove una tesi non può
essere vera allo stesso modo e allo stesso tempo della sua
tesi contraria, per le verità meno evidenti, dove non è
certo il limite tra la loro essenza e la nostra
rappresentazione d’essa, per queste «verità», credo che
s’addica più la categoria della contraddizione, dove,
tesi contrapposte (tesi e antitesi) si fronteggiano, per
arrivare alla verità (sintesi).
Per quest’ultimo caso, vale il metodo del confronto,
in quanto, la verità non è possesso esclusivo di nessuno, ma
va ricercata. Per il primo caso, invece, dovrebbe valere
soprattutto il metodo dell’annuncio, in quanto, la
verità è data e va solo comunicata. Qui è giusto predicare,
essere autorevoli e se vogliamo, integralisti. Nell’ambito
del confronto, invece bisogna fare un passo indietro, non
arrogarci un’autorità che non ci è data, ma argomentare
umilmente e serenamente la nostra tesi ed esser in pari
tempo propensi ad ascoltare le ragioni altrui. «Con stima e
rispetto» uso dire io. Un vero confronto non produrrà
mai una «sintesi artificiosa», ma una verità, che tiene
conto dei suoi vari aspetti (spesso contrapposti) e infine
l’unità. Non una verità di ripiego, una verità sacrificata
sull’altare dell’unità (quale poi non si sa), ma una verità
per intero, senza compromessi e infingimenti. Del resto, un
altro modo per definire la sintesi è quello di «unità degli
opposti», dove questi, anziché omologarsi, non cessano
d’essere tali, ma trovano il modo di stare insieme. Tra
l’altro, mi pare che sia questo il modo di maturare
insieme, lasciandosi alle spalle ogni atteggiamento di
parte.
Per il resto, mi riconosco in quanto Nicola dice sulla
correttezza del confronto. Non bisogna bluffare ne sotto
l’aspetto esegetico, ne in altro modo. Questo modo di fare,
non solo ci allontana dalla verità, ma non giova a nessuno,
perché non porta a nessuna maturazione, radicalizza le
posizioni e acuisce la disgregazione del corpo di Cristo.
Sesto
{Nicola Martella} ▲
Di là dalle divergenze d'opinione su questo o quel
filone tematico, quando i cristiani discutono, hanno
tanto in comune. Spesso si confrontano su un particolare
e dimenticano il vasto orizzonte; si concentrano su
qualche «osso duro», su cui si consumano i denti, e
trascurano la «polpa»! In ogni modo, penso che il fatto
di poter discutere anche con veemenza d'argomenti, ma
pur sempre con rispetto, sia un fatto molto positivo per
chi discute e per chi ci legge. Poi nelle discussioni
dei cristiani non ci devono essere per forza vincitori e
vinti, ma libertà di porre i propri convincimenti sulla
base della Bibbia, di discuterli con l'altro, di
confrontarsi e, se necessario, di modificare alcune
cose. Quando si discute accesamente, si pensa che
l'altro sia agli antipodi rispetto alle proprie
opinioni, ma spesso non è così. Le cose in comune sono
maggiori di quelle in cui divergono; non bisogna mai
dimenticare le proporzioni né invertire la piramide. Si
può avere un'altra opinione o un altro convincimento, ma
non sempre si è agli antipodi rispetto all'altro. Anzi,
discutendo insieme si "rischia" di assomigliare sempre
più all'altro.
Settimo
{ } ▲
Ottavo
{ } ▲
Nono
{ } ▲
Decimo
{ } ▲
Undicesimo
{ }
▲
Dodicesimo
{ } ▲
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-Confrontarsi_maturare_UnV.htm
02-03-07;
Aggiornamento:
23-06-07
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