Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando i vostri contributi al Webmaster
(E-mail)
Attenzione! Non si
accettano contributi anonimi o con nickname, ma solo quelli firmati con nome e
cognome! In casi particolari e delicati il gestore del sito può dare uno
pseudonimo, se richiesto.
I
contributi sul tema
▲
(I contributi rispecchiano le opinioni
personali degli autori.
I contributi attivi hanno uno
sfondo
bianco)
Clicca sul lemma
desiderato per raggiungere la rubrica sottostante
1.
{Carlo Neri} ▲
Ciao Nicola, sono Carlo, ti scrivo da Modena per proporre a
te ma anche ad altri fratelli, che spero vogliano
intervenire, un tema che nel nostro ambiente non viene
normalmente trattato, se non per ribadire l’interpretazione
classica che ne viene data e sulla quale io però nutro più
d’una perplessità.
Si tratta del tema riguardante le caratteristiche che
devono avere gli anziani che conducono una chiesa, in
particolare per quanto riguarda l’aspetto dell’età che
dovrebbe essere diciamo, adeguata, e sopratutto all’essere
sposati con figli abbastanza cresciuti in modo da permettere
di valutare la capacità del fratello di governare, criteri
che, se presenti nel fratello candidato all’ufficio
d’anziano, darebbero senz’altro una ottima garanzia alla
conduzione della chiesa.
L’interpretazione classica ci dice che entrambe queste
caratteristiche sono indispensabili e la loro presenza è
indispensabile, questo sopratutto in base al fatto che nel
brano in cui l’apostolo Paolo indica le caratteristiche
richieste per chi dovrà svolgere quest’ufficio (1 Tim 3,2)
prima di farne l’elenco usa la parola «bisogna»: «Bisogna
dunque che il vescovo sia irreprensibile...».
Questo imperativo sembra sbarrare la strada a qualsiasi
dubbio, anch’io infatti in passato, non dubitavo di
quest’interpretazione, preciso che io stesso sono anziano e
ho entrambe questa caratteristiche non è perciò un problema
che tocca me personalmente ma riguardo a questa lettura ho,
come dicevo prima, alcune perplessità.
Una prima perplessità riguarda il fatto che
interpretando letteralmente il brano citato, sembra di
vedere una contraddizione nel comportamento dell’apostolo
che l’ha scritto, siccome fra i suoi più stretti
collaboratori aveva scelto fratelli giovani e non sposati
come Timoteo e Tito.
Un’altro problema riguarda il fatto che, sempre in
questo brano, si legge che i diaconi debbano avere le
medesime caratteristiche degli anziani (?): «Similmente»
[«parimenti» o «allo stesso modo» (a secondo delle
traduzioni)[ i diaconi siano...». In Atti 6,
però, dove si parla della istituzione dei diaconi,
le caratteristiche richieste dai dodici non s’accenna al
fatto che debbano avere una certa età né tantomeno al fatto
che debbano essere sposati con figli.
Altro problema riguarda il termine usato per indicare i
fratelli chiamati a svolgere l’ufficio d’anziani; sappiamo
che la figura degli anziani nella società ebraica antica era
riferita a persone letteralmente anziane d’età, anzi
probabilmente nominate proprio in virtù del loro diritto
d’anzianità per governare le case patriarcali, questa figura
viene spesso trasportata nella realtà della chiesa, al tempo
della chiesa nascente però non viene usato solo il termine
«anziano» per indicare quella funzione ma anche «vescovo» o
«conduttore», forse per significare che non era
indispensabile il fattore dell’età?
Ultimo appunto che faccio riguarda l’insegnamento che
troviamo in Esodo 18, nel quale Jetro, suocero di
Mosè, sottopone a Mosè e all’Eterno il consiglio che poi
verrà accettato, di mettere come capi (di migliaia, di
centinaia...) degli uomini che abbiano alcune
caratteristiche morali e spirituali fra le quali ancora una
volta non sono presenti né quella d’avere un’età avanzata e
né quelle d’essere sposati con figli.
Oltre ai problemi d’interpretazione che ho citato
prima, mi domando un’altra cosa: com’è possibile che nelle
chiese del periodo apostolico, chiese che probabilmente
erano spesso di dimensioni familiari, composte forse da una
o due decine di membri, si potessero trovare facilmente
fratelli con entrambe quelle caratteristiche, oltre alle
altre citate da Paolo, non era più probabile che
quell’elenco volesse essere inteso piuttosto come una forte
esortazione, un obbiettivo a cui tendere il più possibile
tenendo comunque presente che la necessità principale delle
chiese era di dover essere in ogni caso governate da una
autorità, gli anziani appunto, nei quali dovevano essere
presenti sopratutto le caratteristiche morali e spirituali
citate anche nei brani che ho indicato prima (At 6,3; Es
18,21)? {2007}
2.
{Nicola Martella} ▲
Qui di seguito non risponderò a tutti i quesiti posti da
Carlo Neri, ma mi dedicherò solo ad alcuni aspetti
particolari. Confido che altri fratelli interverranno e
daranno il loro contributo.
Il problema
In alcune chiese si escludono dal diaconato e dall’anzianato
fratelli non sposati, pur avendo essi i prerequisiti
essenziali, con la seguente motivazione: essi devono essere
assolutamente sposati e devono avere dei figli.
Ci si può immaginare la sofferenza di uomini dedicati
completamente al Signore e alla sua opera, che ricevono un
tale impedimento da parte di altri fratelli a essere
riconosciuti come conduttori di una chiesa e a esercitare un
ministero di conduzione, solo perché rientrano in queste
categorie:
■ Sono celibi per scelta di vita o per necessità (non
trovano ancora la compagna giusta; la situazione economica
non permette loro di sposarsi).
■ Sono diventati vedovi.
■ Sono singoli perché divorziati prima di convertirsi o
abbandonati dalla moglie prima o dopo la conversione.
■ Sono sposati ma non possono aver figli per
disfunzioni biologiche o fisiologiche della relativa moglie
o propria.
L’argomentazione
Tralasciamo i casi in cui le argomentazioni restrittive
sono usate in modo strumentale, per escludere alcuni fratelli
perché ritenuti «scomodi» per altri aspetti.
L’argomentazione si basa su una lettura «iper-letterale» di
alcuni brani chiave del NT. Eccoli qui di seguito:
■ «Bisogna dunque che il conduttore sia
irreprensibile, marito di una sola moglie […] che governi
bene la propria famiglia e tenga i figli in sottomissione e
in tutta riverenza (che se uno non sa governare la propria
famiglia, come potrà aver cura dell’assemblea di Dio?)»
(1 Tm 3,2.4s).
■ «Per questa ragione t’ho lasciato in Creta: perché
tu dia ordine alle cose che rimangono a fare e costituisca
degli anziani per ogni città, come t’ho ordinato; quando si
trovi chi sia irreprensibile, marito d’una sola moglie,
avente figli fedeli, che non siano accusati di dissolutezza
né insubordinati. Poiché il conduttore bisogna che sia
irreprensibile…» (Tt 1,5ss).
Il problema nasce laddove si prescinde dal contesto
culturale in cui ciò fu detto e dall’intento effettivo
dell’autore. Le questioni vengono portate senza alcuna
distinzione nel contesto attuale e riempite con un altro
significato. Ecco alcuni punti che bisogna tener presente
per capire i brani in questione.
■ Paolo non raccomandò che il conduttore fosse «marito
di una moglie», ossia sposato. Egli intendeva che, se fosse
sposato, lo fosse di una sola moglie. Infatti, a quel
tempo vigeva la poligamia. Chi ne aveva le facoltà, si
poteva sposare più di una moglie. Le donne fatte bottino di
guerra, erano vendute al mercato e chi le comprava ne faceva
o schiave o concubine. Diverse di queste persone poligame si
convertivano con la loro intera famiglia al Signore. La
limitazione non era intesa in senso morale (essendo tali
donne sposate secondo la legge), ma pratico: le donne erano
continuamente incinte e (se il loro apparato riproduttivo
non si ammalava) mettevano al mondo almeno una decina di
figli ciascuna. Ciò raddoppiava con una seconda moglie o concubina, e
così via. Tali persone erano già impegnate abbastanza a
sfamare, crescere ed educare la loro «tribù» per poter avere
ancora tempo per curare gli altri credenti.
■ Paolo raccomandò che un uomo fosse un buon
capofamiglia e padre, capace di dirigere la propria
famiglia. Questa regola valeva certamente nel caso in cui un
uomo avesse figli. I figli sono un dono del Signore, ma la
sterilità poteva impedire ciò, o come disse Sara: «L’Eterno
m’ha fatta sterile» (Gn 16,2; ella indusse perciò suo
marito a diventare poligamo; cfr. 1 Sm 1,5s). Nell’antichità
la poligamia era dovuta proprio al fatto che una donna
poteva essere o diventare sterile, mettendo così a rischio
la sopravvivenza di una famiglia (non c’era la previdenza
sociale).
Sarebbe stato ingiusto punire doppiamente un fratello
che era sterile o aveva una moglie sterile.
■ A ciò si aggiunga che le sciagure della vita
(guerre, epidemie, disgrazie,
persecuzioni e quant’altro) potevano mettere fine a un
matrimonio (vedovanza) o a una famiglia (cfr. Gb 1,18s; cfr.
1 Sm 4,17ss; 31,7s; Gr 14,16; Mt 2,16ss). Si vuole punire
anche qui doppiamente una persona?
■ I due brani sono quindi da intendere così: «Se il
conduttore è sposato, non dev’essere poligamo; se è sposato
e ha figli, deve governare bene per prima cosa la propria
famiglia». Non si trattava quindi di una discriminazione
verso i celibi né verso i vedovi né verso chi non aveva
(più) figli.
La questione del celibato
Tralasciamo qui gli aspetti che derivano da una
reazione culturale rivestita di dottrina quale
contrapposizione al celibato imposto ai chierici. È
singolare come si voglia escludere dalla conduzione fratelli
capaci, solo perché sono singoli (celibi o vedovi). E tutto
ciò viene attribuito alla parola di Paolo. Questo è
singolare, visto che il missionario Paolo e diversi della
sua squadra missionaria (Timoteo, Tito) erano celibi per
quanto noi sappiamo. Così era pure Barnaba. In uno sfogo
verso i Corinzi, Paolo disse: «Non abbiamo
noi il diritto
di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede,
così come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del
Signore e Cefa? O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il
diritto di non lavorare?» (1 Cor 6,5s). Come si vede,
l’apostolo usò il plurale «noi».
Si tenga presente che nell’allora ecclesiologia (ma ciò
avviene anche oggigiorno dove un missionario fonda nuove
chiese), era il missionario (= apostolo) a costituire
anziani e conduttori nelle chiese fondate. Paolo aveva
lasciato il suo collaboratore Tito in Creta per «perché
tu dia ordine
alle cose che rimangono a fare e
costituisca
degli anziani per ogni città» (Tt 1,5). Erano essi a
eleggere degli anziani per ciascuna chiesa, indicando chi
fossero degni e capaci; il testo è da tradurre così: «E
quando essi [= Paolo e Barnaba] ebbero eletto loro [= ai
credenti] degli anziani in ogni chiesa, pregarono con
digiuno e li raccomandarono al Signore, in cui erano
diventati credenti» (At 14,23). Sarebbe stato proprio
strano che i missionari potevano essere celibi, ma non i
conduttori che erano da loro eletti!
A ciò si aggiunga una contraddizione fra le tesi che
escludono dalla conduzione i singoli (celibi e vedovi) e le
richieste fatte da Paolo in 1 Corinzi 7 a proposito del celibato
degli uomini. Egli afferma, ad esempio: «Vorrei che tutte
le persone fossero come sono io […] Ai celibi e alle vedove,
però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto
anch’io […] In ciò che ognuno fu chiamato, fratelli, in
questo rimanga dinanzi a Dio […] per una persona in genere è
bene di starsene così [ossia vergini] […] Chi non è
ammogliato ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe
piacere al Signore […] Or questo dico per l’utile vostro
proprio; non per tendervi un laccio, ma in vista di ciò che
è decoroso e affinché possiate consacrarvi al Signore senza
distrazione» (1 Cor 7,7s.24.26.32.35). Tutto il discorso
che Paolo fece poi anche sulle nubili, poteva valere anche
per i celibi. Paolo ammise che ognuno aveva al riguardo un
«carisma» e concesse che fosse meglio sposarsi che bruciare
(vv. 7.9). È chiaro che non poteva suggerire con grande
enfasi che tutti i maschi rimanessero celibi come lui, per
così dedicarsi più efficacemente all’opera del Signore
(senza distrazioni coniugali e familiari), e poi pretendere
che i conduttori delle chiese locali fossero tutti sposati! È una
contraddizione logica e dottrinale.
È chiaro che bisogna leggere 1 Timoteo 3 e Tito 1 alla luce di
1 Corinzi 7. I missionari e le loro squadre erano esempi di
etica e di condotta per i conduttori, che essi eleggevano e
riconoscevano nelle comunità. Paolo raccomandò a Timoteo,
suo collaboratore nella missione: «Fuggi gli appetiti
giovanili» (2 Tm 2,22); l’espressione «voglie giovanili»
descriveva qui lo stato del celibe, indipendentemente dalla
sua età, in cui poteva trovarsi in modo ricorrente: non era
probabilmente sempre facile per lui gestire senza sofferenza
gli aspetti sessuali e affettivi, ma ciò era possibile. Ciò
non gli impediva di insegnare, d’esortare e di riprendere
nelle chiese fondate (1 Tm 4,11; 6,2; 2 Tm 4,2; cfr. Tt
2,6.9.15; cfr. 1 Cor 16,10s).
Timoteo non doveva essere più tanto giovane al momento
delle due epistole tramandateci, visto che furono composte
con molta probabilità dopo la prigionia di Paolo a Roma. Nonostante ciò, gli disse: «Nessuno sprezzi la tua
giovinezza; ma sii d’esempio ai credenti, nel parlare, nella
condotta, nell’amore, nella fede, nella castità» (1 Tm
4,12). Il termine «giovinezza» descriveva verosimilmente il
suo stato di «verginità» e quindi di celibato.
Un celibe poteva quindi non solo essere missionario e
insediare anziani nelle chiese fondate, ma poteva essere anche un
esempio di castità nel celibato. Sebbene celibe,
poteva esortare «l’uomo anziano… come un padre; i
giovani, come fratelli; le donne anziane, come madri;
le giovani, come
sorelle, con ogni castità» (1 Tm 5,1s). Il
celibato di un cristiano non era allora quindi un
impedimento a diventare ed essere missionario. Perché
dovrebbe esserlo per diventare conduttore di una chiesa
locale? {2007}
3.
{Abele Aureli} ▲
Nota della redazione: L’autore parla
qui di seguito in modo ricorrente di «apostoli». Come lui stesso però spiega,
intende i singoli missionari fondatori di chiese locali.
Oggigiorno «l’apostolo» (dal greco apostolos «mandato
con un incarico» [ossia da una chiesa in missione])
corrisponde al «missionario fondatore» che è mandato
da una o più chiese per fondare altrove altre chiese e
opere. Ogni apostolo o missionario, dopo aver fondato una
nuova chiesa locale, elegge dei «conduttori» in essa e li fa
riconoscere dalla comunità, mantenendo su di essa una certa
«paternità» spirituale, sia che resti in loco, sia che si
trasferisca altrove per proseguire la sua opera. Ora segue
il contributo di Abele Aureli.
Secondo ciò che leggiamo nelle Sacre Scritture e sopratutto
nelle lettere apostoliche, la questione non dovrebbe porsi
perché se i «ministri» come Paolo, Pietro, Giacomo,
Giovanni, e altre colonne della Chiesa sono chiamati
direttamente da Cristo (vedi Efesini 4), tutti gli altri che
vengono scelti, oppure posti nelle chiese dai suddetti
apostoli o ministri, in base ai loro requisiti (1 Tim 3),
sono subalterni e sottoposti a chi li insedia in
quell’ufficio.
In Atti 20 l’apostolo Paolo manda a chiamare gli
anziani che egli, oppure Timoteo o Tito, avevano stabilito
come responsabili nelle varie chiese che essi avevano
iniziato ed essi erano sottoposti sia a Paolo che a Timoteo
e a Tito, che come vediamo sono incaricati da Paolo appunto
a scegliere degli anziani per ogni chiesa. A parte la scelta
dei sette diaconi, per i quali gli apostoli chiesero alla
chiesa di scegliersi tra i membri di chiesa che conoscevano
bene e li rispettavano, per la scelta degli anziani, le
chiese non avevano nulla da dire su chi li avrebbero dovuti
pasturare. Questa scelta era una prerogativa degli apostoli
e ministri.
Paolo raccomanda a Timoteo di non ricevere accuse
contro un «anziano», se non sulla deposizione di due o tre
testimoni. Questo per due motivi ben precisi:
■ 1) perché sono stati scelti in base alle loro qualità
e quindi chi li aveva scelti aveva fatto una scelta
ponderata, sapendo che davanti a Dio il responsabile sarebbe
stato sempre chi li aveva scelti.
■ 2) perché è sempre facile trovare in chiesa un membro
che ha da ridire sul modo di fare d’un anziano, e quindi
ogni anziano potrebbe avere dei potenziali avversari nella
chiesa.
Per quanto poi riguarda la questione dell’essere
sposati o meno e con figli d’una certa età, non la trovo per
nulla una regola biblica! Paolo a Timoteo gli dà dei
requisiti, dei quali uno dice che non deve essere «novizio»
in modo che non s’innalzi e non cada nel laccio del diavolo.
Però non credo che il fattore «tradizione, anzianità o
denominazione» debba essere un problema se l’anziano si
lascia guidare dallo Spirito Santo. Si potrà rispondermi che
purtroppo ci sono nelle chiese troppi anziani che si
lasciano guidare dalla loro età o tradizione, ma se è per
questo, sono pochissimi gli anziani che si fanno guidare
dalla propria carnalità piuttosto che dallo Spirito Santo.
Anzi, dirò di più: troppi anziani si sono auto-insediati
facendo leva sulla propria famiglia numerosa nella chiesa;
in nome della «democrazia», si sono fatti votare come
anziani, senza averne i requisiti biblici.
Secondo ciò che dice la Parola di Dio, un giovane (non
novizio), che si lascia guidare dallo Spirito Santo, è più
qualificato a fare il «conduttore» (pastore, anziano) che
non un padre di famiglia con figli adolescenti che si lascia
guidare dai propri sentimenti e carnalità.
Oltre a ciò, non credo che Paolo fosse sposato e avesse
dei figli adolescenti (a meno che non ce lo ha nascosto), ma
pare che egli non fosse solo un anziano, ma era apostolo,
profeta e dottore! Il quale credo che fosse un ministero
leggermente superiore a quello d’un anziano, se l’anziano,
come possiamo ben leggere, era da lui insediato.
Pertanto, giovane o anziano, singolo oppure sposato che
sia, l’anziano deve prima d’ogni cosa essere un «seguace di
Cristo», poi uno che sia d’esempio in ogni situazione, a
tutta la chiesa, e deve dimostrare d’essere anche sottomesso
a chi ha iniziato la chiesa (l’apostolo), il quale lo ha
messo in quell’ufficio certo che egli s’atterrà ai suoi
insegnamenti, perché l’apostolo rimane comunque responsabile
davanti a Dio per quella chiesa.
Se poi quando parliamo dei requisiti in 1 Timoteo 3,
crediamo che si stia parlando di «perfezione» in senso
assoluto, allora né tu e né io, ma neppure Paolo e Pietro,
credo che avessero questa qualità! {2007}
4.
{Nicola Martella} ▲
Qui di seguito voglio
solo aggiungere alcune note al margine, dando degli
spunti di ulteriore riflessione.
■
Che l'ecclesiologia delle diverse denominazioni
attuali si possa differenziare da quella del primo secolo,
salta all'occhio di ogni studioso. Ad esempio, la stragrande maggioranza
delle chiese locali erano «chiese in casa» (cfr. Rm 16).
■
Quanto alla conduzione, c'erano delle differenze
anche legate alla cultura d'appartenenza: le chiese
giudaiche erano più collegiali nella conduzione (almeno in
Palestina), ricalcando la struttura della sinagoga; le
chiese ellenistiche erano più monarchiche, ossia erano
guidate più da una singola persona, rispecchiando così più
la mentalità greca. Il termine «anziano» (gr. presbyteroi)
era più usato come retaggio del giudaismo e come termine
tecnico fu introdotto dai missionari giudei, mentre
«conduttore» (gr. episkopos «sorvegliante»)
rispecchiava più la percezione greca; è chiaro che i due
termini si corrispondevano. Termini oggi ricorrenti per
designare i conduttori di chiesa come «pastore»,
«reverendo» e «parroco»
(questi ultimi due sono usati specialmente all'estero), non
ricorrono mai nella Bibbia in senso tecnico; «pastore» nel
NT non è un «titolo» (o ufficio) ma un «ministero» o una «funzione» del
conduttore (oltre che del missionario e del «curatore
d'anime»).
|
Per l’approfondimento delle questioni qui poste cfr.
Nicola Martella (a cura di), «La conduzione quale chiave
dell’unità»,
Uniti nella verità, come affrontare le diversità
(Punto°A°Croce, Roma 2001), pp. 30-36.
Cfr. qui anche l'articolo «Caratteristiche di una
conduzione funzionale», pp. 37-44.
|
■
Sebbene venga sempre ripetuto, è interessante notare che in
At 6 non si parla di «diaconi». È vero che ricorre il
termine «servire», ma esso è troppo generico e altrove nel
NT viene applicato a tutti (apostoli, collaboratori degli
apostoli e conduttori). È probabile che questi «sette
uomini» siano gli stessi che in At 15 sono chiamati anziani.
Si noti che Stefano era un uomo che conosceva la Parola e
sapeva proclamarla e difendere pubblicamente la verità (At
7). Filippo era un «evangelista» (At 6,5; 21,8), un conoscitore della Parola,
un uomo capace di portarla fuori dei confini della Giudea e
di convincere
con essa i Samaritani predicando Cristo (At 8,5ss; e
contrastando Simone il mago). Egli fu in grado anche di
parlare a una
persona altolocata e istruita di convincerla riguardo alla
verità (At 8,26ss). Successivamente
si trasferì a Cesarea (At 21,8), certamente non per fare
semplicemente il «diacono», termine con cui s'intende oggi
perlopiù chi si occupa di cose piuttosto di natura pratica. È probabile che
anche i «servitori»
(gr. diakonoi) di 1 Tm 3 non erano semplicemente dei
«diaconi» nel senso corrente del termine, ma gli stretti
collaboratori del conduttore in questioni spirituali e
gestionali, con cui formavano la «squadra d'azione». La
stessa relazione c'era in una «squadra missionaria», ad
esempio tra Paolo e i suoi collaboratori (Timoteo, Tito,
Luca, ecc.). {2007}
5.
{Tullio Vallerta, ps.}
▲
■
Contributo:
Gentile sig. Martella, ho scoperto da poco il suo interessante sito web. Sono
rimasto colpito da alcune affermazioni riguardo a dottrine che si praticano da
tempo nelle nostre chiese (chiese di Cristo).
Come lei saprà
nelle nostre chiese l’anziano deve essere per forza sposato e avere figli. Devo
dire che la sua interpretazione biblica sul tema non mi convince del tutto e
volevo sapere se poteva approfondire o indicarmi una pubblicazione (sua o
d’altri) che tratti il tema in maniera approfondita. Per sua comodità le invio
quanto si
insegna nelle nostre chiese: «La
prima cosa che balza agli occhi di chiunque legga il testo della 1 Timoteo è la
necessità d’impiegare uomini sposati. Anzi, non soltanto sposati, ma che abbiano
una famiglia. La famiglia, infatti, rappresenta la credenziale più importante
riguardo alle sue capacità direttive. Se un uomo ha saputo dimostrare la propria
capacità d’educare in senso ottimale la famiglia, tale prova è evidente agli
occhi di tutti, quando dai risultati traspare la deferenza e il rispetto da
parte dei figli ed egli sarà anche predisposto ad assumere la dirigenza d’una
comunità (sempre insieme ad altri che abbiano analoghe capacità)». Mi faccia
sapere. Grazie… {15 marzo 2009}
▬
Risposta:
Alle questioni specifiche, poste dal lettore, le ho risposte già sopra [►
2.]; evito
perciò di ripetermi. Le mie esperienze fatte con un «chiesa di Cristo» e con
credenti di questa particolare denominazione, sono queste: ho incontrato anziani
e responsabili che non avevano né una moglie né figli credenti eppure
esercitavano il loro ministero. Quindi una deferenza e un rispetto da parte dei
figli non potevano essere verificati. Posso immaginarmi che anche nella «chiesa
di Cristo» esistano fratelli che sono anziani, che continuano a esercitare tale
ministero anche dopo essere rimasti vedovi. Inoltre, sarebbe una gran bella
contraddizione se in 1 Cor 7 Paolo richiedesse ai maschi di rimanere celibi come
lui, ma in 1 Tm 3 e Tt 1 limitasse la conduzione ai soli sposati. Non pochi suoi
collaboratori (p.es. Barnaba, Timoteo, Tito) erano celibi eppure guidarono
chiese. L’accento stava invece sul fatto che nel caso l’aspirante alla
conduzione fosse sposato, fosse monogamo; a quel tempo c’era la poligamia come
legittima opzione (la gente si convertiva dal paganesimo). Come ho affermato
sopra, i figli non erano scontati, sia perché la sterilità era ricorrente, sia
perché anche la mortalità infantile era alta. Quindi tali brani non escludevano
il celibato (1 Cor 7; 9,5); ma nel caso un conduttore fosse stato sposato,
dovevano verificarsi quei prerequisiti descritti. Per i dettagli si veda sopra. {Nicola Martella}
6.
{Tullio Vallerta, ps.}
▲
■
Contributo:
Caro fratello, grazie per avermi risposto. Purtroppo la risposta non ha risolto
i miei dubbi. Per esempio Barnaba: dove è scritto che era «anziano»?
Inoltre, essendo scritto «uomo d’una sola donna» come si sarebbe scritto
«uomo sposato»? Grazie ancora. Scusami per il disturbo ma ho capito che hai una
profonda conoscenza biblica. Puoi indicarmi a chi rivolgermi per avere una
risposta approfondita (capisco che tu sei impegnato e non vorrei toglierti del
tempo prezioso). {18 marzo 2009}
▬
Risposta: Barnaba fu mandato dalla chiesa di
Gerusalemme per guidare la chiesa di Antiochia (At 11,22ss). Egli associò a sé
Saulo da Tarso e insieme ammaestrarono i credenti (vv. 25s). Essi fecero
sviluppare altri ministeri, talché a un certo punto erano cinque guide
nella chiesa (At 13,1). Ciò permise loro di lasciare la chiesa per un compito
particolare momentaneo (At 11,29s; 12,25). L’aver organizzato tale colletta
particolare e l’averla portata a Gerusalemme, fece sì che essi tornarono con una
visione nuova per le chiese in genere e per la missione. Infatti presto
Barnaba e Saulo andarono in missione.
Paolo, parlando di sé e di Barnaba, affermò: «Non abbiamo noi il
diritto di condurre attorno con noi
una moglie, sorella in fede, così come fanno anche
gli altri apostoli e i fratelli del
Signore e Cefa?» (1 Cor 9,5). Barnaba e Paolo, sebbene fossero celibi,
non solo poterono essere conduttori e insegnanti di chiesa, ma poi
divennero missionari fondatori (apostoli), ossia coloro che insediarono
altri nel ministero di conduzione. 1 Timoteo 3 e Tito 1 sono da leggere alla
luce di tali fatti. Barnaba e Paolo mostrano che era possibile essere celibi e
conduttori di chiesa. Tanto più che Paolo consigliò ai credenti di rimanere
nella condizione, in cui si trovava al momento della conversione (1 Cor
7,17.24), e ai maschi consigliò: «Io vorrei che tutti gli uomini fossero
come sono io» (vv. 7s).
Ho già spiegato che «uomo d’una sola donna» (così nell’originale)
riguardava i conduttori nel caso fossero sposati e non intendeva solo «uomo
sposato», ma «uomo monogamo» (allora si convertivano persone poligame).
Come si vede qui ci vuole realismo e non ideologia. Bisogna vedere
le cose non con gli occhi di una denominazione particolare o della convenzione,
ma immedesimandosi nella vera realtà di quei tempi. Che tipo di
risposta approfondita
vuoi ancora? Io non saprei chi possa dartela. {Nicola Martella}
7.
{Tullio Vallerta, ps.}
▲
■
Contributo: Grazie per la tua risposta. Chiarisce meglio alcuni
aspetti. Sto prendendo atto della realtà iper-letteralista, come l’hai chiamata
tu, e vedo che la Bibbia deve essere letta tutta. Ora non voglio
prenderti altro tempo (ma come fai a gestire tutte queste informazioni?) e ti
dico cosa mi è stato risposto: Apostolo non è Anziano. Sono due cose differenti
e l’unico Apostolo che si dice anche Anziano, Pietro, è dimostrato che era
sposato (guarigione della suocera nel libro degli Atti) e pertanto non possono
essere portati ad esempio Paolo e Barnaba. Grazie per non aver cestinato questa
mia richiesta. Ricambio le tue benedizioni. {21 marzo 2009}
▬
Risposta: A proposito degli interlocutori a cui il lettore
ha riferito le mie risposte, mi viene in mente un detto: «Non c’è maggior sordo
di chi non vuole ascoltare». Chissà perché Paolo e Barnaba non possono essere
portati ad esempio!? Essi erano le guide della chiesa di Antiochia,
quindi conduttori; per questo furono chiamati «proclamatori e insegnanti»
insieme ad altri tre fratelli (At 13,1). Solo quando furono mandati
successivamente in missione, divennero «apostoli» (lett. «mandati»),
ossia missionari (vv. 3ss). Il primo brano, in cui Paolo e Barnaba furono
chiamati «apostoli» fu Atti 14,4s.14; questo è anche l’unico brano in questo
libro.
Inoltre qui si applica il principio logico «dal maggiore al minore».
Gli apostoli quali «missionari fondatori» erano gli unici conduttori delle
chiese che fondavano fino a quando non eleggevano a tale ufficio dei fratelli
locali e non andavano oltre (At 14,23s). Questo è ricorrente anche
nell’esperienza mia e di altri che hanno fondato chiese. Paolo risedette in
certi luoghi anche per uno o più anni (At 11,26; 20,31). Se perciò i missionari
fondatori (apostoli) potevano essere celibi, quanto più valeva ciò per coloro
che essi eleggevano come anziani! Tanto più che Paolo invitava i fratelli a
rimanere celibi come lui per servire meglio il Signore (1 Cor 7,7s) e in
vista della persecuzione che ci sarebbe stata.
Quanto a Pietro, che si titolo come presbitero fra i presbiteri (1
Pt 5,1), qui il contesto non parla di matrimonio. Se però si vuole colare
moscerini e inghiottire cammelli, faccio presente che anche Gesù fu
chiamato da lui Pastore ed Episcopo (= sorvegliante; 1 Pt 2,25), lo stesso
titolo con cui erano designati i conduttori di chiesa (1 Tm 3,1s; Tt 1,7); e
notoriamente Gesù non era sposato. Come si vede, gli argomenti ideologici e
pretestuosi non fanno molta strada. La storia delle chiese dei primi due
secoli (per non andare troppo lontano) ci mostra il fatto che c’erano anche
chiese guidate da episcopi celibi; nessuno si scandalizzò o pose neppure
lontanamente la questione. {Nicola Martella}
8.
{Pino Catanese, ps.}
▲
Nota della redazione: Sebbene a questa questione abbiamo già risposto,
sia io sia altri, riporto le richieste di questo lettore col solo scopo di
mostrare quanto siano diffuse certi convincimenti e come essi siano fonte di
confusione, diverbi, sofferenze e prostrazione.
Caro fratello Nicola, pace a te. Ti ringrazio ancora per il materiale che tu
metti a disposizione gratuitamente online per tutti coloro che hanno sete e fame
di conoscere la verità delle Scritture. Avrei una domanda da farti perché
ultimamente su questo argomento non ci sto più capendo niente: c’è chi dice una
cosa, chi un’altra... Può un fratello celibe, quindi non sposato,
accedere alla carica pastorale e al ministero della Parola? Se un fratello è
voluto dalla chiesa, perché riconosce in lui un ministero, può questo requisito
essere di ostacolo alla sua elezione? Dico questo perché alcuni usano la
Parola di Dio per dire che, anche se si vede una genuina chiamata in qualcuno,
se non è sposato, deve essergli preclusa la possibilità di accedervi.
Ora, che io sappia, sia Paolo che Barnaba non erano sposati. E lo
stesso Paolo afferma nelle sue epistole che a volte, per servire meglio Dio, è
utile anche non sposarsi; tuttavia, se si arde, ci si sposi. Vorrei che mi si
spiegasse con la Scrittura tutti i punti, in modo che sia chiaro quello che è la
volontà di Dio; in tal modo, io potrò poi cercare di spiegarlo a chi
vuole veramente sapere come stanno le cose. Analizza, se puoi, tutti quei punti
più ostici, di cui si parla nelle epistole a Timoteo e a Tito. Grazie mille.
Spero mi risponderai presto, fratello. Che Dio continui a benedirti e usarti per
la sua lode. Pace. {29 settembre 2009}
9.
{Stefano Frascaro}
▲
Caro fratello, è una disamina interessantissima questa che hai fatto e, come al
solito, ne farò tesoro. Se non vado errato, il tutto è stato vagliato
(giustamente) solo attraverso il «colino» della Parola di Dio. Ma non voglio
dimenticarmi però che tutto ciò che è stato scritto, è stato scritto per gli
uomini e per il loro ammaestramento.
È indiscutibile tutto ciò che tu affermi sul ruolo e la «virtù» che deve
avere un conduttore, ma in cuor mio aggiungo anche altre motivazioni che ti vado
a esporre. È chiaro che gradirei una tua valutazione di quanto da me riportato.
L’apostolo categorizza un elenco di «virtù» che deve avere un conduttore di
chiese; a mio parere, oltre che le ottime motivazioni che hai riportato, va però
ricordato il «gregge», a cui il conduttore fa capo è composto da uomini.
Mi spiego: io ho due figli, uno dei quali particolarmente turbolento, ora,
se dovessi rivolgermi a un anziano per un consiglio, come potrei chiederlo a uno
giovane e che non ha figli? Che esperienze potrebbe portarmi? Quali
consigli potrebbe darmi? Ciò che dice la Parola di Dio su molti argomenti, lo so
pure io, ma un padre che si rivolge a un anziano per una cura pastorale, vuole
sapere, oltre ciò che dice la Parola, anche un consiglio!
E se non è sposato, questo conduttore come potrà parlare di problemi d’una
coppia e dare consigli a essa? E se non è «abbastanza avanti in età» tu
pensi che una persona avanti con gli anni si rivolga a lui serenamente per avere
dei consigli? Potrei andare avanti con gli esempi ma mi fermo qui.
E se il conduttore è troppo giovane, non c’è pericolo di «inorgoglirsi»?
Si potrebbe obiettare che un anziano non debba essere per forza anche «curatore
d’anime», ma a mio parere un pastore che non ha questa sensibilità, è un
pastore a cui manca molto; oppure si dirà che molti giovani sono più saggi di
tanti anziani… ma ritengo che l’apostolo Paolo, quando diede le caratteristiche
che deve avere un anziano, valutò anche tutte queste situazioni.
Il mio pensiero è quindi che in mancanza di conduttori «maturi» anche in
età, ben venga un conduttore giovane, ma deve essere assolutamente un’eccezione.
{31 ottobre 2009}
10.
{Nicola Martella}
▲
Il
titolo del tema di discussione è «Conduttore solo se sposato e padre?», e non «Conduttore
solo se non più giovane?». Quanto all’età Paolo ascrive nel catalogo delle
qualità questa precondizione: «Che non sia novizio, affinché, divenuto
gonfio [d’orgoglio], non cada nella [stessa] condanna del diavolo» (1 Tm
3,6). Per «novizio» s’intende un «neofita», uno convertito da poco.
Questa non è tanto questione d’età anagrafica, ma specialmente d’età nella fede.
Nel catalogo dell’epistola a Tito ciò non ricorre neppure. Importante è che tale
conduttore sia, tra altre cose, irreprensibile e «attaccato alla fedele
Parola quale gli è stata insegnata, affinché sia capace d’esortare nella sana
dottrina e di convincere i contraddittori» (Tt 1,6.9).
Un giovane sopra i 20 anni, che è cresciuto in una famiglia di credenti
attivi e si è convertito in tenerissima età, ha più capacità di condurre una
chiesa, sebbene ancora celibe, di un quarantenne sposato convertito da 2-3 anni.
Come detto, però, in questa discussione abbiamo parlato di celibi, non di
giovani d’età. Paolo e Barnaba erano celibi, ma non più giovani; anche Timoteo e
Tito avranno avuto una certa età, quando Paolo scrisse loro.
Quando mi reco da un conduttore mi aspetto che non mi dia un consiglio che
vada «oltre ciò che dice la Parola». Chiaramente la competenza (p.es. di
un medico) non si misura con l’età, sebbene l’esperienza abbia un certo ruolo.
Paolo, che noi sappiamo, non è mai stato sposato e non ha avuto figli, ma ha
saputo dare buoni consigli a genitori e figli, a mariti e mogli.
Probabilmente Timoteo e Tito erano forse intorno alla quarantina e
Paolo li mandò a riconoscere conduttori nelle chiese fondate (cfr. Tt 1,5).
Anche loro ebbero problemi di diverso genere e alcuni li ritenevano troppo
giovani per questo o per quello. Paolo li incoraggiò ad andare avanti: «Ordina
queste cose e insegnale. Nessuno sprezzi la tua giovinezza» (1 Tm 4,11).
Paolo con loro non fece un problema d’età e di sesso riguardo ai
destinatari della loro azione, ma di stile: «Non riprendere aspramente l’uomo
anziano, ma esortalo come un padre; i giovani, come fratelli; le donne anziane,
come madri; le giovani, come sorelle, con ogni castità» (1 Tm 5,1s). Essi
potevano esporre «le cose che si convengono alla sana dottrina» ai maschi
anziani (Tt 2,2), alle donne attempate (vv. 3ss), ai giovani (v. 6), ai servi
(vv. 9s).
Paolo parlò di problemi di coppia e riteneva che anche i loro collaboratori
fossero in grado di affrontare gravi problemi di dottrina e di etica nelle
chiese; per questo li istruì e diede loro delle direttive. Egli ingiunse ai suoi
collaboratori castità e autocontrollo in questioni sessuali (1 Tm 4,12; 5,2; 2
Tm 2,22).
L’orgoglio non è legato all’età anagrafica, ma al carattere. Abbiamo
visto sopra il problema di essere neofita nella fede (1 Tm 3,6), ma ciò non
riguarda l’età anagrafica.
Come mostrano le epistole di Paolo a Timoteo e a Tito, l’apostolo diede
loro le direttive su come curare le anime, riprendere i contraddittori,
istruire nella sana dottrina e così via. «Queste cose insegna e a esse esorta»
(1 Tm 6,2). «Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi,
sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo» (2 Tm 4,2). «Insegna
queste cose, ed esorta e riprendi con ogni autorità. Nessuno ti disprezzi»
(Tt 2,15). «Ora il servitore del Signore non deve contendere, ma dev’essere
mite inverso tutti, atto a insegnare, paziente, correggendo con dolcezza quelli
che contraddicono» (2 Tm 2,24s; cfr. Tt 1,9).
Se eccezione dev’essere, allora che lo siano i «conduttori di
paglia», che non rispecchiano (più) i prerequisiti, che non hanno una mentalità
di pastori del gregge ma di mercenari, che non si curano dei membri della loro
comunità ma solo della loro immagine, che non hanno un atteggiamento morale e
casto, che non hanno una visione del regno di Dio ma solo del proprio orgoglio o
che cibano i credenti continuamente con simbolismi e blablaismi. E tutto ciò
indipendentemente dell’età dei soggetti.
Si spera che nella chiesa locale ci siano più di uno credente che
rispecchia i prerequisiti di 1 Tm 3 e Tt1, cosicché si possa costituire un
collegio di conduttori, che possano imparare gli uni dagli altri,
integrarsi, sostenersi e completarsi, e tutto ciò di là dall’età anagrafica e
dai particolari carismi.
11.
{}
▲
12.
{}
▲