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Sono da tempo convinto che 1 Corinzi 11 non parli
essenzialmente della Cena del Signore in sé, ma d’altro, ossia del fatto che la
presenza in cerimonie e banchetti in connessione con idoli crei un legame verso
le potenze che vi stanno dietro; la Cena del Signore fu usata come termine di
paragone positivo.
Un potērion
era un bicchiere, un calice, una coppa; nell'uso comune era di terracotta,
mentre solo i ricchi potevano permettersi quelli di metallo o di vetro.
Luca parlò di due calici durante l’ultima Pasqua, uno prima e uno dopo la
frazione del pane (Lc 22,17.20).
Il «calice della
benedizione» (1 Cor 10,16) era il calice su cui fu pronunciata la
benedizione, ossia il ringraziamento in preghiera, come erano uso fare gli
ebrei. Infatti si parla del «calice
della benedizione che noi benediciamo».
Si noti che Gesù «prese i sette pani, dopo aver rese grazie, li spezzò…»
(Mc 8,6); poi fece la benedizione su alcuni pochi pescetti (v. 7). Le due
espressioni si corrispondono. Anche a Pasqua «Gesù prese del pane e, fatta la
benedizione, lo ruppe…» (Mt 26,26). In tal senso si poteva anche parlare del
«pane della benedizione», sebbene il NT non riporti tale espressione.
È difficile pensare che in una chiesa di 1.000 o 2.000 persone ci sia
un solo «calice della benedizione» (1 Cor 10,16) e un «unico pane»
(v. 17), e che il culto debba durare tutta una giornata perché tutti partecipino.
Si tratta invece solo di simbolismi ideali. A volte pensiamo con orizzonti abbastanza piccoli. Inoltre diamo ai contenitori
più significato che ai contenuti.
Qui di seguito riprendiamo una discussione già affrontata [►
Calice o
bicchierini?]
e che
Tonino Mele ha riportato alla luce con
un'analisi biblica attenta e particolareggiata. [►
Calice o bicchierini?]
Che ci sia necessità di tale discussione su
calice e calicini, è mostrato dal primo contributo.
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando i vostri contributi al Webmaster
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I
contributi sul tema
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1.
{Tabita Murgo} ▲
■
Contributo:
Carissimo professore, ho bisogno del tuo aiuto! Nella nostra chiesa si sta
«discutendo» sull’uso durante il culto del calice o dei modernissimi
bicchierini! Come maggioranza pensiamo che il modo, con cui si faccia, riguardi
la forma, e ciò non tolga niente al significato di quello che stiamo facendo,
ossia ricordare!
Tu che ne pensi? È possibile (come
afferma qualcuno) che nell’uso dell’unico bicchiere si nasconda qualche
dottrina? Puoi darmi qualche chiarimento in proposito? Grazie! {05 ottobre 2009}
▬
Osservazioni:
Vedo che ho messo l'articolo di Tonino Mele
in rete
nel momento giusto per poter aiutare questa mia ex-studentessa e la sua chiesa in una discussione,
che si spera pacifica e serena. L'autore affronta anche le obiezioni fatte da
tale «qualcuno». {Nicola Martella}
2.
{Vincenzo Russillo} ▲
■
Contributo:
L’articolo redatto da Tonino Mele, mi ha fatto riflettere sulle consuetudini che
si possono instaurare in molte realtà ecclesiali, arrivando a creare un mero
formalismo, svuotato da ogni vero significato cristiano.
Ho pensato per
esempio all’altro simbolo della Santa Cena, il pane: pensando alla realtà
ebraica, questo era azzimo. Quindi ai giorni nostri dovremmo usare anche
lo stesso tipo di pane?
Credo che
l’aspetto del calice sia stato attentamente esaminato. Partendo da
considerazioni che procedono per paradosso, si potrebbe dire che un credente
possa bere dal calice senza capire il significato del sacrificio di Cristo.
Il mio pensiero è che, se ci
sofferma troppo su regole vincolate dalla prassi, s’arriva a espletare una fede
solo devozionale e troppo esteriore; non è importante come si fa, ma perché
si fa. S’arriva a essere un po’ troppo farisaici. La Santa Cena deve
divenire il monumento della morte di nostro Signore per noi, ovvero come
ci dice Paolo: «Purificatevi del vecchio lievito, per essere una nuova
pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la
nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata
immolata» (1 Corinzi 5,7). {06-10-2009}
▬
Osservazioni:
Ricordo che il «pane azzimo» è quello della
Pasqua, una festa annuale specifica nell’AT e nel giudaismo; nell’ultima cena
del Signore c’era solo quello, essendo essa una Pasqua, la sua ultima e la prima
del nuovo patto. Non a caso Paolo ci ritornò sopra, facendo riferimento alla «nuova
pasta» senza lievito e al fatto che Cristo è la «nostra Pasqua»,
ossia il nostro agnello pasquale già immolato. Per i dettagli rimando
all’articolo «Rompere
il pane: la cena del Signore?». {Nicola Martella}
3.
{Luciano Leoni} ▲
Ho apprezzato molto l'analisi sul calice e i bicchierini. Come sempre siete
riusciti ad argomentare con semplicità senza scadere nella banalità,
evidenziando come a volte si riesce a far diventare elefanti dei semplici
moscerini.
{06-10-2009}
4.
{Antonello Are} ▲
■
Contributo:
Nooo, ancora queste problematiche? Ma dai... andiamo avanti... io voglio là
intingermi il pane e faccio tutto in un boccone… :-) Quanti discorsi oziosi... e
poi ci si chiede come mai il mondo non si apre a Cristo.
{07-10-2009}
▬
Osservazioni:
È probabile che Antonello faccia qui solo delle battute e chi le fa così, è in genere uno che probabilmente è passato per una situazione simile che lo ha, per così dire, «devastato». Gli darò perciò pan per focaccia, tra il serio e il faceto, visto che di generi letterari umoristici qui in «Fede controcorrente» ne abbiamo da vendere.
Di là dal
fatto che ognuno può pensarla come vuole (ma se cristiano biblico, dovrebbe
esercitarsi a pensare biblicamente), se questo tema non rappresentasse in molte
chiese locali un serio problema, non lo affronteremmo. Se il problema c’è e cerchiamo
di dare soluzioni, non possono essere «discorsi oziosi».
Quanto al
boccone intinto, è bene fare attenzione, visto che nell’ultima Pasqua di
Gesù si parla dell’unico boccone menzionato in questi termini: «Intinto un
boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E allora, dopo
il boccone, Satana entrò in lui. Per cui Gesù gli disse: “Quel che fai, fallo
presto”» (Gv 13,26s). Bocconi intinti possono essere quindi pericolosi!
La saggezza
non sta nel negare i problemi reali, ma nell’affrontarli con equilibrio, con
sagacia, in modo salutare e con capacità di riuscire. Inoltre ricordo ciò che
Paolo disse a proposito dei giorni e dei cibi in riferimento ai deboli,
parlando ai forti: «Tu, la convinzione che hai, tienila per te stesso dinanzi
a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma colui
che sta in dubbio, se mangia è condannato, perché non mangia con convinzione; e
tutto quello che non vien da convinzione è peccato. Ora noi che siamo forti,
dobbiamo sopportare le debolezze dei
deboli e non compiacere a noi stessi. Ciascuno di noi compiaccia al
prossimo nel bene, a scopo di edificazione» (Rm 14,22s; 15,1s).
Che il
mondo non si apra a Cristo, non dipende certo da queste questioni, ma dal
fatto che in esso si ama più le tenebre che la luce (Gv 3,19; cfr. Is 5,20).
D’altra parte però il mondo non si converte non tanto per i problemi che vede
tra i credenti, ma per il modo che li affrontano, ossia per la grettezza d’animo
dei «forti» e per la loro insensibilità.
L’appello
ricorrente nel NT al pari consentimento mostra che anche allora bisognava
trovare soluzioni che rispettassero le convinzioni personali e la pace nella
chiesa locale. Inoltre il Concilio di Gerusalemme (At 15) mostra che alcune
problematiche rischiavano di spaccare la chiesa, e i fratelli cercarono la
faccia di Dio, parlarono insieme delle cose (anche accesamente), confrontarono
le opinioni e alla fine poterono dire: «…è parso bene allo Spirito Santo e a
noi…» (v. 28).
{Nicola Martella}
■ Replica 1:
Grazie Nicola, sono felice che tu abbia colto il mio senso ironico più
che la nota polemica... Ci vuole una forte intelligenza per carpire il vero
senso di certe affermazioni... Dio ti benedica.
{07-10-2009; Antonello Are}
■ Replica
2 (sunto):
Carissimo Nicola, grazie per la tua risposta. Io la risposta la intendevo come un veloce e ironico commento sull’argomento che per anni ha funestato una chiesa che ho frequentato per anni... non ho gradito tanto l’appunto su Giuda, che fai riguardo al boccone che ho menzionato solo per provocare... di certo non è mio modo di partecipare alla Cena... la tua puntualizzazioni mi è sembrata eccessiva.
{07-10-2009; Antonello Are}
▬
Risposta: Pensavo che con la prima replica fosse tutto a
posto e che il lettore avesse capito il senso faceto della mia seria risposta.
Per dirla con un'immagine, avevo intuito il commento ironico di chi è già
passato dal dentista tempo fa verso chi dal dentista deve ancora andarci.
L’appunto su Giuda era
una nota si spirito con cui ripagare la foga di chi, per sdrammatizzare (?),
affermava di intingere il «boccone» nel vino pur di risolvere il problema fra
calici e bicchierini. Non è che la proposta sia fuori luogo, ma il lettore, che
voleva brillare così di particolare arguzia, prestava proprio in ciò il fianco
per essere ripagato con la stessa moneta... diciamo 30 denari. Come recita un
proverbio: «Chi la fa, l'aspetti». In ogni modo, ho aggiunto una nota iniziale
alle mie osservazioni, così per evitare ogni «boccone amaro».
5.
{Vincenzo Russillo} ▲
Potremmo
considerare un elemento linguistico che porta a considerare l’effimera
importanza del calice come unico recipiente per il vino. Facendo un’analisi
testuale di Luca 22,17 ritroviamo: «E avendo preso un calice, rese grazie e
disse: “Prendete questo e distribuitelo [gr. diamersate da diamerizô] fra
di voi”».
Tale verbo lo
possiamo ritrovare in Matteo 27,35: «Poi, dopo averlo crocifisso,
spartirono [diemersanto da diamerizô] i suoi vestimenti, tirando a sorte».
Diamerizô
vuol dire letteralmente: 1) distribuire; 2) dividere in parti.
Potremmo ben
dedurre che i discepoli divisero non il calice ma il contenuto (il vino), ossia
lo distribuirono versandolo in diversi recipienti. {11 ottobre 2009}
6.
{Nicola Martella} ▲
È un’osservazione
opportuna e perspicace. In effetti il verbo greco diamerízein
significa «dividere in parti, spartire, separare, distribuire». Da questo
termine deriva diamerismós «divisione, spartizione» (Lc 12,51). La
particella dià (it. dis-), se unita a un verbo come affisso, ha in genere
il senso di «attraverso qualcosa, via da qualcosa, diviso da qualcosa o in due».
Il verbo diamerízein accentua in pratica l’azione del verbo merízein
«spartire, scompartire, dividere, distribuire; medio: spartirsi qualcosa,
prendere la propria parte».
Il termine
méros è la «parte», ossia il «totale» che può essere frazionato in
altre, o la parte spettante di qualcosa (globalità), quindi anche il proprio
turno, destino, sorte, autorità o incombenza. Si veda anche merís «parte,
pezzo, porzione, fazione» e merismós «divisione, scompartimento,
distribuzione, partizione».
Per
diamerízein si vedano i seguenti brani del NT (sarebbe interessante
un’analisi della Settanta, la traduzione greca dell’AT):
■ Spartire gli
indumenti di una persona fra diversi pretendenti: Mt 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34;
Gv 19,24.
■ Lc 11,17s
(regno diviso in parti, Satana è diviso contro se stesso); 12,52s (persone
divise tre contro due); 22,17 (calice: distribuitelo o fatene parte); At 2,3
(lingue come di fuoco che si dividevano); v. 45 (possessioni e beni: li
distribuivano o ne facevano parte a tutti).
Il senso del
verbo diamerízein è, quindi, negli aspetti che qui ci interessano, quello
di fare parti diverse di qualcosa per farne parte a tutti coloro che ne hanno
diritto. Nel caso del calice, non è importante il contenitore, ma che tutti ne
abbiano la loro parte del contenuto; così anche per il pane che viene
frazionato.
7.
{Gianni Siena} ▲
Sono per la
Rammemorazione con il calice: così fece Gesù e così facciamo anche noi.
Ricordo da bambino, nella chiesa di San Giovanni Rotondo (oggi: in Via Ariosto [N.d.R:
Assemblea dei Fratelli]), quando gli anziani passavano con il vassoio e
il calice tra le file di sedie a distribuire la «Cena». Naturalmente, ho pure
accettato il costume vigente nelle ADI, di chiamare davanti al pulpito i
presenti per partecipare alla Rammemorazione: il pane si spezza davanti al
credente o è già tale... ma il calice è l’oggetto irrinunciabile dal quale si
beve tutti, senza considerazioni di carattere igienico o scrupoli personali.
Al riguardo
ricordo che in casa mia mangiavamo nello stesso piattone di ferro
smaltato di porcellana ed eravamo tutti fratelli o familiari. La stessa cosa
avviene nella famiglia cristiana e se siamo «nati di nuovo», avendo lo stesso
Padre divino, nessuno deve avere ripulsa del fratello per il quale Cristo è
morto. Il rito (odio generalmente i riti) della Cena del Signore deve rimanere
così com’è (possibilmente). Esso conserva il sapore delle cose che Dio ci
ha tramandate e che benedicono il cuore: i discepoli sulla via di Emmaus
riconobbero il Risorto dal gesto di benedire e spezzare il pane... erano
discepoli attenti all’esempio del Maestro. Per questo non apprezzo l’uso
dei bicchierini, passi pure che, causa i numeri, si distribuiscano il vino e il
pane in vassoi e calici differenti: ma si mantengano i gesti e l’uso che la
chiesa osserva fin dalla «notte in cui Gesù fu tradito». {21 ottobre 2009}
8.
{Nicola Martella} ▲
Gianni Siena può avere le sue convinzioni al riguardo. È
però singolare che
scriva come se Tonino Mele non avesse argomentato
esegeticamente nel suo articolo. Strano che in Italia si risponda non a ciò che
scrive un autore, ma su ciò che piace e si preferisce; così è anche lo scritto
di Michele Papagna sullo stesso
soggetto. [►
Confronto su calici o bicchierini]
Facendo ciò, si mischiano spesso indebitamente pure mele con pere (nulla
di personale con Tonino). Così ci si parla fra sordi. In tal modo si costringe
l’autore o la redazione a ripetere cose già dette per rispondere. In un certo
modo, così si ruba tempo a fratelli.
In tali cose
non possiamo partire dai nostri bisogni o dalle nostre preferenze, dalla
nostra convenzione o dalla reazione a una convenzione esistente. Così
alimentiamo un cristianesimo viscerale, animico, interiorista, psichico,
arbitrario, romantico e debole.
Per
dialogare, bisogna sempre partire da ciò che ha affermato l’altro (qui
l’autore dell’articolo) e bisogna mostrare con un ragionamento chiaro e lineare
dove gli argomenti biblici, esegetici e razionali dell’altro non siano
abbastanza convincenti e perché. Così si alimenta un cristianesimo maturo e
sano.
L’altro
rischio è che si proietti il modo di fare della propria chiesa attuale o
quella d’origine sugli eventi biblici, pretendendo che così facessero Gesù e gli
apostoli. Addirittura i propri ricordi dell’infanzia giocano un ruolo per dare
un colpo di spugna a tutte «le considerazioni di carattere igienico o scrupoli
personali»! Anch’io ho mangiato in famiglia da un solo piatto, quand’ero
ragazzo, ma tale esperienza non diventa motivo di romanticismo o base
dell’azione oggi in un modo culturalmente mutato. Infatti mi chiedo se il figlio
di Gianni mangerebbe abitualmente dallo stesso piatto o berrebbe solitamente
dallo stesso bicchiere del padre durante i pasti o se lo farebbero i figli di
Michele Papagna.
Per sapere com’era «il
sapore delle cose che Dio ci ha tramandate», bisognerebbe che fossero
descritte per filo e per segno e che le facessimo proprio così come furono fatte
allora (Gesù festeggiò un pasqua con i suoi; Luca parla di due calici, ecc.).
Quand’ero ragazzo in famiglia e al tempo di Gesù fra famigliari e amici
uno poteva prendere un boccone di pane, intingerlo in un liquido (p.es. sugo,
salsa, intingolo) e darlo a un altro (cfr. Gv 13,26). Tanto si mangiava tutti
dallo stesso piatto, si intingeva il pane nello stesso liquido (Rt 2,14 aceto).
Per essere «biblici», dovremmo fare come loro? Visto che gli autori del
NT si concentrarono più sul significato che sulla forma, rischieremmo anche qui
di nettare ipocritamente solo «il di fuori del calice», trascurando
magari il di dentro (Mt 23,25s).
È singolare la
menzione dei discepoli di Emmaus. Si vuole forse suggerire che, spezzando
il pane con tale forestiero, essi abbiano «celebrato la cena del Signore»? (Lc
24,29ss). Riporto alla mente che l’articolo di Tonino Mele si è occupato
specialmente del calice, non del pane; dove sta qui? Se tali discepoli erano «attenti
all’esempio del Maestro», dovremmo fare come allora facevano in famiglia e
faceva Gesù con i suoi discepoli, ossia che chi benediceva il pane, faceva dei
pezzi e li dava lui agli altri partecipanti a tavola? In fatti è scritto che
egli «il pane… spezzatolo lo dette loro» (Lc 24,30.35). Così accadde
anche nell’ultima Pasqua del Messia (Mt 26,26). Il conduttore della chiesa
dovrebbe spezzare lui boccone per boccone e darlo ai membri della comunità sul
modello del prete che distribuisce ostie ai fedeli?
Se non si va
alla sostanza delle cose e non si accetta che quel mondo d’allora non è
il nostro e che il nostro modo di gestire la «cena del Signore» non coincide in
tutto e per tutto con la cultura devozionale e religiosa d’allora (la prima chiesa era tutta
giudaica! At 21,20 «tutti sono zelanti per la legge»; la vita dei
credenti si svolgeva nelle «chiese in casa» non in locali di culto) — allora veramente
scadremo in romanticismi, in legalismi, in latenti sacramentalismi di ritorno
che nettano ipocritamente solo «il di fuori del calice».
9.
{Tonino Mele} ▲
L’affermazione
iniziale di Gianni non fa una piega. Essa fa parte delle opzioni legittime
presenti in questa questione. Che Gesù abbia usato un solo calice è
indiscutibile, così come non è oggetto di discussione che Gianni e presumo la
sua chiesa, a cui il suo «noi» si riferisce, continuino a perpetuare tale
consuetudine.
Il problema si
pone, e talvolta viene posto anche con eccessiva durezza, quando qualcuno vuol
andare oltre questa consuetudine e sostituire il calice con altri contenitori.
Questa pratica non viene considerata come opzione legittima della questione e
spesso si fanno affermazioni che rasentano il giudizio contro chi la pone in
essere.
Eppure, come
detto nel mio articolo, credo che sia più che legittimo chiedersi dinanzi alla
Parola di Dio se ci siano ragioni sufficienti per considerare il calice «oggetto
irrinunciabile» della Cena, come dice Gianni.
Qui non si
tratta di far valere le nostre convinzioni, le nostre opinioni e magari i
nostri pregiudizi, ma di riflettere in modo ordinato sui testi biblici inerenti
alla questione e vedere bene dove cade l’enfasi dell’insegnamento biblico, come
vengono impiegati i termini, ecc.
Una delle
prime cose che noi evangelici, o meglio, evangelici come noi, abbiamo imparato a
vedere in questi dati biblici è che la Cena è un simbolismo intorno alla
«morte del Signore» (1 Cor 11,26). Non è dunque un sacramento nel quale
sia implicito, qualche benedizione automatica, sia nel celebrare la Cena in sé,
sia nel modo di celebrarla. Anzi Paolo poté dire chiaramente ai Corinzi: «Quando
poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore»
(1 Cor 11,20), senza neppure porre la questione della forma. Più della forma è
importante l’atteggiamento interiore del celebrante, sia verso il Signore
che verso la sua chiesa, tant’è che l’unico testo che lega un «giudizio»
alla Cena, non riguarda la forma della sua celebrazione, ma il fare questo «indegnamente»,
senza «discernere il corpo del Signore» (vv. 27-29). Questo rilievo è
importante farlo, non per dire che la forma della Cena non ha importanza, ma per
evitare l’altro estremo di sacralizzare troppo la sua forma.
Certamente,
trattandosi d’un simbolismo, anche la forma della Cena ha la sua
importanza, ed è proprio perché sono fortemente convinto di questo che ho
dedicato la gran parte del mio articolo precedente a indagare l’esatta forma di
questo simbolismo. E altresì credo e lo ribadisco a chiare lettere, che tra
tutte le ragioni che si possono addurre per sostenere l’uso del calice, la più
pertinente e forse, l’unica che meriti una vera risposta sia quella di sostenere
che, eliminando il calice si smarrisce un dato importante del simbolismo della
Cena. Se non altro una tale tesi ha il merito, per nulla scontato, di riportare
la questione e la sua discussione sul terreno biblico, cioè dove tutta la
questione nasce e dove deve trovare la sua soluzione.
Questo è il
punto! Qui bisogna arrivare e da qui si deve ripartire! La questione è molto
semplice: chi dimostra che la Scrittura dà al calice un valore simbolico come lo
dà al pane e al vino, e quindi che i simboli della Cena non sono due, ma tre,
allora ha pienamente ragione nel sostenere «l’irrinunciabilità» del calice.
Finché non si dimostra questo, dissentire è più che lecito e ogni altra
considerazione rischia non solo d’essere fuorviante, ma anche di creare malanimo
e irritazione.
Cosicché,
valutando da questa prospettiva il contributo di Gianni, anche se rispetto la
sua posizione perché come ho già detto «fa parte delle opzioni legittime
presenti in questa questione», lo ritengo assolutamente insufficiente,
perché non aggiunge niente di sostanziale al punto centrale della questione, e
quindi non dà, a chi vuol cambiare, una ragione veramente valida per non poterlo
né doverlo fare. Per intenderci, che in casa sua, tutti i suoi familiari
mangiassero nello «stesso piattone di ferro smaltato di porcellana» non è
una ragione sufficiente per pretendere che anche la chiesa faccia così in ogni
luogo, anzi può essere rischioso applicare una pratica familiare, locale e
quindi culturalmente condizionata, alla chiesa, il cui carattere è universale e
sovra-culturale.
Il fatto poi
dei due discepoli di Emmaus, non aggiunge molto alla questione, anzitutto
perché non è chiaro se Gesù sta celebrando la Cena con questi due discepoli. Lui
stesso aveva lasciato intendere che non avrebbe più celebrato la Cena se non «nel
regno del Padre mio» (Mt 26,29; Mc 24,25). Si deve poi tener presente che
nel momento, in cui Gesù istituì la Cena, c’erano solo i «dodici» (Mt
26,20; Mc 14,17; Lc 22,14) e quindi, i due di Emmaus non erano presenti, non
facendo parte del novero dei dodici. Probabilmente sta semplicemente facendo ciò
che egli era solito fare prima di mangiare (cfr. Mc 6,41; Lc 9,16). Permane
certo l’idea in tale esempio che la forma di certe cose ha la sua importanza,
perché rimane più impressa, ma questo può valere sia per il calice che senza il
calice, semplicemente per pane e il vino. E visto che non siamo sicuri che qui
si trattasse d’una celebrazione della Cena, è più coerente non prendere questo
testo come prova a favore della «irrinunciabilità» del calice. [N.d.R. Il brano
non parla di calice (!), ma del modo caratteristico come Gesù spezzasse il pane
durante il desinare quotidiano.]
Per contro e a
rischio di ripetermi, ribadisco quanto detto nel mio articolo precedente, dove
credo d’aver dimostrato sufficientemente che la Scrittura non dà al calice un
chiaro valore di simbolo in sé e che il simbolismo della cena s’esaurisce
pienamente nel pane e nel vino, come del resto la chiesa ha sempre ritenuto
nei secoli. Risolto questo enigma, io credo che passare dal calice ai calicini
diventa opzione legittima quanto quella di continuare con «l’unico calice»; e
chi lo fa, non deve sentirsi giudicato né dalla propria coscienza, né dagli
altri, come se avesse smarrito qualche pezzo importante e imprescindibile di
questa celebrazione.
Da qualche
settimana, la mia chiesa locale, nell’ambito della autonomia che la
Scrittura le riconosce, ha optato per i calicini, e personalmente faccio questo
con la stessa gioia e intensità di sempre, consapevole del fatto di continuare a
ubbidire pienamente al comandamento del mio Signore e maestro Gesù Cristo. {21
ottobre 2009}
Nota redazionale: Questa risposta a Gianni Siena su
calice e calicini riguarda, per
certi aspetti, anche
le cose scritte da Michele Papagna.
[►
Confronto su calici o bicchierini] Al riguardo puntualizza:
Credo che hai risposto ottimamente. Spero che
Michele entri nel merito delle cose, altrimenti si rischia, come al solito di
toccare solo elementi secondari della questione. Il punto è capire quello che la
Scrittura dice, tenendo presente le evidenze che le sono proprie; e credo che un
confronto serio debba essere di stimolo gli uni agli altri proprio in questa
direzione. {21 ottobre 2009}
10.
{Antonio Capasso} ▲
Pace, fratello Nicola. Ho letto con molta
attenzione, i vari contributi sulla questione posta da Tonino Mele, con
riferimento alla cena del Signore. Anch’io sono stato sempre favorevole alla
celebrazione con il calice, sia dal punto di vista biblico, sia per
consuetudine, perché in chiesa mia si è sempre fatto così. Quanti erano
favorevoli per i bicchierini, biblicamente non sono mai riusciti a convincermi
che ciò fosse legittimo.
Devo dire però, che Tonino Mele è riuscito
con le sue argomentazioni bibliche a incrinare questa mia convinzione. Ha
ragione Nicola, quando dice che coloro, che si sono opposti alla tesi di Mele,
non rispondono nel merito. Poche sono le risposte argomentate sul terreno
biblico.
Aggiungo che là, dove ho visto celebrare
la cena con i bicchierini, il tutto mi è sembrato un po’ freddo. Credo
che rivivere le gesta che Gesù fece in quella notte sia importante. Che almeno
ci sia il «rito» dello spezzare il pane e il riempire il calice. Dio vi
benedica. {24-10-2009}
11.
{Nicola Martella} ▲
Come afferma giustamente il lettore precedente,
gli argomenti dei cristiani biblici devono essere di natura esegetica per
valere veramente in un confronto serio. Gli «a me piace» e i «per esempio» non
sono argomenti validi.
La freddezza o il trasporto
emotivi dipendono in gran parte dal «clima» della comunità, comunque
celebri la Cena del Signore, oltre che dall’atteggiamento del proprio cuore. Sul
piano delle esperienze si potranno sempre portare esempi pro e contro
qualcosa di rituale. Io stesso potrei fare tanti esempi riguardo a comunità
locali che celebrano, mediante calice e pagnotta, la Cena del Signore con
imbalsamata solennità, come se fossero a un funerale e non alla festa del
Risorto in attesa della sua parusia. Subito dopo tale rito di rammemorazione,
come se avessero oramai seppellito il morto, ritornano a essere più «normali» e
rilassati.
In tali comunità sento una grande
nostalgia verso la comunità in crescita, in cui ho attualmente il privilegio
di servire e con cui posso riportarmi idealmente con tali credenti sia sul
Golgata, sia alla tomba vuota, sia al luogo dell’ascensione, sia al trono di
Dio, dove c’è il nostro Garante e Mediatore in procinto di tornare. Allora
celebrare la Cena del Signore con calice o calicini, con pagnotta, fette di
pane, fette biscottate, pancarré (ne ho viste di tutti i colori nelle comunità,
anche con i cracker in mancanza di pane per la smemoratezza degli addetti), e
ciò in formato intero o a pezzettini, lievitato o azzimo, salato o sciapo... —
in fondo, se si guarda al Signore e si ama i fratelli, può essere tutto
secondario rispetto al significato dei simboli e alla presenza del Signore in
quei momenti... sebbene ognuno possa avere le sue predilezioni. Per non menzionare
le preferenze riguardo al frutto della vite (vino o succo d'uva), dov'esso
certamente esiste; poi in alcune
comunità qui in Italia, dove sono stato, esso era così acetoso (avendo lasciato il vino in sala
per una o due settimane!) che tale addetto smemorato ci ha fatto sentire tutti i
«brividi» della Passione all'assaggio!
Noi preferiamo i calicini, altri lo
facciano con i «calicioni» o altri contenitori: per noi la libertà altrui non
impedisce la nostra. Dissentiamo soltanto da coloro che pretendono che il loro
costume liturgico sia quello originale e l’unico possibile. Non avendo il
Signore prescritto in modo chiaro e incontrovertibile né la forma precisa né i
tempi per celebrare la Cena, possono esserci differenti convinzioni legittime.
Gli altri usino la loro libertà di coscienza, noi useremo la nostra nel rispetto
di quella altrui, sia nella forma, sia nei tempi.
12.
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Confronto su calici o bicchierini {M. Papagna - T. Mele - N. Martella} (T/A)
► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-Calice_bicchier_parla_EdF.htm
06-10-2009; Aggiornamento: 02-11-2009
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