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1. Le tesi
{Andrea Viel}
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Fratello Nicola, pensavo,
vedendo e ascoltando tutto quello che accade intorno a noi, per violenza,
terrorismo o pura demenzialità, spinta da una feroce rabbia che serpeggia nei
cuori degli italiani (lo so, di tutti, ma io vivo in Italia, e faccio il tifo
per questa nazione...), vale la pena scontrarsi in diatribe teologiche,
quando il nostro cristianesimo (evangelico) non sembra avere alcun impatto tra
la gente intorno a noi?
Se Gesù ci ha
dato un comandamento di proclamare il vangelo a tutti, perché solo
l’essere salvati, una reale nuova nascita può non solo farci evitare le fiamme
eterne, ma produrre un tale cambiamento — cose vecchie passate, ogni cosa nuova
— che il rapportarci l’uno con l’altro diventa occasione di crescita e sviluppo,
e non di distruzione e odio; come mai il nostro messaggio non ha forza?
Come mai
la salvezza di Dio non è appetibile, come mai la libertà dai vizi e dalle
passioni non è desiderabile, come mai una generazione che aspetta la
manifestazione dei figli di Dio non sembra avere esempi da seguire. Come mai
corriamo da una riunione all’altra alla ricerca di quello che possiamo ottenere
dal predicatore di turno e non corriamo a cercare il mondo che geme e travaglia
privo di valori.
Ieri traducevo
per la televisione una canzone degli Avalon (In Not Of) e parte delle
parole del canto dicevano: «Aspetta un minuto, se diciamo che li amiamo perché
non siamo tra loro, perché corriamo via e ci nascondiamo... Abbiamo maledetto le
tenebre troppo a lungo, dobbiamo tenere ben salda in alto la nostra candela,
dobbiamo andare e aggiustare l’errore, dobbiamo toccare il mondo con l’amore,
con il Suo amore…».
Se guardo
quello che è intorno a me, mi sento sconcertato e un po’ arrabbiato. Non con il
mondo. Devo dire neppure in prima battuta con il diavolo. Sono amareggiato che
in questa nazione più o meno l’1% ha una esperienza evangelica, che i
pastori lottano per il loro orticello e se li inviti a partecipare a un
messaggio più ampio ti dicono — a me che ne viene? Sono arrabbiato che non
s’alza la voce contro l’ingiustizia, che ci s’accontenta della mancanza,
ipnotizzati da una falsa appartenenza alla divina santità, quasi che la salvezza
è stato come fare «tana» al gioco del nascondino, e dopo che ce l’ho fatta io,
che importa degli altri.
E se qualcuno
chiedesse ma cosa faccio io, io faccio quello che voglio vedere fare agli
altri, spingendo, investendo soldi e tempo per comunicare il messaggio in
televisione; senza però prenderne il merito né l’applauso, perché Dio me lo ha
comandato e guai a me se non gli ubbidisco. Per cui che mi piaccia o no, che mi
dia gioia o stanchezza, lo devo fare. Allora cerco di farlo con passione e
impegno. E comunque Dio mi ripaga con gioia.
Qualcuno ha
detto che, perché il male s’espanda è sufficiente che il giusto stia in
silenzio.
Se dovessi
pubblicare questa mia, io vorrei che chi legge andasse un momento alla finestra,
guardasse fuori. Forse vede una città in fermento o paesi lontani di campagna.
Vorrei guardasse alla gente che cammina, alle finestre delle case, forse
illuminate, a luci lontane in movimento. Si facesse una domanda: «Cosa ne farò
di loro? Dio, come incontrerò questa generazione? Signore, cosa vuoi che io
faccia?».
Quella canzone
degli Avalon inizia così, «Mi sono nascosto lontano da ogni problema, e
il mondo all’esterno è sempre più nelle tenebre, così ho promesso di stare qui,
vicino a fianco a Lui, di certo Dio vorrebbe ogni suo figlio al sicuro, poi
mentre leggevo, i miei occhi si sono aperti, e ho scoperto che Lui ci guida ad
andare fuori nel mondo, tra i santi caduti nell’errore e i peccatori, dove un
po’ di grazia è veramente necessaria…». {13-11-2007}
2. Alcune osservazioni
{Nicola Martella}
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■ Il mio
interlocutore chiede se, vista la situazione contingente, «vale la pena
scontrarsi in diatribe teologiche, quando il nostro cristianesimo
(evangelico) non sembra avere alcun impatto tra la gente intorno a noi?».
Potremmo fare tale domanda ai dodici apostoli, due millenni fa. Che
risponderebbero? Che risponderebbe Paolo che aveva a che fare con giudaisti
(Gal), superapostoli gnostici (1-2 Cor), filosofi epicurei e stoici (cfr. Col;
At 17), eccetera? Anche loro ebbero molte delusioni riguardo alla gente intorno
a loro (At 17,32; v. 34 alcuni), agli stessi cristiani (Gal 3,1.3) e addirittura
ai loro collaboratori (2 Tm 4,10) e ai conduttori di chiesa (3 Gv 1,9). Che
tristezza e delusione nelle parole di un missionario: «Io temo, quanto a voi,
d’essermi invano affaticato per voi» (Gal 4,11). Doveva Paolo fare a meno di
riprendere pubblicamente l’apostolo Pietro per il suo giudaizzare (Gal 2) a
causa di un «vogliamoci bene»? Ha sbagliato Paolo a prendere posizione contro i
giudaisti nelle chiese e contro i «falsi operai» gnostici? Non doveva il
concilio interecclesiale di Gerusalemme prendere storicamente posizione contro i
farisei divenuti cristiani e le loro tesi (At 15,1.5) e scrivere alle chiese «noi
non abbiamo dato loro nessun tipo di mandato» (v. 24)? E così via. Per la
necessità dell’apologetica si vedano i seguenti articoli:
►
L’importanza dell’apologetica;
►
A ognuno la sua «missione possibile».
■ La
proclamazione dell’Evangelo non è stato mai un semplice annunzio che
prescindesse dalla difesa della verità, e questo è stato così fin da Giovanni
Battista (ci ha perso la testa), passando per Gesù (opposizione di scribi e
farisei) e i dodici apostoli e arrivando alla chiesa di Gerusalemme
(perseguitata dai Giudei storici) e alla missione mediante Paolo e la sua
squadra (osteggiata da più parti). Avevano essi un complesso d’inferiorità? Si
lamentavano del poco impatto intorno a loro? (2 Cor 2,14ss). Non era allora la
gente simile a oggi? (cfr. 2 Pt 2,12ss). A ciò si aggiungeva la persecuzione da
parte dei Giudei, delle popolazioni locali e dei Romani (2 Cor 12,10; 2 Ts
1,4ss; 2 Tm 3,11). Molti missionari e apologeti della chiesa del primo e del
secondo secolo d.C. hanno sperimentato qualcosa come le seguenti parole di
Paolo, che dopo aver parlato di fatiche, carcerazioni, battiture, pericolo di
morte, aggiunse: «Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno
uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono
stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un giorno e una notte
sull’abisso. 26Spesse volte in viaggio, in pericolo sui fiumi, in
pericolo di ladroni, in pericoli per parte dei miei connazionali, in pericoli
per parte dei Gentili, in pericoli in città, in pericoli nei deserti, in
pericoli sul mare, in pericoli tra falsi
fratelli; 27in fatiche e in pene; spesse volte in veglie,
nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità»
(2 Cor 11,23-27; cfr. Rm 8,35).
■ È sempre
giusto chiederci «come mai…?» e dovremmo sempre ingegnarci a come rendere
comprensibile l’Evangelo ai nostri contemporanei. Anche Dio e i profeti si sono
chiesto il motivo della disaffezione degli Israeliti dal patto, dalla verità,
dal culto legittimo, dal Dio vivente e dalla morale della Legge. «Come mai…?» è
l’urlo che ricorre spesso nelle Lamentazioni. Nel NT, quando gli operai chiesero
al loro datore di lavoro: «Come mai, dunque, c’è della zizzania [fra il
grano]?» (Mt 13,27), egli ben sapeva che «un nemico ha fatto questo»
(v. 28) e che la soluzione migliore non era sradicare l’erbaccia (v. 29), ma
aspettare fino alla raccolta (v. 30).
Il «come
mai…?» Gesù lo usò verso i discepoli duri di comprendonio (Mt 16,11; Gv
14,9), o per la poca fede (Mc 4,40) o per altro (Mc 9,12). Gesù usò tale
espressione sulla mancanza di discernimento dei suoi contemporanei riguardo alla
«pienezza dei tempi» (Lc 12,56) o riguardo ai pesanti apprezzamenti nei suoi
riguardi (Gv 10,36). Anche i discepoli la usarono con Gesù (Gv 14,22). Anche
altri si posero la stessa domanda su Gesù, non sapendo in che schema mentale
mettere lui o le sue parole (Mc 2,16; Gv 4,9; 6,42.52; 7,15).
Paolo
usò tale espressione in modo retorico verso i Giudei, mostrandone le discrepanze
fra il dire e il fare (Rm 2,21). Egli la usò anche con i credenti riguardo alle
loro incoerenze dottrinali (1 Cor 15,12 risurrezione; Gal 2,14 giudaizzare; Gal
4,9 regresso spirituale e giudaizzare).
Si noterà da
tutto ciò che in tutto il NT le persone e gli scrittori non si pongono mai un
«come mai?» riferito al «mondo», considerando che «noi sappiamo che
siamo da Dio e che tutto il mondo giace nel maligno» (1 Gv 5,19) e che
l’eccezione siamo noi che «siamo in Colui che è il vero Dio, nel suo Figlio
Gesù Cristo» (v. 20). Il «mondo» è altresì il campo, in cui è seminata la
«buona semenza», ossia i «figli del regno»; nello stesso campo sono seminate le
«zizzanie», ossia i «figli del maligno» (Mt 13,38). Questa è la realtà.
Quanto alla «manifestazione
dei figli di Dio» essa è futura e coincide con la risurrezione (Rm 8,19.23)
ed è aspettata non da una generazione ma dalla creazione (v. 21). Ciò non
significa che i figli di Dio non debbano essere e portare luce in questo mondo
(Fil 2,15).
Ci sono molti
modi per rapportarsi al mondo per portare luce a coloro che «sono
sulla via della salvezza» (2 Cor 2,15), permettendo che «Cristo per mezzo
nostro» spanda «da per tutto il profumo della sua conoscenza» (v.
14); non c’è da illudersi che saremo per alcuni un «odore di morte» e per altri
un «odore di vita» (v. 16). Io ho deciso d’essere fra quel «noi» che non «adulterano
la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza
di Dio, in Cristo» (v. 17). Il mio ministero è mutato nel tempo in
alcuni aspetti: evangelizzazione, fondazione di chiese, cura pastorale,
pubblicistica, insegnamento e formazione, predicazioni, apologetica, eccetera.
In questo tempo di confusione non solo nel «mondo» ma anche nelle chiese, tempo
di disaffezione dalla fede biblica e di risveglio del misticismo e
dell’esoterismo anche nelle chiese, vedo il mio compito attuale di difendere la
verità biblica, accertata con l’esegesi corretta e contestuale, contro le varie
sovrastrutture dogmatiche e contro il misticismo e lo spiritualismo che
attingono a un «fuoco estraneo». Questi sono i miei carismi e questo è il mio
compito. Quali sono i carismi e il compito del mio interlocutore e degli altri
che si chiamano «cristiani», ossia «seguaci dell’Unto a Re? Dalla risposta
personale a questa domanda dipendono i mutamenti che possono aversi intorno a
noi tutti. Al riguardo i conduttori devono smetterla di essere «domatori» dei
fratelli e diventare finalmente «allenatori»! Devono smetterla di tenere tutti
bambini nella fede, magari per primeggiare, e lavorare per l’emancipazione di
tutti i credenti, affinché tutti siano servitori attivi nella vigna del Signore!
■ Capisco che
cosa dica canzone degli Avalon. In ogni modo a ogni servitore Dio chiede solo di
fare il proprio dovere e di eccellere in ciò che fa. A una sentinella è
chiesto di fare la guardia e vegliare. All’araldo è chiesto di annunciare i
decreti di chi l’ha mandato. Al soldato è chiesto di combattere. E così via. A
tutti loro non è chiesto di risolvere tutti i problemi di tutto il mondo, ma di
fare il proprio dovere in corrispondenza alle proprie «regole d’ingaggio».
Quanto alle
percentuali degli evangelici, la chiesa primordiale si lamentava al riguardo
d’essere solo pochi? Oppure si rallegrava per ogni nuova anima aggiunta al
popolo di Dio? Pur essendo pochi in percentuale, erano militanti e, secondo la
percezione altrui, essi avevano riempito Gerusalemme con la loro dottrina (At
5,28), anzi il mondo (At 17,6; 24,5).
Certamente il
malessere e lo sconcerto del mio interlocutore riguardo alla realtà del «mondo»
e delle chiese è condivisibile. Ma che cos’è un «messaggio più ampio»? Sono i
proclami e gli accordi di vertice fra le denominazioni? E poi che cos’è una
«falsa appartenenza alla divina santità»? La salvezza è avercela fatta e poi
muoia Sansone con tutti i Filistei? La testimonianza di Gesù quale Messia-Re è
resa sempre da persone tra persone, con cui si ha a che fare di giorno in giorno
e a cui si parla con la propria vita. Un’altra alternativa non la conosco.
■ È su quel «cosa
faccio io» d’ognuno, in corrispondenza con i carismi (= «azioni di grazia»)
ricevuti, che si decide la partita. Così vale per il mio interlocutore, così
vale per me e per tante altri servitori fedeli che fanno ciò per cui altrimenti
dovrebbero dire: «Necessità me n’è imposta, e guai a me, se non…» (1 Cor
9,16). Ogni cristiano maturo, conduttori in testa, è chiamato a essere «irreprensibile,
come economo di Dio» (Tt 1,7). Quindi il dovere e il sacrificio personale al
proprio posto aiuta l’intero «corpo del Signore» a funzionare meglio: chi porta
il nutrimento, chi l’ossigeno, chi come anticorpo difende da malattie e
attacchi, eccetera. Siamo chiamati a essere «ministri di Cristo e
amministratori dei misteri di Dio. 2Del resto quel che si richiede
dagli amministratori, è che ciascuno sia trovato fedele» (1 Cor 4,1s).
Le domande
poste sono giuste e porsi domande dinanzi a Dio e il mondo è salutare. È chiaro
che per avere le risposte bisogna come Isaia essere stato alla presenza di Dio
(Is 6). Lì fu Dio a porre una domanda e fu poi Isaia a rispondere! Dio stabilì a
chi andare e quale «strano» messaggio portare. Isaia fu pronto a essere uno
«strano» segno e presagio in quella generazione (Is 8,18; 20,3).
Le parole
degli Avalon sono apprezzabili. I problemi dei cristiani oggi in Italia
sono, ad esempio, i seguenti: superficialità, poca conoscenza della Parola, poca
emancipazione spirituale, materialismo, mondanità, poca conoscenza personale di
Dio, poca consacrazione. La salvezza viene considerata un punto d’arrivo e non
di partenza. Molti credenti, sebbene salvati, stanno perdendo il proprio premio
(1 Cor 3) o se lo stanno facendo defraudare (Col 2,18).
3. Chiarimenti
{Andrea Viel}
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Fratello Nicola,
grazie per la risposta al mio contributo, che era una reazione a quanto vedevo
intorno. Se hai deciso di pubblicarlo, spero sia utile a uno scuotimento di
coscienze.
Volevo però
essere sicuro d’essermi espresso bene quando ho parlato di «diatribe
teologiche». Questo non voleva essere irrispettoso del tuo ruolo
apologetico, né considerare inutile lo sforzo di mantenere nella giusta verità
biblica i pensieri di chi partecipa alle discussioni. Le diatribe teologiche non
erano le tue, ma tutto quest’accanirsi variopinto su cavilli, che credo abbiano
similmente addolorato ai loro tempi gli stesi apostoli, e coloro che appunto
pensavano d’aver lavorato arduamente invano, ad ascoltare il proliferarsi di
concetti che alla fine portavano solo divisioni ed erronei insegnamenti.
Molte volte
tanto parlare è prodotto solo dall’ozio del fare. Poco coinvolti nell’andare,
molto nel puntualizzare. Ma ripeto, non mi riferisco a te. Come dici tu, a
ognuno il suo compito.
Innegabile che
strateghi e generali non si possono infilare nella battaglia corpo a corpo,
altrimenti se perdiamo la mente e il coordinamento, tutto l’azione dell’esercito
si sgretola.
Ma se chi è
chiamato a combattere, perseguire l’obbiettivo, rifornire di munizioni, rimane
in trincea cercando di squalificare, indebolire o cavillare e ricercare il
proprio tornaconto prima di saltare fuori e «andare», come otterremo la vittoria
che è già stata preparata per noi?
Benché «la
manifestazione dei figli di Dio è futura e coincide con la risurrezione»,
ritengo che sia ora che i figli di Dio manifestino a questo mondo la loro fede.
Se le nostre rimangono parole, e il nostro stile di vita non va d’accordo con le
parole che diciamo, se nell’abitudine della bugia del mondo, lo stesso non sente
che noi non ci tiriamo indietro dal dire la verità, se tra l’indifferenza
generale e l’egoismo dei più non vede che amiamo il nostro prossimo come noi
stessi, come riusciranno a capire cosa vuol dire amare Dio con tutto il cuore,
con tutta l’anima, con tutto sé stessi?
Nella mia
città, Roma, c’è un luogo che si chiama Circo Massimo. Molti si
riferiscono al Colosseo, quando si parla di martiri cristiani. Ma nel Colosseo
non è morto nessun cristiano, era il luogo dei gladiatori negli scontri tra loro
e contro qualche bestia feroce. Il Circo Massimo, poco distante, è stato il
luogo che ha visto il suo terreno impregnarsi del sangue dei cristiani.
Io pensavo a
loro questa mattina. Pensavo a loro di riflesso a una serie di pensieri riferiti
alle priorità. Pensavo a un Esaù che ritenne una zuppa rossa più immediatamente
necessaria d’una primogenitura. Se non siamo fedeli nelle prove piccole, come
riusciremo a superare le prove grandi.
Qualche volta
cammino su quel suolo di martiri per la fede. È come se mi trovassi tra di loro.
La spinta emotiva che ricevo dalla loro scelta, dalla loro fede, dalla
innegabile priorità al momento della prova, mi sfida nella mia vita cristiana.
Potevano forse
giocare su d’un rinnegare con le labbra e credere con il cuore. Non lo hanno
fatto. Identificati con Cristo fino alla morte. Non solo il dolore fisico, ma la
paura. Non solo il loro sgomento, ma sotto i loro occhi, quello dei loro
bambini, delle loro mogli, dei mariti, dei padri, delle madri.
Erano
perfetti? Forse no. Quelli che rimasero in vita, avrebbero avuto l’impegno di
perfezionarsi, per riprodurre una sana dottrina. Loro, i primi, erano solo
innamorati di Gesù.
Molti pagani
hanno riso e goduto d’un tale spettacolo, e molti di quelli che sono passati
vicino a Gesù per le strade di Gerusalemme hanno poi gridato: «Crocifiggilo!».
Ma la loro
scelta di non tirarsi indietro, anzi essere un pubblico spettacolo di
testimonianza della verità, ha permesso sino ai giorni nostri d’ottenere la
stessa speranza. Che ne farò io di quest’eredità. Non tu, fratello Nicola. Che
ne farò io.
Tu scrivi: «Ma
che cos’è un “messaggio più ampio”? Sono i proclami e gli accordi di
vertice fra le denominazioni?». A me non interessano le denominazioni. Il
logo dei miei programmi televisivi è GC3Veuropa. Che vuol dire, Gesù Cristo Via
Verità Vita per l’Europa. Questo, e solo questo, m’interessa nel mio messaggio
in televisione.
Il «messaggio
più ampio» è riferito al messaggio evangelico proclamato senza opportunismo e
senza che mi preoccupo della raccolta del mio orticello. Una volta un
evangelista mi ha detto che, se la sua predicazione non portava frutto
direttamente per il suo ministero e per la chiesa a cui era collegato, non
predicava. Altri pastori hanno detto che se la loro predicazione televisiva non
portava anime alla loro chiesa, ma veniva «dispersa» in tutta Italia,
l’investimento era inutile.
Passione per
le anime? Se mi ritorna qualcosa. Perché anime producono decime.
Tu scrivi: «E
poi che cos’è una “falsa appartenenza alla divina santità”?». È
agire come se s’appartenesse a Cristo, aver imparato a muoversi come un
cristiano, usare il deodorante-spray del profumo di
santità-appartenenza-separazione, vestirsi della candida pelle di pecora. Vuol
dire stare di fronte al pruno ardente con i sandali, o entrare nel luogo
santissimo attraverso lo squarcio della cortina con un cuore impuro. E pensare:
«Vedi? Non mi succede nulla». Grazie per le tue parole. {14-11-2007}
4. Osservazioni finali
{Nicola Martella}
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È sempre una cosa
buona, quando ci si può spiegare e intendere. Sono sempre d’accordo per uno «scuotimento
di coscienze» e chiedo che Dio cominci da me. Infatti il problema dei
cristiani non è la fede in Dio, ma spesso la mancanza del timore di Dio! Ciò è
spesso dovuto a un’immagine sbagliata che si ha di Dio (zio buono, poliziotto,
Dio della filosofia,
Dio immutabile, ecc.). Per
l’approfondimento si veda l’articolo «Chi è Dio?» in
Entrare nella breccia,
pp. 103-111.
L’apologetica nasce dalla necessità proprio di combattere i «cavilli» che
vengono portati da fuori nel cristianesimo (sincretismo, misticismo,
razionalismo, materialismo, edonismo, «teologia di***», ecc.). Così era la
tempo del NT e così è oggigiorno. Per il 2° secolo d.C. ricordo:
Quadrato,
Aristide, Melitone, Apollinare, Aristone, Giustino, Taziano il Siro, Atenagora,
Milziade e Teofilo; nel 3° secolo: Clemente Alessandrino, Ermia e
Origene; qualcuno ha fatto notare che la stragrande maggioranza dei primi
scrittori cristiani era costituita da apologeti. Partecipare alle
discussioni franche e fraterne è una buona medicina contro tutti gli
ideologismi, gli estremismi, le divisioni e gli erronei insegnamenti. Su molti
siti, forum e community anche cristiani si parla purtroppo spesso «per prurito
d’udire». Accanto a chi conosce la Scrittura, prende la parola chi, avendo poca
conoscenza e le labbra incirconcise, fa del primo un oggetto di apprezzamenti che
non fanno onore per chi afferma d’essere un cristiano. Le proprie opinioni
vengono spacciate per «saggezza» biblica; c'è anche chi attinge a «fuoco
estraneo» e lo cristianizza (cfr. l'ufologia, l'esoterismo, il
pan-spiritualismo). Tali persone, volendo fare i
«generali» (per ripetere l’allegoria del mio interlocutore), lasciano scoperte
le funzioni per cui hanno carismi e competenze, e danno così facile gioco al
nemico. Ecco la necessità di un’apologetica corretta, basata su una
rigorosa esegesi contestuale, che valga sia verso fuori sia verso dentro.
Quanto alla
manifestazione dei figli di Dio oggigiorno, ricordo nuovamente un verso a me
caro: «Siate irreprensibili e schietti, figli di Dio senza biasimo in mezzo a
una generazione storta e perversa, nella quale voi
risplendete come luminari nel mondo, tenendo alta la
Parola della vita» (Fil 2,15).
Il ricordo
storico dei martiri del passato è pertinente. Non dobbiamo
dimenticarcene. Mi permetto di ricordare che molti di loro erano apologeti e
hanno lasciato trattati di apologetica mirabili, morendo per le loro convinzioni
(cfr. Aristide, Giustino, Melitone, Apollinare, Teofilo). Certamente hanno
lasciato una grande eredità e l’Evangelo per mezzo di loro è arrivato fino a
noi. È un fiume di benedizione che non deve finire in un «Mar Morto».
Quanto all’opportunismo
e al «fare per tornaconto» delle guide di chiesa, di cui Andrea parla, ne prendo
atto, visto che egli deve averne fatta molte volte l’esperienza. In campo
editoriale io e altri abbiamo fatto l’esperienza del malcostume di alcuni
credenti che pensano che il materiale teologico, appartenendo al Signore, dev’essere
gratis per loro; certo non si chiedono chi l’ha pagato con grandi sacrifici! [►
Il travaglio di un editore]
La stessa cosa succede pure in altri ambiti. [►
Progetti traditi]
Quanto alla
falsa appartenenza alla divina santità, di cui ho ora capito il senso, ho
dovuto pensare a coloro che, già nelle chiese del 1° secolo, avevano «le
forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza» (2 Tm 3,5). Quindi
nulla di nuovo. Mi fermo qui.
°*°*°*°*°*°*°*°*
Excursus: Ecco
alcuni suggerimenti che mi sento di dare sulla base della Parola
nell’attuale contingenza in cui ci troviamo.
■ Sul
piano morale Dio ci chiama a essere «irreprensibili e schietti, figli
di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale
voi risplendete come luminari nel mondo, tenendo alta la Parola della vita»
(Fil 2,15). Inoltre non dobbiamo partecipare alle «opere infruttuose delle
tenebre; anzi, piuttosto riprendetele» (Ef 5,11).
■ Sul
piano civile e politico Dio ci chiama a essere sottoposti alle «autorità
superiori» (Rm 13,1-6): «Rendete a tutti quel che dovete loro: il tributo
a chi dovete il tributo; la gabella a chi la gabella; il timore a chi il timore;
l’onore a chi l’onore» (v. 7). Inoltre veniamo esortati a pregare per le
autorità (1 Tm 2,1s).
■ Sul
piano spirituale Dio ci chiama a fare opere di bene (1 Tm 5,25; Tt
2,7.14; 1 Pt 3,6). In tal modo si potrà anche turare «la bocca alla ignoranza
degli uomini stolti» (1 Pt 2,15.20) e svergognare «quelli che calunniano
la vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3,16s).
■ Sul
piano ministeriale Dio ci chiama a questo: «Tu sii vigilante in ogni
cosa, soffri afflizioni, fa l’opera d’evangelista, compi tutti i doveri del tuo
ministero» (1 Tm 4,5; 1 Pt 4,11). E ancora: «Studiati di presentare te
stesso approvato dinanzi a Dio: operaio che non abbia a essere confuso, che
tagli rettamente la parola della verità» (2 Tm 2,15).
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Contingenza_responsabilita_Oc.htm
13-11-2007;
Aggiornamento: 14-11-2007
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